Il racconto a Open di Beatrice Massaro, docente di lettere molto seguita sui social: «Le lezioni partono spesso in ritardo perché pochissimi inseriscono le sezioni carcerarie tra le preferenze»
Le scuole in carcere spesso iniziano con settimane di ritardo perché trovare docenti disposti a insegnare dietro le sbarre non è semplice. Tra le preferenze delle Graduatorie provinciali per le supplenze (le cosiddette Gps), infatti, la sezione carceraria non è quasi mai tra le prime scelte e questo rende più difficile completare l’organico all’inizio dell’anno scolastico. L’insegnante di italiano Beatrice Massaro, invece, ha fatto esattamente il contrario. Ha messo un carcere in Lombardia come prima preferenza. «Avevo questo desiderio, un po’ un sogno quasi, di poter lavorare e insegnare in carcere», racconta la docente a Open. E per riuscirci ha accettato anche uno spezzone di sole otto ore, una condizione quasi necessaria per entrare in una sezione carceraria dove le cattedre complete da 18 ore sono difficili da formare.
Beatrice Massaro è una giovane professoressa di italiano e storia, molto seguita sui social, dove conta oltre 60mila follower grazie a vari contenuti divulgativi su scuola e diritti. È laureata in Lettere moderne, è abilitata all’insegnamento di italiano e storia e questo è il suo quarto anno da docente. È precaria, in prima fascia nelle graduatorie per le supplenze e insegna soprattutto alle scuole superiori, in particolare negli istituti tecnici e professionali. «Mi andava di fare questa esperienza perché ho pensato che lavorare negli ambienti più marginalizzati è più in linea con i miei valori», racconta.
La scuola in carcere spesso parte in ritardo. E il problema, racconta la docente, è strutturale. Gli istituti in carcere sono scuole statali a tutti gli effetti, ma per completare l’organico servono insegnanti disponibili a lavorare nelle sezioni carcerarie. «È spesso difficile creare l’organico dei docenti subito ai primi di settembre, perché ci sono meno richieste di docenti che vorrebbero andare a insegnare in carcere», dice. Se un docente non inserisce quella sede tra le proprie preferenze, infatti, non può essere assegnato lì. E se le disponibilità non bastano, le lezioni slittano.
Quest’anno la sezione in cui insegnerà Massaro partirà con circa una settimana di ritardo. In altri istituti, racconta, l’inizio può arrivare anche a ottobre o novembre. «Se siamo in tre prof ad aver inserito e accettato il posto in carcere, non siamo abbastanza e non può partire la scuola», riferisce. Nel frattempo, gli insegnanti restano a disposizione nella scuola di riferimento, in attesa che l’organico venga completato.
Per Massaro il ritardo è anche il risultato di un pregiudizio. «Si pensa che sia pericoloso insegnare in carcere, soprattutto se sei una docente giovane e donna, ma poi se ascolti i colleghi che lavorano già lì spesso ti restituiscono una realtà molto diversa. In molti casi, c’è un rispetto ancora più profondo per il docente e la scuola viene presa seriamente dai detenuti», afferma la docente, che insegnerà in una sezione maschile con detenuti maggiorenni. «Loro non sono obbligati. Chi va a studiare in carcere deve fare una richiesta esplicita al direttore del carcere», precisa la prof di lettere.
Gli studenti sono persone che non hanno conseguito il diploma e che scelgono di frequentare la scuola durante la detenzione. È proprio questa scelta, secondo la docente, a rendere particolare il rapporto con gli insegnanti. «Per chi vive quotidianamente dentro una cella, quelle ore trascorse in aula sono fondamentali. Quelle poche ore in cui vanno a scuola, dove ci sono dei banchi in un ambiente diverso e dove sono insieme a dei compagni, sono un momento in cui respirano un attimo di vita normale», aggiunge. E un comportamento scorretto in aula nei confronti di un docente può avere conseguenze molto diverse rispetto a quelle di una scuola ordinaria. «Non è come a scuola che l’alunno magari insulta il prof e al massimo si prende una nota o due giorni di sospensione. In carcere puoi perdere l’accesso all’aula e questo significa perdere uno dei pochi momenti di normalità della giornata», conclude.