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L’ala stragista e l’ala moderata (si fa per dire) di Cosa nostra


Quello di Mori era un preciso messaggio lanciato a chi poteva intenderlo: la cattura di Riina era anche un monito per chiunque, tra i capi di Cosa nostra, pretendesse di trattare con lo Stato nel modo in cui Riina aveva preteso farlo, e cioè dettando le sue condizioni

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa nuova serie sarà dedicata alla sentenza d’appello sulla “Trattativa”.


Scorrendo il compendio scrutinato dal giudice di prime cure, soccorrono anzitutto le dichiarazioni rese dal Generale CANCELLIERI (comandante della Regione Carabinieri Sicilia) nel corso della conferenza stampa seguita alla cattura di RIINA il 15 gennaio 1993.

Si è accertato, attraverso la deposizione dello stesso CANCEL.LIERI, che questi, del tutto ignaro all’epoca dei contatti che gli ufficiali del R.O.S. avevano instaurato con Vito CIANCIMINO, in buona sostanza si limitò a riportare il contenuto degli appunti che erano stati predisposti dal Col. MORI; né il relativo testo era stato minimamente concordato con i magistrati presenti (incluso il nuovo Procuratore capo di Palermo).

E quindi, è farina esclusiva del sacco di MORI anche l’esplicita attribuzione a RIINA del disegno di indurre lo Stato a trattare: un proposito criminoso di cui lo stesso MORI aveva potuto avere contezza grazie e in esito ai contatti con Vito CIANCIMINO, e all’interlocuzione per suo tramite avviata con i vertici dell’organizzazione mafiosa.

Da CIANCIMINO, infatti, il Col. Mori aveva ricevuto la conferma dell’interesse di RIINA a “trattare” (“Guardi quelli accettano la trattativa”). Ma ciò non sarebbe bastato per attribuire con tale certezza a RIINA il proposito criminale (“... un piano anche, chiamiamolo in termini militari, strategico.... cui mettere in discussione l‘Autorità Istituzionale”) di indurre lo Stato a piegarsi alla violenza mafiosa, facendo inaccettabili concessioni, e così barattando la propria autorità in cambio della cessazione della minaccia all’incolumità pubblica (“Quasi a barattare, o istituire una trattativa per la liquidazione di una intera epoca di assassinii, di lutti, di stragi in tutti i settori della vita nazionale”).

In fondo, era stato proprio MORI a sollecitare quell’interesse; e quindi, il manifestare, da parte di RIINA una certa disponibilità ad assecondare quell’iniziativa non poteva etichettarsi in modo così tranciante come sintomatica della volontà di ricattare Io Stato.

Ma sotto questo profilo MORI parlava — o meglio faceva parlare in sua vece il Generale CANCELLIERI — con piena cognizione di causa, proprio perché sapeva che RIINA non solo aveva accettato l’invito ad aprire un dialogo, ma aveva fallo conoscere le sue richieste, ponendole come condizioni ultimative e non negoziabili per fare cessare la violenza mafiosa.

Quella di MORI — contrariamente a quanto ipotizza il giudice di prime cure — non era, però, una voce dal sen fuggito, ma doveva leggersi come un preciso messaggio lanciato a chi poteva intenderlo: la cattura di RIINA era anche un monito per chiunque, tra i capi di Cosa Nostra (che erano ancora quasi tutti latitanti e in grado di agire) pretendesse di trattare con lo Stato nel modo in cui RIINA aveva preteso farlo, e cioè dettando le sue condizioni, senza nessuna reale apertura ad un possibile negoziato.

Insomma, un monito all’ala stragista; ma, implicitamente, anche una mano tesa all’ala più moderata e sensibile ad un’eventuale offerta di trattare: ovvero a quanti, all’interno di Cosa Nostra fossero disponibili a negoziare certi favori, senza la pretesa di imporre unilateralmente con la violenza la propria volontà.

Ed è persino scontato che nessuno dei presenti alla conferenza stampa potesse cogliere il senso recondito di quelle dichiarazioni, ancorché si trattasse di qualificati investigatori e valorosi magistrati, dal momento che ignoravano l’antefatto, e cioè non avevano alcuna conoscenza e il minimo sentore della complessa interlocuzione che era stata avviata tra il R.O.S. e Vito CIANCIMINO, e del tenore della proposta, anzi, delle diverse proposte che erano state fatte a quest’ultimo.

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Sentenza Corte d'Appello di Palermo