
Mentre Barilla introduce nuovi permessi per accompagnare i figli, assisterli quando sono malati e prendersi cura dei genitori con più di 75 anni, un professionista del Varesotto vede quasi azzerarsi la propria attività per assistere la madre affetta da una forma di demenza. Non perché gli manchi la voglia di lavorare. Perché è un libero professionista.
Ogni settimana trascorsa nella città d’origine della famiglia, dove vive la madre, è una settimana che non fattura. Ogni cliente perso è reddito che difficilmente tornerà. Ha provato a condividere l’impegno con gli altri familiari, ma alcune malattie non concedono tregua. È diventato ciò che oggi chiamiamo caregiver. Ed è una condizione destinata a diventare sempre più comune. La sua storia dimostra che il caregiving non ha genere. Ma la realtà continua a raccontare che il peso della cura ricade soprattutto sulle donne.
Per decenni la maternità è stata uno dei principali punti di frattura nelle carriere femminili. Quel problema non è stato risolto. Ora se ne aggiunge un altro: l’assistenza a genitori sempre più anziani, fragili e non autosufficienti.
La penalizzazione non si concentra più soltanto all’inizio della vita lavorativa. Ritorna tra i 45 e i 65 anni, proprio quando esperienza, responsabilità e competenze raggiungono spesso il loro massimo valore. Molte donne si trovano strette tra figli non ancora autonomi e genitori che non possono più essere lasciati soli. La grande questione sociale dei prossimi anni non sarà quindi soltanto come conciliare lavoro e maternità. Sarà sempre più come conciliare lavoro e cura delle persone anziane e non autosufficienti.
Per questo il recente accordo Barilla merita attenzione. Non soltanto per i permessi introdotti, ma perché fotografa un cambiamento che alcune grandi aziende stanno iniziando a vedere prima della politica: la conciliazione tra vita e lavoro non riguarda più soltanto i figli piccoli, ma sempre più anche i genitori fragili.
E proprio qui nasce la domanda. Che cosa succede a chi non lavora per la Barilla? Che cosa succede a una partita IVA, a un artigiano, a un commerciante, a un piccolo imprenditore o al dipendente di una piccola azienda? Per loro ogni giorno dedicato alla cura significa spesso reddito perso, contributi non versati, clienti che si allontanano e, a volte, un’attività costruita in anni di lavoro che lentamente si dissolve.
Non è soltanto un problema familiare. Quando una persona riduce o abbandona il lavoro per assistere un genitore, il Paese perde competenze, produttività, fatturato e gettito fiscale. Senza i caregiver, il sistema sanitario e sociale italiano non reggerebbe. Eppure il loro lavoro continua a essere trattato come una risorsa privata, gratuita e inesauribile.
In Paesi come Germania e Francia esistono forme più strutturate di assicurazione, congedo e sostegno economico per la non autosufficienza. In Italia il dibattito è finalmente aperto, ma continuiamo a guardare soprattutto ai diritti della persona assistita.
È arrivato il momento di mettere al centro anche chi assiste. Perché il caregiver non è soltanto un familiare generoso. È una persona con un lavoro, una salute, un reddito e un futuro da proteggere. La domanda, allora, non è se Barilla abbia fatto bene. La risposta è sì. Molto, molto bene.
La vera domanda è se il diritto di prendersi cura di un genitore senza perdere il proprio lavoro deve davvero dipendere dal nome scritto sulla busta paga? Se la risposta è no, allora il tema dei caregiver non riguarda più soltanto le famiglie. Riguarda il futuro dell’Italia.
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