Stavamo tornando da Zenica dove eravamo rimasti per tutto il primo tempo. Preoccupati, impauriti, paralizzati di fronte a un’altra Bosnia ma di ben altro livello. Era il Belgio straripante di qualità, però il fantasma era lo stesso, erano gli stessi: le tre esclusioni dal Mondiale e il senso opprimente del fallimento. Si può pure fare finta che sia acqua passata, ma invece è sempre lì, ce l’abbiamo ancora alla gola. E mentre nella ripresa ce ne stavamo liberando, mentre eravamo sul punto di riprendere anche il risultato, un altro errore (di Barella) ci ha definitivamente rispedito laggiù, a Zenica. Due a zero per il Belgio, la ripartenza di Mancini ha un brutto sapore.
Nel primo tempo abbiamo preso un’altra ripassata, il Belgio ci ha massacrato e se all’intervallo eravamo sotto di un solo gol (bellissimo, peraltro) era soltanto per merito di Donnarumma. Eravamo niente di fronte a una squadra che, come Van Bommel aveva annunciato alla vigilia, è venuta a Roma non solo per vincere ma anche per dominare. Al 45', 13 tiri a 4 più un’altra clamorosa differenza: almeno la metà dei tiri del Belgio erano occasioni da gol, dei nostri manco una.
Quella prima parte di gara ci ha riportato alle notti tenebrose troppe volte vissute. Gli azzurri hanno commesso errori inaccettabili, nei passaggi, nelle posizioni, nei movimenti, era una squadra scombinata che stava lottando non solo contro il Belgio, ma anche contro le sue infinite paure. Il tentativo di Mancini di far debuttare un ventenne in mezzo al campo è andato male fin dall’inizio, Romano ha perso subito il contatto da De Bruyne che ci ha dato una straordinaria lezione di calcio. Se Allegri ha visto il suo belga, si sarà imbufalito: a Firenze, nell’ultima di campionato, quasi non si reggeva in piedi, ieri sera erano gli altri che cadevano ai suoi piedi. Romano ha sbagliato il primo controllo e poi gli ha regalato la palla che De Bruyne ha trasformato nel passaggio per la rete di Godts.
Da noi non nascono più i De Bruyne e tanto meno i Godts, ma ieri ha sbagliato soprattutto la squadra. Non era presente a se stessa. Sul palleggio, sulle verticalizzazioni, sulla velocità, sui contrasti, sulle idee, sulla qualità pura per 45 minuti non c’è stata partita. Atteggiamento incomprensibile, molle, senza orgoglio, senza rabbia. Serviva altro, servivano coraggio, fiducia, compattezza e soprattutto attenzione: nello spazio che il centrocampo azzurro lasciava a quello belga è nata la nostra disfatta.
Era diversa l’Italia del secondo tempo, aveva un’altra faccia, un’altra energia. Tutto quello che era mancato all’inizio, ora c’era, comprese le occasioni per pareggiare. Ma nel momento di maggior pressione, un’altra palla persa si è trasformata in una fantastica ripartenza del Belgio e a metà ripresa sul gol di Lukebakio (bello anche questo) si sono spente le nostre speranze.
È stato un altro momento che dimostra quanto l’Italia debba lavorare dentro se stessa: preso quel gol, si è fermata di nuovo. Si è persa di nuovo. Nessuna reazione fino a una manciata di minuti dalla fine.
Mancini ha voluto a tutti i costi tornare su quella panchina e non rimpiangerà la sua scelta. Ma non basta il suo lavoro, non bastano le sue idee. Ci vuole tempo e a vederla ieri sera ce ne vuole ancora tanto. Ora però dobbiamo farci forza ed evitare di rassegnarci alle nostre continue sconfitte. Non siamo forti, ma non siamo nemmeno quelli del primo tempo.