L’Europa non sarebbe attualmente nelle condizioni di sostenere una guerra di logoramento prolungata contro la Russia. È l’allarme emerso durante una conferenza dedicata al futuro della cooperazione militare europea, convocato dal Munich Security Conference. Il dibattito - come riportato in un lungo approfondimento su The Guardian si è svolto a porte chiuse e secondo la regola di Chatham House, ovvero le dichiarazioni sono state riportate senza identificare gli oratori e ha visto la partecipazione di responsabili della difesa e specialisti della sicurezza che collaborano con la Nato.
Alla base del pessimismo c'è soprattutto la percezione di una scarsa preparazione delle opinioni pubbliche europee ad affrontare un conflitto di lunga durata. Secondo quanto riferito durante l'incontro, una guerra prolungata potrebbe mettere alla prova non soltanto le capacità militari dei Paesi europei, ma anche la disponibilità dei cittadini a sostenere costi economici e sociali elevati.
Per questo motivo, i pianificatori della Nato sarebbero costretti a prendere in considerazione scenari nei quali un eventuale conflitto dovrebbe essere relativamente breve.
A rendere ancora più complessa la situazione è la convinzione, espressa da diversi esperti, che la Russia possa stare guadagnando terreno nella cosiddetta guerra ibrida contro l'Occidente.
Il termine comprende una serie di strumenti che vanno ben oltre le operazioni militari tradizionali: attacchi informatici, disinformazione, manipolazione sui social network, utilizzo dell'intelligenza artificiale, interferenze nelle infrastrutture critiche e operazioni volte a influenzare il dibattito politico interno.
Non solo, un ex componente del governo britannico avrebbe ammesso che l'Occidente è stato «crap», cioè estremamente inefficace, nel spiegare ai cittadini la portata del confronto ibrido con Mosca mentre un diplomatico britannico avrebbe invece accusato i governi che si sono succeduti a Londra di non aver fatto abbastanza per illustrare alla popolazione la dimensione della minaccia.
Il risultato, secondo quanto emerso dalla discussione, è una situazione particolarmente difficile: i governi devono convincere cittadini poco preparati a sostenere maggiori spese per la difesa, anche eventualmente a scapito di altre voci della spesa pubblica.
La questione militare si intreccia inevitabilmente con quella politica perchè la crescita delle forze populiste e di destra in alcuni dei principali Paesi militari europei rischia infatti di complicare i progetti per una maggiore integrazione della difesa continentale.
Molti dei partiti populisti europei, tra cui Alternative für Deutschland (AfD) in Germania, hanno posizioni considerate favorevoli alla Russia e chiedono la fine del conflitto in Ucraina.
Secondo alcuni partecipanti alla conferenza, Mosca sarebbe riuscita a sfruttare le preoccupazioni e le fragilità delle società europee, sia a destra sia a sinistra e tra i temi maggiormente sfruttati ci sarebbero il costo della vita, i salari bassi e la crescente stanchezza legata alle conseguenze economiche della guerra in Ucraina.
Il timore è che questa dinamica possa avere un peso anche nelle prossime consultazioni elettorali, in particolare in Polonia, Francia e Italia, dove i movimenti populisti potrebbero rafforzare ulteriormente la propria posizione.

In questo contesto, il Munich Security Conference, organizzazione indipendente ma molto influente nel settore della sicurezza internazionale, sta sostenendo l'idea di una maggiore collaborazione tra cinque delle principali potenze militari europee.
Difatti il cosiddetto gruppo E5 comprende Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito e potrebbe diventare uno degli strumenti attraverso cui rafforzare il coordinamento della difesa europea, coinvolgendo anche Londra nonostante l'uscita dall'Unione europea.
I ministri della Difesa dei cinque Paesi si incontrano già regolarmente, ma la collaborazione è ancora in una fase iniziale e tra gli obiettivi c'è anche la possibilità di sviluppare e acquistare congiuntamente capacità che oggi dipendono in larga misura dagli Stati Uniti, come la difesa integrata contro missili e attacchi aerei, i sistemi di attacco di precisione a lunga distanza e i sistemi spaziali di allerta precoce.
Il futuro del progetto dipenderà però anche dalle decisioni di Washington, nei prossimi mesi sono infatti attese indicazioni sul possibile ridimensionamento dell'impegno militare statunitense nella difesa convenzionale dell'Europa.
Wolfgang Ischinger, presidente del Munich Security Conference, ha descritto la situazione europea come una fase di stagnazione in un momento in cui le minacce esterne stanno assumendo una dimensione sempre più seria.
