Il paradosso di queste ore, mentre il governo Meloni sta per diventare il più longevo della storia della Repubblica, ė che stiamo vivendo una confusa contrapposizione mediatica sui suoi risultati senza che venga colto il vero valore aggiunto intrinseco di tale record di durata, che non è stato solo un plus di stabilità ma anche e soprattutto di credibilità.
Limitiamoci qui ai dati sull’economia. In realtà, abbiamo già avuto in passato dei momenti di stabilità ma purtroppo senza che, allo stesso tempo, godessimo di una adeguata credibilità internazionale, sia per demeriti nostri sia anche di chi ci giudicava in modo quasi tribunizio sulla base di paradigmi discutibili (leggasi il dogma dell’austerità assoluta dei Paesi “falchi” del Nord Europa) o perfino per propri interessi di parte (leggasi il disastroso duo Merkel-Sarkozy, che pensò prima di tutto di salvare le proprie banche prima della Grecia). Non sempre, cioè, la stabilità politica in Italia è stata sufficiente per creare la credibilità.
Stavolta è stato diverso. Le istituzioni internazionali e i mercati finanziari, che inizialmente guardavano molto preoccupati a un governo italiano di centro-destra con qualche tratto addirittura anti-europeista, hanno preso atto, anche con una certa sorpresa, che il nuovo esecutivo italiano insediatosi a fine 2022 intendeva perseguire una politica di rispetto delle regole europee, ricercando un corretto equilibrio tra crescita e rigore finanziario, senza cioè sfasciare i conti pubblici. Questa linea quasi “democristiana”, che secondo le opposizioni è stato un tradimento delle promesse elettorali (ai nostri occhi, interessati solo al bene del Paese, in realtà un cambiamento benvenuto), è stata premiata.
I MERCATI
Innanzitutto, ci hanno premiato per primi i mercati. Infatti, da fine dicembre 2022 al 3 settembre 2026 lo spread dei titoli pubblici decennali italiani è sceso di quasi 130 punti rispetto alla Germania, di oltre 160 punti rispetto alla Francia e di 66 punti rispetto alla Spagna. Addirittura, anche per le colpe proprie d’Oltralpe, paghiamo oggi meno interessi sulle nuove emissioni decennali rispetto alla Francia, che appena un paio di anni fa era considerata un investimento sicuro quasi come la Germania.
Più lentamente, a causa dei più alti interessi comparati che dovevamo offrire in passato sulle emissioni di titoli di Stato (quando eravamo poco credibili) e a causa del recente rialzo generale dei tassi di interesse, ci ha premiato anche quell’oscuro ma decisivo indicatore che è il tasso di interesse medio annuo sul nostro debito pubblico, sceso dal 2022 al 2025 di 0,3 punti percentuali rispetto alla Francia, di 0,4 punti rispetto alla Spagna e di 0,8 punti rispetto alla Germania. Infatti, dal 2022 al 2025 il nostro tasso di interesse implicito sul debito è diminuito di 1 decimale, mentre quello francese è cresciuto di 2, quello spagnolo di 4 e quello tedesco di 7.
LE AGENZIE DI RATING
Ci hanno poi premiato, ancor più lentamente ma significativamente, anche le agenzie di rating. Il che non è poco. Quanto significhi tutto ciò per l’Italia, mentre nel mondo i tassi di interesse stanno andando alle stelle e sta diventando sempre difficile per chiunque (Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Giappone in testa, cioè mezzo mondo) farsi finanziare i propri debiti (pubblici e privati), ha per noi un valore inestimabile, di cui peraltro sembrano essere coscienti in pochissimi in questo nostro curioso Paese. Ad esempio, chi sa, tra i non esperti, che nel 2025 l’Italia ha pagato 87 miliardi di euro di interessi sul proprio debito pubblico, contro i soli 67 miliardi della Francia? Ciò pur avendo l’Italia un debito inferiore di oltre 360 miliardi rispetto a quello francese. Questa assurda differenza si spiega solo con il peso dell’eredità passata, cioè di quella credibilità cattiva che l’Italia aveva e che ora sta migliorando, e di quella credibilità buona che la Francia aveva ma che ora sta perdendo. Tempo cinque anni e Italia e Francia pagheranno gli stessi interessi annui. Scommettiamo?
