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L'autopsia: "Lorena Isceri era ancora viva quando è stata gettata dal viadotto"


ROMA – Lorena Isceri era ancora in vita quando il suo ex compagno, Federico Vella, l’ha scaraventata giù dal viadotto dell’autostrada A1. È il dettaglio più agghiacciante che emerge dai primi riscontri medici effettuati sulla salma della 45enne. L’esame esterno e la Tac, eseguiti nell’ambito dell’autopsia in corso a Firenze, confermano l’inimmaginabile atrocità di quegli ultimi istanti, culminati con il tuffo nel vuoto e il successivo suicidio dell’uomo sotto gli occhi degli agenti della Polstrada.

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LA RELAZIONE MEDICA E L’IPOTESI PREMEDITAZIONE

Per le certezze scientifiche assolute bisognerà attendere la relazione definitiva del medico legale Beatrice Defraia, incaricata dal sostituto procuratore Antonio Natale, attesa tra 90 giorni. Nel frattempo, però, le indagini della Procura si concentrano sui mesi precedenti alla tragedia, rafforzando sempre di più l’ipotesi della premeditazione. Il fascicolo degli investigatori si arricchisce di elementi che testimoniano una pianificazione lucida e, col senno di poi, una tragica prevedibilità degli eventi.

MESI DI BOTTE E SOPRALLUOGHI SOTTO CASA

Il delitto non è scaturito da un raptus improvviso. Secondo quanto trapela dalle carte dell’inchiesta, la relazione tra i due era segnata da mesi di violenze e percosse subite dalla donna prima della definitiva separazione. A confermare l’ossessione dell’assassino ci sono anche dei veri e propri sopralluoghi mirati: Vella si sarebbe appostato sotto l’abitazione della vittima già tre giorni prima di tenderle l’agguato mortale nel garage di Rifredi.

LO PSICOLOGO DI COPPIA E IL RIFIUTO DI DENUNCIARE

A rendere il quadro ancora più drammatico è il tentativo estremo di Lorena Isceri di salvare il rapporto e l’ex compagno. Le carte rivelano che la coppia si era rivolta a uno psicologo di coppia: un ultimo, disperato sforzo della 45enne per cercare di “rimettere a posto le cose”, pur di non arrivare alla rottura traumatica e soprattutto per evitare di sporgere denuncia contro l’uomo che l’avrebbe poi rapita, rinchiusa nel bagagliaio e uccisa. Dettagli che emergono a tragedia avvenuta, ma che tracciano un copione di allarmi inascoltati che deve servire da monito per impedire futuri femminicidi.