
Don Antonio Mazzi

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Milano, 31 luglio 2026 – Non disdegnava i riflettori, don Antonio Mazzi, la televisione lo aveva adottato, facendone a lungo un volto da incastonare fra un siparietto musicale e un collegamento con “90° Minuto“, nelle sonnolente dirette catodiche delle domeniche nazionalpopolari. Ma guai a prenderlo per un personaggio finto, guai a incastrarlo nel ruolo di “voce sociale“ per dare agli spettatori distratti l’illusione di un contenuto.
Perché la verità della vita nella quale era immerso, la sofferenza di cui si era fatto carico a Milano, negli anni in cui parco Lambro era la spiaggia dei naufragi sociali di una città piena di droga e violenza, era bruciante e reale, non un set televisivo. I libri, il volto sorridente sui risvolti di copertina, qualche indulgenza all’opinionismo di mestiere, forse, c’era, ma c’era in lui, collaboratore anche del Giorno, soprattutto un cuore enorme, la missione di spalancare le braccia.

Mazzi, una vita passata accanto ai più fragili
Lui, veneto, era piovuto a Milano lungo le sponde del fiume dell’eroina. La gente moriva sotto gli occhi di una città che aveva forse perso quel suo istinto solidale, magari un po’ paternalistico, ma concreto, che l’aveva accompagnata fino agli anni Sessanta. Reale, dolorosa non solo l’esperienza con chi faceva i conti con il dramma della tossicodipendenza, ma anche la sua capacità di reagire al disastro umano del terrorismo.
L’accoglienza verso Marco Donat Cattin, figlio di Carlo, ministro democristiano, fu semplice e chiara. Don Mazzi rispose all’appello: “Non vedo motivi per non aiutare un uomo colpevole a intraprendere un cammino di rinascita”. La sua città, sotto l’egida di un arcivescovo come Carlo Maria Martini, era quella che non aveva smesso di aprire le porte senza chiedere “chi sei?“.
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