«La nostra società sta invecchiando e, di conseguenza, il carico di malattie è in aumento». Non usa mezzi termini il professor Mark Nelson, docente a contratto presso la facoltà di sanità pubblica e medicina preventiva della Monash University a Melbourne, in Australia, per descrivere la situazione della popolazione mondiale.

Si riferisce in particolar modo alla fascia d’età dai 70 anni in su, protagonista di uno studio clinico pionieristico di cui Nelson è coautore, presentato sul New England Journal of Medicine e presentato al Congresso della Società Europea di cardiologia in Germania. La ricerca riguarda l’assunzione di un comune farmaco, utilizzando per abbassare il colesterolo cattivo, per ridurre il rischio di infarti o ictus. Inoltre, il rischio di effetti collaterali non è particolarmente rilevante.
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Si chiamano statine e sono già prescritte a persone di età inferiore ai 75 anni d’età che rispondono a determinati criteri di rischio come la presenza di diabete e colesterolo alto, per prevenire eventi cardiaci gravi come infarto, ictus o interventi chirurgici importanti. Quel che i medici non sapevano, almeno fino ad ora, era se fosse sicuro prescriverle a persone dai 70 anni in su sane e che non avevano mai avuto episodi cardiaci di nessun tipo, prevenendoli in futuro. «Avevamo bisogno di dati specifici per questo gruppo per verificare se la prescrizione di statine a scopo preventivo sia efficace» dichiara il professor Nelson, che sottolinea quanto gli anziani siano stati a lungo sottovalutati come protagonisti del tema. Quarant’anni fa infatti le malattie cardiache colpivano soprattutto la popolazione di mezza età, in particolare i fumatori, e per questo le campagne di sanità pubblica si concentravano maggiormente sulla prevenzione delle morti premature. Inoltre, gli anziani spesso assumono farmaci per le più disparate patologie, il che rendeva più complessa e rischiosa la sperimentazione di nuovi trattamenti.

Lo studio ha coinvolto quasi 10mila partecipanti di età superiore ai 70 anni, reclutati in tutta l’Australia con l’aiuto di più di 3mila medici. A ogni partecipante è stata somministrata una statina al giorno e un placebo, in uno studio noto come clinico randomizzato controllato. Durato dieci anni, lo studio ha rilevato che il farmaco riduceva del 30% il rischio di un primo intervento cardiovascolare maggiore nelle persone di età superiore ai 70 anni. In pratica per ogni 37 anziani, trattati per quasi sei anni giornalmente con statina, si può prevenire un intervento cardiaco grave.
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Il professore James Chong, cardiologo presso l’ospedale Westmead di Sydney, ha affermato che se la ricerca «portasse a un maggiore utilizzo delle statine a livello globale, la riduzione assoluta degli eventi potrebbe essere significativa». Ha detto: «Uno dei principali cambiamenti che potrebbero derivarne, a mio avviso, è una maggiore fiducia da parte dei pazienti anziani nell'assumere statine a lungo termine». Tuttavia frena su quanto questa ricerca sia stata selettiva e non possegga variabili da analizzare: «Dobbiamo tenere presente – ha spiegato - che si trattava di una popolazione quasi esclusivamente bianca, con un'età media di circa 75 anni, quindi i risultati potrebbero non essere generalizzabili a livello globale senza ulteriori prove a supporto».
Secondo i ricercatori sarebbe opportuno che ogni anziano discutesse con il proprio medico di base l’assunzione di statine. Molti si sono dimostrati riluttanti, influenzati da informazioni errate secondo cui le statine provocano la demenza, ma tra i vantaggi dello studio Monash c’è quello di non aver rilevato differenze significative tra gli anziani che hanno assunto statina e anziani che hanno assunto il placebo.
Ma c’è un neo. Tom Marwick, cardiologo presso il Royal Hospital di Horbart, ha sottolineato quanto per lui sia stata una delusione il fatto che tra i risultati, sebbene la comparsa di eventi cardiaci sia stata ridotta, la sopravvivenza senza disabilità è stata la stessa tra i partecipanti, indipendentemente da che cosa avessero assunto. In pratica il farmaco non allunga la vita o migliora la qualità della stessa. Ha affermato: «Possiamo ridurre gli eventi cardiovascolari, ma i problemi di salute legati all'invecchiamento sono meno gestibili».
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