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In viaggio con mio nonno a Parigi ho capito quanto la memoria sopravviva più nel cuore che nella mente


In viaggio con mio nonno a Parigi ho capito quanto la memoria sopravviva più nel cuore che nella mente

Non so se avete presente il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle. Quel parco magico e insieme mostruoso che vive da oltre trent’anni nella campagna della Maremma toscana e che riesce a sopravvivere soltanto grazie a cicli di manutenzione lunghi intere stagioni, data la sua natura architettonica sperimentale. Quando Niki (e la chiamo per nome, come si fa con le modelle, perché il suo nome, talmente ci teneva, se lo era scelto da adulta) aveva iniziato il progetto nel 1979, aveva in mente di costruire la sua eredità e lasciare che le cose che più l’hanno emozionata (e traumatizzata) della vita le sopravvivessero. Eterne nello spazio. L’ho scoperto la scorsa estate a Parigi, nella mostra dedicatale (per la prima volta) al Grand Palais, e quest’anno, che sono ritornata in città con la mia famiglia – è il nostro unico e ciclico viaggio insieme, che ripetiamo da quando sono bambina – ci ho ripensato perché ho avuto il sospetto che i miei nonni abbiano cercato di creare il loro giardino di memorie proprio a Parigi. Ma in una forma diversa da quella che avevo previsto.

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in viaggio con nonno

Mettiamo subito in chiaro che non ho una famiglia numerosa: sono figlia unica e nipote unica, come ci teneva a specificare mia nonna, che purtroppo conta la sua sesta assenza al family trip estivo. È morta qualche settimana prima che partissimo, nel 2020. Quindi siamo io, mia madre, il mio secondo papà, mia zia e mio nonno. Novant'anni il prossimo giugno, una passione folle per il tennis, grande amante del buon vino, considerata la sua origine friulana, e (una volta) abilissimo nei disegni in planimetria delle case, oltre che un sapiente color palette selector su più superfici. Era geometra e ha lavorato fino all'altro ieri (davvero) nella sua ditta di sanitari. Se mia nonna mi ha fatto incontrare la moda, lui mi ha mostrato la struttura delle cose: tutto ha un'impalcatura nascosta che sorregge l'insieme.

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Per questo, di solito, mentre passeggiamo per gli Champs-Élysées, non si sofferma sulla mandria umana che ci attraversa da destra a sinistra e viceversa, ma guarda i balconcini in ferro battuto dei palazzi, l'illuminazione a faretti LED delle vetrine o quanto sono perpendicolari i pannelli dei lavori in corso rispetto al marciapiede. Allo stesso modo si comporta nel verde della Ville Lumière. Che siano i Jardin des Tuileries (quelli del Louvre), il Jardin du Luxembourg (dove c'è la Fontana dei Medici) o Place des Vosges (vicino alla casa di Victor Hugo), seduto sulla panchina più all'ombra della piazza vedrà sempre il marmo sporco delle statue, i cancelli un po' storti non ridipinti e il mancato posizionamento di un cestino antistante l'uscita dal giardino, memorizzando i nomi, gli indirizzi, i locali sulla base delle imperfezioni che li circondano. Le sue non sono lamentele, ma pure osservazioni dello spazio che nel tempo lo hanno aiutato a disegnare i contorni di un luogo che voleva gli fosse familiare. Che è un po' la versione antica del nostro place to go di Google Maps, o dei nostri saved post su IG o TikTok. Funzione che forse ci aiuta più a orientarci che davvero a programmare i posti da visitare.

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In viaggio con mio nonno, Parigi diventa il tempio dei ricordi (del cuore)

Lo ha fatto anche quest'anno, ma, come immaginerete, a fatica. Ha camminato meno, non è riuscito a prendere la metro e le temperature non hanno aiutato. «Questo posto non l'ho mai visto», me lo ha ripetuto tante volte, camminando sottobraccio, con lo sguardo di qualcuno che si muove a fiducia nell'altro. È stupefacente invecchiare. Si perdono tantissime cose, soprattutto il controllo, ma si acquista una profonda tranquillità, mista alla sorpresa continua. Eppure quei posti li aveva visti eccome. È stato lui ad accompagnarmi a comprare tutti i gelati vanille e chocolat che ho mangiato in città, a tenere il ritmo delle giornate perché ricordava esattamente le strade da percorrere e il tempo utile da impiegare, a incontrare casualmente vip e reali nelle boutique di Boulevard Haussmann.

