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L'Ulisse senza miti è un eroe mosso dal desiderio, non dall'astuzia


L’Ulisse senza miti è un eroe mosso dal desiderio, non dall’astuzia

Il successo che sta avendo l’Odissea di Christopher Nolan mi ha portato ad analizzare l’opera – considerata insieme all’Iliade il fondamento della cultura occidentale – in una nuova chiave, più moderna e decisamente diversa da quella degli anni al liceo.

Ogni civiltà poggia su una favola che ne racconta l’inizio, per gli antichi greci i padri fondatori della loro erano gli dèi. Costoro rappresentavano nel bene e nel male una presenza costante. Ogni volta che un uomo faceva qualcosa che nessun calcolo razionale poteva spiegare — abbandonava il proprio regno, rifiutava un ordine che non gli sarebbe costato nulla obbedire o gettava via dieci anni della propria vita su spiagge straniere — si diceva che una divinità fosse entrata in lui per condizionarlo. Atena sussurrava. Afrodite interveniva. Poseidone si adirava. Gli dèi dell’Olimpo erano l’alibi del mondo antico e la loro mano invisibile assolveva gli uomini dalla responsabilità delle decisioni più importanti.

Ma noi sappiamo bene che non era così, gli dèi non esistono! Però ci resta quel libro, anzi quei due libri: l’Iliade e l’Odissea che un fondo di verità devono pur avere, sono sempre una finestra sul mondo antico. Qualcosa ha spinto quegli uomini ad agire come hanno agito. Qualcosa trasformava i re in fuggitivi, i guerrieri in bambini imbronciati, e l’uomo più astuto del Mediterraneo in un prigioniero che piangeva su una spiaggia.

Se leggiamo l’Iliade e l’Odissea come un resoconto di potere, ignorando la mitologia, dietro ogni intervento divino c’è una donna.

Mille navi, un decennio d’assedio, due civiltà che si scontrano nella piana di Troia perché Paride, principe troiano, è tornato a casa con Elena, moglie di Menelao. Un uomo, dunque, ha preso ciò che un altro uomo possedeva e desiderava, e dato che erano entrambi potenti, un’intera economia della violenza si è mobilitata.

La causa della guerra è dunque Elena. Una guerra lunga, durata un decennio, combattuta non per conquista territoriale, controllo di rotte commerciali, appropriazione di oro o ricchezze, ma per una donna, e se vogliamo essere precisi si combatte per il desiderio di questa donna. Una storia vecchia quanto il mondo! Omero lo doveva sapeva ed ha usato Afrodite per raccontarlo perché allora come oggi queste azioni a freddo sembrano assurde!

C’è poi Achille, la cui ira è la prima parola dell’Iliade e il motore della sua trama. Perché il più grande guerriero del suo tempo si ritira dalla battaglia, siede nella sua tenda e lascia che i compagni muoiano a migliaia? Risposta: Agamennone gli ha portato via Briseide — una prigioniera, un bottino di guerra, una schiava. Il torto ufficiale è ancora l’onore: Agamennone ha insultato Achille sottraendogli il suo premio. Ma ascoltate come Achille parla di lei, ed emerge qualcosa di più di un prestigio ferito. La chiama colei che il suo cuore amava.
Qui la maschera cade del tutto. L’eroe che ridisegna la guerra lo fa non per strategia o patriottismo, ma per qualcosa che somiglia moltissimo a un cuore spezzato travestito da orgoglio. L’intera macchina militare degli Achei si inceppa perché un uomo non sopporta di perdere una donna e perché un altro non è riuscito a non sottrargliela, anche sapendo che senza Achille le possibilità di vittoria erano scarsissime.

E poi c’è l’Odissea, la storia di un uomo che cerca di tornare da una donna venendo ripetutamente trattenuto da altre donne. È questa la struttura dell’intero poema. Odisseo — Ulisse, l’uomo dai molti inganni — è definito non dai mostri che sconfigge ma dalle donne che lo trattengono.

Circe, la maga, lo tiene sulla sua isola, e l’incantesimo è per metà sortilegio; il resto è appetito. Calipso, la ninfa, lo trattiene per sette anni come amante e carceriera al tempo stesso, offrendogli l’immortalità purché resti. E la tragedia che Omero mette in scena non è che egli voglia andarsene, ma quanto tempo impiega a farlo. Ulisse è combattuto tra l’amore per la moglie e l’offerta di Calipso.

Poi arriva Nausicaa, la giovane principessa che lo trova nudo sulla riva, è chiaro che rappresenta la strada non presa — il nuovo inizio, la donna più giovane, il matrimonio che avrebbe potuto contrarre invece di quello verso cui si affanna a tornare.

A ogni tappa del viaggio, una donna è l’ostacolo, la tentazione o la salvezza. La colpa delle tempeste ricade su Poseidone. Ma il vero clima dell’Odissea è erotico e ruota intorno al passato carico di obblighi ed il presente ed possibilmente il futuro dove sbarazzarsi di questi stessi.

L’ironia finale, quella che chiude il cerchio, è Penelope. Per tutta la durata dell’assenza del marito è assediata nella propria casa da pretendenti che vogliono la sua mano, il suo letto e il patrimonio del marito creduto morto. Non ha un esercito, non ha armatura divina, non ha una nave. Ha un telaio. E con esso compie l’atto strategico più sofisticato di tutta l’epopea: promette di scegliere un marito non appena avrà terminato di tessere un sudario funebre, e ogni notte disfa ciò che ha tessuto di giorno, tenendo a bada un’intera economia predatoria con nient’altro che pazienza e inganno.

Odisseo è celebrato per la sua astuzia ma cede al desiderio sessuale che rallenta il suo ritorno. Penelope invece non cede mai, aspetta più a lungo, pensa più a fondo e resiste più di una casa piena di uomini armati con un’arte domestica, e lo fa da sola, per anni. La guerra di Penelope è più dura ed Omero gliela fa combattere senza un solo alleato e senza che alcun dio che si degni di intervenire in suo favore. Non ce ne è bisogno perché Penelope agisce razionalmente e con intelligenza. Il poema definisce Odisseo l’astuto. I fatti suggeriscono che sua moglie lo fosse di più.

Omero, in conclusione, o la tradizione che chiamiamo Omero, lavorava quasi certamente su un substrato di eventi reali — un conflitto reale, viaggi reali, persone reali, rifratti attraverso secoli di canto. E come ogni narratore di fronte a comportamenti che sfidano la spiegazione ordinaria, ricorse al soprannaturale. Eroismo, follia, ossessione, la disponibilità a bruciare un decennio della propria vita per un unico obiettivo — tutto veniva attribuito agli dèi, perché attribuirlo alla verità avrebbe significato ammettere qualcosa che il codice eroico non poteva reggere con serenità: che quegli uomini erano mossi, di continuo, dall’amore per una donna, dalla vendetta per una donna, dalla seduzione di una donna, dalla pura forza del desiderarne una.