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L’agenda è il romanzo dell’autunno


Ogni stagione ha un modo per convincersi che il futuro sia, se non controllabile, almeno consultabile. L’inverno regala calendari. La primavera prenota viaggi. L’estate legge gli oroscopi. L’autunno compra un’agenda sedici mesi.

L’agenda sedici mesi è il più ottimista tra gli oggetti inventati dall’umanità per gestire il tempo. Gli orologi si limitano a misurarlo. Gli smartphone a riempirlo. Lei presume che sapremo usarlo. E non solo per un anno: per un anno e un terzo.

La storia comincia sempre nello stesso modo. Entriamo in cartoleria con la sensazione di non avere bisogno di nulla. Di certo non di un’agenda. Sfioriamo la copertina come si accarezza il cofano di un’auto in concessionaria. Annusiamo la carta. Ne usciamo puntualmente con una Moleskine, una Filofax, una Hobonichi o una Hermès, dopo aver calibrato, sempre con sorprendente precisione, il rapporto tra budget e autostima.

Cerchiamo la penna giusta, perché nessuno scrittore inizierebbe un romanzo con una Bic masticata e nessuno di noi vorrebbe inaugurare la propria nuova esistenza con l’inchiostro sbagliato.

“Quest’anno sarà diverso”, pensiamo aprendo la prima pagina, senza scriverlo davvero.

Il vantaggio di cominciare a settembre è che a gennaio l’anno ci ha già deluso troppe volte. Settembre è un gennaio più credibile.

Ogni agenda appena iniziata ci convince che il futuro possa essere scritto meglio, semplicemente perché ci impegneremo di più nella calligrafia. È lo stesso principio per cui da bambini pensavamo che un quaderno nuovo ci avrebbe resi più bravi in matematica.

Per qualche settimana ci comportiamo come se fosse appena uscita una nuova stagione della serie liberamente tratta dalla nostra vita, in cui faremo stretching due volte al giorno, rileggeremo Tolstoj senza saltare le descrizioni, risponderemo alle email entro ventiquattr’ore e prenoteremo il dentista prima che le otturazioni prenotino noi.

Un’agenda è puro autumncore: ha la simmetria, le palette e quella fiducia quasi infantile nelle etichette che solo Wes Anderson e gli erbari di foglie di ginkgo sembrano condividere. Ma la vita non è né Grand Budapest Hotel né il reparto stationery di Smythson.

Per dirla tutta, la vita ha da sempre un problema con le agende. Le considera un’ingerenza. Non vede l’ora di sostituire la nostre bozze con la sua bella copia. Bella, si fa per dire. Aspetta con pazienza che scriviamo “ore 18: palestra”, poi organizza un acquazzone, un collega che telefona, un aperitivo improvvisato. La vita ha un talento speciale per trasformare una giornata perfettamente impaginata in un manoscritto pieno di ripensamenti. Arriveranno così le tanto temute frecce sposta-appuntamento. Le cancellature à la Isgrò. Qualche tagliuzzo à la Fontana. Gli asterischi. Le nuvolette. I “forse”. I “vediamo”.

Dopo un paio di mesi dall’acquisto la nostra agenda ci sembrerà scritta da uno sconosciuto. Ogni pagina datata ancora libera sarà terra di nessuno. Sul 12 giugno scriveremo “olio al tartufo???”. Sul 28 marzo annoteremo la password del Wi-Fi di una casa in cui forse non torneremo più. Sull’intero planner settimanale da lunedì 10 a domenica 16 maggio: “chiedere a Marta il nome di quella pianta”.

L’ordine cronologico verrà sospeso e, con esso, l’idea che ogni giorno debba occuparsi soltanto di sé. L’agenda scoprirà di essere stata, fin dall’inizio, qualcosa di più che un quaderno sotto copertura: un travestimento del destino. Ed è proprio allora che, smettendo di essere rilevante come progetto, comincerà a essere interessante come documento. Non racconterà più la persona che speravamo di diventare ma quella che, nel frattempo, ci è capitato di essere.

Un’agenda, tra le tante altre cose, è l’unico romanzo in cui l’autore può deludere l’eroe. Un eroe metodico, puntuale, apparentemente migliore di noi in tutto ma cui, in un sublime atto di fede, abbiamo dato il nostro nome. E noi, pur sapendo perfettamente come andrà a finire, continueremo comunque a credere in quell’eroe quel tanto che basta per entrare in cartoleria anche il prossimo autunno. “Quest’anno sarà diverso”, penseremo aprendo la prima pagina, stavolta scrivendolo veramente. Però a matita.