
La lapide in piazza Amendola

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C’erano una volta, anche a Cesena due e più secoli fa, le ‘carriere’: ovvero le corse dei cavalli in città. Nell’italiano antico ‘carriera’ significa l’andatura più veloce dei cavalli: non a caso ancora oggi si dice ‘andare di gran carriera’. Erano gare sfrenate di cavalli ‘sciolti’, cioè non montati da fantini e avevano gran seguito popolare. Con tanto di scommesse. Storie antiche, però testimoniate dalla più singolare delle lapidi cittadine: la lapide della cavalla ‘sempre vincitrice… che morì per triste caso a Firenze il 23 giugno 1830’. Piccolo bassorilievo ancora oggi ben visibile all’angolo di piazzetta Amendola davanti a via Pescheria, dov’era l’abitazione del cesenate Lorenzo Amadori, detto Framadia, il proprietario della bella cavalla prematuramente scomparsa.
L’epigrafe posta sotto la lapide è, nella sua sintesi, un racconto sorprendente. Ecco perché. L’addolorato Amadori volle far sapere a tutti che la sua cavalla correva e vinceva ‘senza stimoli’: cioè? Nel linguaggio del primo Ottocento gli ‘stimoli’, detti anche ‘armature’ o ‘spaventi’, erano un tipo di doping crudele: cilici appuntiti approntati sui cavalli poco prima della ‘mossa’ (la partenza) perché corressero più veloci. Inoltre la sua era una cavalla ‘inglese’, razza allora celebre per la sua potenza in grado di prevalere, talvolta, ai più snelli ma veloci cavalli ’berberi’ (o ‘barbari’, razza araba nordafricana da secoli usata nelle stazioni di monta per migliorare velocità e prestazioni dei cavalli).
Altro indizio rivelatore. Amadori era un possidente benestante: andare a correre in Toscana con cavalla al seguito comportava trasferte lunghe e costose compensate, ma solo in caso di vittoria o piazzamento, dai più ricchi montepremi fiorentini. Il ‘corso’ (cioè il percorso principale delle ‘carriere’ cesenati) partiva da Porta Santi con arrivo dopo circa un chilometro al Palazzo del Ridotto. Quelle corse si svolgevano in occasioni rituali di feste comandate, con severe disposizioni organizzative: tenere i cani nei cortili interni, divieto di esporsi, incroci vigilati, sgombero di ogni ostacolo. Il tutto ad evitare disgrazie che, purtroppo, non mancarono. Come i reclami alla giuria per scorrettezze.
Nel 1808 la marchesa Lucrezia Guidi protestò vivacemente: alcuni lestofanti avevano spaventato con un bastone il suo cavallo che ‘era in testa e perse il premio’. I nobili cesenati Guidi e Almerici erano allevatori. Ma, come abbiamo visto, stavano emergendo come allevatori di cavalli - non solo per le corse- altri soggetti ‘borghesi’. Dopo il 1840 si tennero corse di cavalli stavolta montati da fantini. Ma soprattutto arrivava, piano piano ma irresistibilmente, la passione per le corse di cavalli con ‘i sedioli’. Eccole, le corse al trotto, gran passione dei romagnoli. E la voglia di ippodromi veri e propri, belli e godibili: come il nostro ippodromo del Savio ancora racconta. Corse di trotto però, non di galoppo: perché il galoppo chiede purosangue montati da fantini ‘pesi piuma’, e non solo. Il galoppo fu espressione di grandi casate patrizie che nella nostra terra non c’erano. Il trottatore invece era un cavallo decisamente più ‘democratico’ che appassionava un pubblico ampio, popolare: che di buoni cavalli ne sapeva, già vedendo come sgambavano prima della campanella che chiamava alla partenza.
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