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«L'azienda non è una famiglia, tra colleghi non ci vogliamo tutti bene. Mi sono fatta licenziare: non ci si può sacrificare per il lavoro»


«Non è vero che l'azienda è una famiglia o che ci vogliamo tutti bene. L’azienda non è una cosa mia, mi deve riconoscere dei diritti che corrispondono ai miei doveri». Daniela D'Amone non ha rimpianti per la decisione che è stata, in un certo senso, costretta a prendere. Office manager ed executive assistant in Woolrich per dieci anni, ha scelto di opporsi al trasferimento da Bologna a Torino dopo l'acquisizione dell'azienda da parte del gruppo BasicNet.

La sua scelta è una testimonianza di come la carriera e la famiglia siano due realtà da scindere, senza dover sacrificare la propria vita personale a ogni costo.

Il rifiuto del trasferimento

Quando l'azienda ha stabilito lo spostamento delle attività nel capoluogo piemontese, prefigurando l'uscita per chi non avesse accettato il trasloco, D'Amone non ha avuto dubbi su cosa mettere al primo posto: «Ho un figlio di 15 anni, un’età nella quale mica si può sradicare. Poi devo dire che ero stanca, gli ultimi due anni sono stati molto pesanti». Dietro al no al trasferimento c'è la voglia di tutelare un equilibrio familiare costruito nel tempo, rifiutando l'idea che la vita privata debba sempre piegarsi alle esigenze societarie.

Con la stessa determinazione ha preteso che venissero tutelati i suoi diritti di lavoratrice. Insieme ai suoi colleghi, D'Amone non ha ceduto alle pressioni e ha preteso fino in fondo il rispetto della professionalità maturata negli anni: «Credo siano stati consigliati male dai consulenti, pensare di mandare a casa la gente così è da pazzi».

Alla fine, la sua fermezza ha ripagato: «Ci è stata riconosciuta un'intesa economica importante con buonuscite proporzionali all'anzianità, consentendo anche a chi era in azienda da meno tempo di avere un sostegno».

Le ragioni dell'opposizione

Nonostante la fine del legame con un marchio che ha amato e a cui ha dedicato passione ed energia, lo sguardo di D'Amone sull'attuale mondo del lavoro rimane privo di ogni illusione. «Nel 2026 lavorare in un’azienda privata e pensare di restarci tutta la vita è una cosa da ingenui», sottolinea. Per lei, il posto di lavoro non può e non deve essere scambiato per una seconda casa: la priorità resta difendere i propri confini e la propria dignità, come persona prima ancora che come dipendente.

Ora per l'ex manager si apre un nuovo capitolo: ha già trovato un altro impiego, così come la maggior parte dei suoi ex colleghi. «Basta con la moda, sono stanca. Finalmente è finita, penso sia lo stato d’animo di tutti. Si è chiuso un cerchio nel migliore dei modi. Bisogna avere la lucidità di capire quando nella vita è il momento di dire basta».


Ultimo aggiornamento: martedì 1 settembre 2026, 20:26

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