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Da sempre mi chiedo cosa avesse spinto i miei nonni a scegliere Parigi come meta affettiva dove riunirci tutti. Sì, è relativamente vicina – ho già detto che OVVIAMENTE andavamo in macchina, partendo dal basso Lazio? Ha sempre guidato lui fino a poco tempo fa – ma non è proprio un luogo di bonding familiare. Il campeggio o il mare lo sono. Eppure la città, che per Hemingway era una “festa mobile”, si è trasformata nel tempio dei ricordi della mia famiglia. Il fatto curioso è che per anni ho creduto fosse una bolla senz'aria (o futuro) in cui ognuno di noi dovesse rimodularsi per sopravvivere sette giorni senza litigare: una pausa estiva piena di mostre d'arte contemporanea e croissant al burro, che «rubava tempo alla mia estate». Un pensiero di un'adolescente media (e capricciosa). Oggi, invece, non c'è altro luogo al mondo dove vorrei vivere.

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Così immagino i miei nonni giovani, prima che potessero anche soltanto pensare di conoscermi, mentre decidono, più o meno consapevoli, che Parigi sarebbe diventata una casa con braccia e gambe. E guardarla nel tempo evolversi come una piovra tentacolare e benevola, avvolgere in un abbraccio gli anni delle loro figlie e poi dei miei. Hanno costruito l'inconstruibile per natura, perché non solo intangibile, ma anche sfuggente e imprevedibile: il nido del futuro. Parigi, ai miei occhi, ha smesso di essere un agglomerato di edifici o monumenti per trasformarsi nel luogo di un incontro perpetuo, valido sempre, anche per chi non c'è più e per chi non ricorda. È diventata una mappa bellissima in cui non sentirmi sola.

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Esiste una “memoria sensibile”?

Un privilegio indelebile nel tempo, che mi ha spinta a riconsiderare la funzione, l’efficacia, lo scheletro dei ricordi. I frammenti della nostra memoria sopravvivono davvero soltanto perché riusciamo a visualizzarli, più o meno nitidamente, mentre tutti gli altri sensi si spengono nel tentativo di aiutarci a ricostruirli? Sono convinta che anche il corpo faccia la sua parte in questa elaborazione. E non parlo del servizio offerto quando si impara meccanicamente un’esperienza, come andare in bici. C’è altro, e credo che la nostra relazione con il presente influisca: alcune cose le ricordo perché avevo già deciso, inconsciamente e con il muscolo del cuore, che sarebbero state pillole dal passato perché troppo preziose per dissolversi.

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Mio nonno avrà fatto lo stesso, perché, nonostante la mente offuscata, sapeva comunque dove si trovava. Sottobraccio, per le strade che una volta conosceva a memoria, non era affatto perso. Nel giardino costruito insieme a mia nonna, per oltre cinquant’anni, ha seminato un percorso luminoso per il cuore. Sfido chiunque a ritrovarsi, a quasi novant’anni, dopo 1.200 km, un letto, un armadio, un cibo diverso, e a non sentirsi distante, disabituato. Eppure qualcosa è rimasto. Anche se non ricorda Disneyland, Giverny, le arrampicate sulle giostre, lo shopping esagerato a cui era obbligato a prendere parte, la sua «memoria sensibile» ha resistito a tutto, anche al lutto.

Con mia madre ci siamo dette più volte che questa sarebbe stata la sua ultima volta a Parigi, forse per avere meno paura dell’avvenire, ma vorrei davvero che non lo fosse. E, in un certo senso, non lo sarà, perché l’eredità che hanno costruito, il loro giardino prezioso, non ha fattezze materiali, non è statica o vincolata a un’unica vita. Si muove con me, con noi. La prospettiva cambia, il tempo si restringe, tutto si sovrappone e mi ritrovo con migliaia di fotografie insieme negli stessi luoghi, e penso che sarà così per sempre, con o senza i nostri corpi vicini. È bellissimo poter sentire più respiri in una volta sola.

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