Per un Paese come l’Italia, che a causa della cattiva reputazione precedente, ha pagato interessi sul debito pubblico dopo il Covid per l’incredibile mole complessiva di 452 miliardi di euro dal 2020 al 2025 (pensate a quanta sanità o istruzione avremmo potuto fare con questi soldi!), contro i 296 miliardi della Francia, i 204 miliardi della Germania e i 198 della Spagna, avere migliorato la propria percezione internazionale è stato assai importante: è stata una svolta addirittura decisiva, al fine di pagare meno interessi futuri comparativamente ad altri Paesi. Ciò allo scopo di limitare l’aumento automatico del nostro debito annuo dovuto ai soli interessi, visto che il bilancio dello Stato italiano, unico nel G7, è con nostro merito in attivo già dal 2024.
DEBITO PUBBLICO
Dover pagare troppi interessi sul debito pubblico storico significa avere le mani legate, non avere spazi fiscali di manovra per poter aiutare le imprese, non poter aumentare le spese per la sanità o l’istruzione, non poter tagliare le tasse, non poter ridurre (figuriamoci!) l’età pensionabile, ecc. Chiunque in campagna elettorale vi sta promettendo di poter fare queste cose, vi sta prendendo in giro, perché i conti pubblici non lo permettono. Quando un individuo sta subendo una emorragia, la prima cosa da fare è fermarla, non vivere alla grande (leggasi fare nuova spesa pubblica). Questo è ciò che ha fatto meritoriamente questo governo con gli interessi sul nostro debito pubblico: ne ha arrestato la corsa. E lo dovrà continuare a fare anche il prossimo governo, di qualunque colore sarà, anche se in campagna elettorale le varie forze politiche prometteranno nuove spese oppure tagli (che nessuno ha mai fatto) di quelle vecchie.
Aver tenuto i conti pubblici in ordine è un dato di fatto che, all’estero, riconoscono un po’ tutti al governo Meloni, non solo le istituzioni internazionali ma anche le testate più autorevoli, dal New York Times all’Economist, dal Financial Times a Le Figaro. Tuttavia, l’Italia continua ad essere percepita come un Paese che cresce poco, essenzialmente sulla base di luoghi comuni. Idem in Italia.
Il governo non è nemmeno riuscito a spiegare tutti i progressi dell’Italia degli ultimi anni, che per la verità non sono solo quelli dal 2022 ad oggi ma degli ultimi dieci anni. I nostri numeri “veri” in questi mesi hanno dimostrato che il PIL italiano è stato terzo per crescita nel G7 da prima del Covid ad oggi e perfino il secondo per PIL pro capite. Anche adesso l’Italia sta crescendo più di altri Paesi nell’ultimo anno ma c’è chi sostiene il contrario senza conoscere i dati. Il governo attuale è riuscito a mantenere la crescita acquisita precedente del 2020-2022 dopo un costosissimo provvedimento come i superbonus edilizi. Sì, magari il PIL dal 2022 ad oggi è cresciuto un po’ meno di prima ma non è calato come sarebbe potuto succedere senza i 50 miliardi annui di investimenti in edilizia in più venuti a mancare di colpo nel 2024 una volta finiti i superbonus. Ciò è potuto avvenire grazie alla riuscita esecuzione del PNRR e alla tenuta dei consumi delle famiglie, supportati dal mercato del lavoro. L’occupazione, infatti, è ai massimi storici e la disoccupazione ai minimi.
L'INDUSTRIA
L’industria italiana è forte ma paradossalmente è in difficoltà a causa della più grande crisi euro-tedesca che ci sovrasta e ci rallenta, benché non ci faccia perdere competitività. Tant’è è che comunque abbiamo sorpassato il Giappone nell’export e la bilancia commerciale italiana con l’estero cresce mese dopo mese, nonostante i dazi di Trump e le guerre in giro per il mondo. Il turismo va fortissimo, abbiamo surclassato la Spagna dal 2019 ad oggi. La nostra posizione patrimoniale sull’estero non è mai stata così alta. Non è più l’Italia con le ruote sgonfie di quindici anni fa. Non è, ovviamente, solo merito del governo Meloni, è merito soprattutto degli italiani, di imprese e lavoratori. Perciò, sarebbe ora che smettessimo di fare ogni giorno degli inutili fact checking sull’operato del governo di turno. Ma che ci occupassimo di cose più serie, cioè di come andare avanti, possibilmente bene come nell’ultimo decennio, con qualunque governo verrà.
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