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26 luglio 2026
Non basta la sbroccata dell’ex ministro Pd, Pierluigi Bersani, che non parla di morto a Bologna, ma di «ucciso», e se la prende con l’attuale maggioranza perché non avrebbe svolto il ruolo di poliziotto. A tornare sugli scontri nel capoluogo emiliano, successivi alla grande adunata per Fakir, è Romano Prodi. Il padre dell’Ulivo, intervistato dal Quotidiano Nazionale, si veste da avvocato del primo cittadino Matteo Lepore, ovvero l’amministratore che prima lancia l’appello a manifestare e poi si dimentica di avvertire la Prefettura. Fin qui, considerando le prese di posizione del campo largo degli ultimi giorni, nulla di sorprendente.
La novità, invece, arriva quando l’ex presidente del Consiglio, dopo aver ricordato come la scorsa domenica si siano svolti due cortei totalmente diversi e isolati tra loro, alla domanda del giornalista su chi abbia messo a ferro e fuoco Bologna, si augura che «le identificazioni consentano al più presto di capire la matrice degli scontri». Un’affermazione che, come ben spiegato in un articolo a firma di Giovanna Ianniello, pubblicato sul Secolo d’Italia, ha un peso specifico. Che cosa intende dire il "Professore"? Non sono stati antagonisti, collettivi e centri sociali a compiere le devastazioni e gli attacchi alle forze dell’ordine, pur avendoli rivendicati? E, se non c’entrano nulla, come sembrerebbe suggerire il padre storico del mondo dem, chi è stato a ferire oltre 70 divise? Sarebbe, infatti, gravissimo se il centrosinistra facesse finta di non vedere come certi ambienti estremi possano diventare pericolosi, puntando invece il dito contro chi li combatte.
Anche in questo caso, però, analizzando le rassegne stampa, si nota come la lettura dell’ex premier non sia del tutto isolata. Basta leggere titoli e articoli dei quotidiani vicini a una certa parte politica per notare come la narrazione su quanto accaduto nella città della Torre degli Asinelli sia abbastanza omogenea.
Partiamo dalla testata "Domani", che apre con il titolo «Se si muore nelle mani dello Stato», mettendo in evidenza la «follia securitaria di Meloni & Co.» e, soprattutto, riportando tra virgolette, le parole attribuite ai parenti di Fakir: «L’hanno ammazzato». Un’accusa chiarissima nei confronti degli agenti, sebbene non sia stata ancora pubblicata la perizia, né sia stata fatta piena chiarezza dalle autorità competenti e dalla magistratura.
Molto simile è l’apertura di "Repubblica": «Morire nelle mani dello Stato». L’impostazione del quotidiano diretto da Cappellini sintetizza una narrativa che appare fortemente colpevolista nei confronti di chi ha svolto il proprio dovere, dovendo immobilizzare un omone robusto sotto l’effetto di stupefacenti, peraltro senza provocargli neppure la frattura di una costola. L’attacco in prima della testata preferita dai progressisti, d’altronde, vale più di mille parole. «Aiuto, basta, sono le ultime parole di Abderrahim», recita l’incipit del pezzo che apre l’edizione di lunedì 20 luglio. Il successivo post dell’editorialista Massimo Giannini, poi, è chiarificatore. L’opinionista, condividendo un articolo del giornale per cui lavora, evidenzia come «l’Italia meloniana ha finalmente il suo George Floyd» (ndr, l’afroamericano che perse la vita durante un violento arresto della polizia).