I gruppi umanitari lo ripetono da mesi: le due guerre, quella in Iran e quella in Ucraina, avrebbero portato a una crisi alimentare e a un aumento dei prezzi. Ora si aggiunge El Niño. Tre fattori che raramente si muovono insieme si stanno sovrapponendo nello stesso periodo: la guerra nel Mar Nero, il blocco dello Stretto di Hormuz e il fenomeno climatico che minaccia i raccolti da qui a fine anno. Nessuno dei tre basterebbe da solo a spingere l'inflazione alimentare globale. Insieme, secondo gli analisti sentiti da Cnbc nei giorni scorsi, potrebbero riuscirci.
Si parte dal cosiddetto corridoio del grano. Zelensky ha detto ai giornalisti di essere pronto a negoziare una tregua su energia e agricoltura, ma di non vedere la stessa disponibilità da parte russa. Il presidente ucraino ha descritto una logica quasi meccanica: Mosca ha colpito il corridoio del grano, Kiev ha risposto colpendo gli impianti petroliferi russi e la flotta ombra, e ora nessuno dei due Paesi vuole muoversi per primo.
I numeri lo confermano: nei primi 18 giorni di agosto l'Ucraina ha esportato circa 522mila tonnellate di cereali, appena il 20% del suo potenziale, secondo il ministro dell'Agricoltura Taras Vysotskyi. La media giornaliera è scesa a 29mila tonnellate contro le 91mila dello stesso periodo dello scorso anno. Kiev stima di poter perdere fino a 10 miliardi di dollari di ricavi nella stagione, e l'Unione europea rischia un deficit di mais fino a 5 milioni di tonnellate che l'Ucraina, in condizioni normali, avrebbe potuto coprire da sola.
Sul lato russo va peggio. Gli attacchi su Novorossiysk hanno messo fuori uso terminal con una capacità di 25 milioni di tonnellate l'anno, e tra il 90 e il 97% della capacità di export nel bacino Azov-Mar Nero risulta oggi bloccata. Mosca ha spedito circa 900mila tonnellate di grano tra il 1° e il 17 agosto, contro 4,4 milioni nello stesso mese del 2025, un calo di due volte e mezzo. Gli analisti russi prevedono che agosto 2026 chiuderà con le esportazioni di grano più basse dal 2010.
Il presidente dell'Unione russa dei cerealicoli, Arkady Zlochevsky, ha definito la situazione catastrofica per gli agricoltori: i magazzini si riempiono, la domanda si è fermata, e i prezzi interni del grano sono scesi da 15mila a 12mila rubli a tonnellata in un anno. La Russia sta cercando di dirottare le spedizioni verso il Baltico, il Caspio e l'Estremo Oriente, ma nessuna di queste rotte può sostituire la capacità perduta a sud.
Il secondo fattore è meno visibile ma pesa quanto il primo. Il blocco dello Stretto di Hormuz, insieme al conflitto in Medio Oriente, sta facendo salire il prezzo dei fertilizzanti, diventato secondo l'economista di CoBank Jacqui Fatka un rincaro strutturale, non temporaneo. Si somma il livello dell'acqua troppo basso su Danubio e Reno, che incide anche sui trasporti fluviali. Il costo di produrre grano sale più in fretta del prezzo a cui i coltivatori riescono a venderlo, ed è esattamente lo squilibrio che spinge a piantare meno l'anno prossimo, non di più.
Il terzo fattore è climatico. In Brasile uno studio di Rabobank stima che un El Niño forte potrebbe far salire i prezzi dei prodotti freschi fino al 20%, aggiungendo quasi un punto percentuale all'indice ufficiale dell'inflazione. Negli Stati Uniti la primavera troppo piovosa ha già complicato la resa del mais.
Il mercato sconta insieme un problema di offerta bellico e uno climatico, cosa che raramente accade nello stesso anno. Sui listini si vede già. Il grano tenero europeo è salito dell'8% in un mese, fino a 258 dollari a tonnellata, con punte a 276. A Chicago i future sono passati da 6,25 dollari a bushel a fine maggio a superare brevemente i 7, restando comunque sotto il massimo di maggio 2024 e lontani dal record del 2022.
Gli effetti sull'inflazione, per ora, restano contenuti. Ucraina e Russia continuano a esportare qualcosa via Danubio, ferrovie, Baltico e Caspio, e il mercato non dovrebbe reagire in modo brusco prima di settembre, a raccolto globale concluso. Ma se il blocco continuerà fino a fine anno, gli analisti parlano di decine di milioni di tonnellate che potrebbero mancare, con un impatto sui soli costi logistici stimato in 16 miliardi di dollari.
In Italia il rischio si scarica soprattutto sulla pasta. Il grano duro nazionale, che segue una dinamica opposta a quella internazionale ed è già sotto i costi di produzione, rischia di ridursi proprio mentre i pastifici che importano dall'estero pagheranno un mercato più caro.
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