Secondo Ischinger, l'E5 potrebbe rappresentare un modo per riunire i Paesi europei dotati delle maggiori capacità industriali nel settore della difesa e, in prospettiva, coinvolgere anche l'Ucraina, soprattutto nel caso di una tregua.
Kyiv viene infatti considerata oggi titolare di una delle forze armate più esperte e moderne del continente, dopo anni di guerra contro la Russia e l'oobiettivo sarebbe quindi trasformare l'esperienza maturata sul campo dagli ucraini in una risorsa per rafforzare la sicurezza europea.
L'idea dell'E5, secondo i suoi sostenitori, non dovrebbe sostituire né duplicare la Nato e rimane tuttavia il timore che gli Stati Uniti possano guardare con diffidenza alla costruzione di un pilastro europeo più forte all'interno dell'Alleanza.
Tra i Paesi maggiormente preoccupati dagli effetti della guerra ibrida russa c'è anche l'Italia.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che il Paese è sottoposto quotidianamente ad attacchi informatici e ha avvertito del rischio di possibili interferenze russe nelle prossime elezioni politiche italiane, che potrebbero tenersi già ad aprile.
«Ci sono molti modi di fare una guerra ibrida, non si fa con bombe, aerei o carri armati» - ha spiegato Tajani. Anche il ministro della Difesa Guido Crosetto ha più volte sottolineato la necessità di riconoscere la portata delle attività russe. Durante il vertice Nato di Ankara, in estate, aveva affermato che l'Italia non dispone ancora di sufficienti «anticorpi» contro questo tipo di minacce e che il fenomeno sarebbe stato favorito dalla diffusione dei social network.
Secondo Crosetto, Mosca è ormai in grado di agire contemporaneamente su numerosi fronti, dalla disinformazione online all'intelligenza artificiale, dalla cybersicurezza ai database fino alle infrastrutture critiche.
Lo stesso ministro ha però invitato a non commettere un altro errore: attribuire automaticamente ogni malessere delle società occidentali alla propaganda russa.
La Russia, secondo Crosetto, starebbe sfruttando problemi reali già presenti nei Paesi europei, come i bassi salari e il costo della vita e la crescente opposizione alle politiche dei governi e la stanchezza per il costo della guerra in Ucraina non possono quindi essere spiegate esclusivamente attraverso la disinformazione di Mosca.
In Italia, uno dei politici considerati più vicini alle posizioni favorevoli alla Russia è Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, la cui presenza politica viene considerata un possibile elemento di instabilità per la maggioranza guidata da Giorgia Meloni.
Vannacci ha respinto con ironia le accuse di essere un possibile veicolo della propaganda russa commentando l'ipotesi di essere un «Manchurian candidate» inviato da Mosca, ha sostenuto che criticare le politiche di Bruxelles non dovrebbe essere automaticamente considerato un atto di disloyalty nei confronti dell'Occidente.

Nel frattempo, il governo italiano sta cercando anche di modificare il modo in cui viene percepito il sostegno all'Ucraina. Crosetto ha coinvolto come consulente gratuito per l'innovazione Mykhailo Fedorov, ex ministro della Difesa ucraino e figura vicina al presidente Volodymyr Zelensky.
L'obiettivo è valorizzare le competenze sviluppate dall'Ucraina durante il conflitto e trasformarle in una risorsa per la modernizzazione delle forze armate europee e l'Ucraina viene infatti considerata un vero e proprio laboratorio della guerra contemporanea, soprattutto per quanto riguarda l'utilizzo dei droni e delle nuove tecnologie.
Nel Paese vengono costruiti circa 200mila droni al mese, con l'obiettivo di superare i 7 milioni di unità prodotte nel 2026.
Intorno a questo settore è inoltre cresciuta una rete di circa 500 piccole e medie imprese, molte delle quali assemblano droni anche in piccoli laboratori utilizzando prevalentemente componenti di produzione cinese.
Il quadro emerso dalla conferenza mette quindi insieme due problemi strettamente collegati: da una parte la necessità di rafforzare rapidamente le capacità militari europee, dall'altra la difficoltà di preparare le società a sostenere un confronto che potrebbe protrarsi nel tempo.
La possibile riduzione dell'impegno americano, la crescente capacità russa di condurre operazioni ibride e l'avanzata dei movimenti populisti rappresentano sfide che rischiano di complicare ulteriormente il progetto di una difesa europea più autonoma.
La questione non riguarda quindi soltanto quanti soldati, carri armati o sistemi missilistici l'Europa sarebbe in grado di schierare. In caso di conflitto prolungato, diventerebbe fondamentale anche la capacità dei governi di mantenere il consenso della popolazione, sostenere l'economia di guerra e proteggere le proprie società dalle interferenze esterne.
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