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La fede di Eva Robin’s: “Dialogo su San Francesco, e rivivo la mia spiritualità”


Bologna, 22 agosto 2026 – Ha interpretato un leader nazionalista ispirato a Jörg Haider dai testi di Elfriede Jelinek, nello spettacolo “Delirio di una trans populista”, una ricca e viziata padrona di casa ne “Le Serve” di Genet, tutti e sei i ruoli ne “Il frigo” di Copi in un “monologo virtuoso” e in “Ev?”, tratto dal testo originale “God’s new frock” della drammaturga e performer transessuale britannica Jo Clifford, ha esplorato con altri attori i temi di fluidità e identità.

Eva Robin’s, bolognese classe 1958, icona queer italiana che ha anticipato di decenni il dibattito contemporaneo sull’identità transgender, è la musa del regista Andrea Adriatico che, nel nuovo lavoro insieme affida alla sua voce e al suo corpo l’emozionante “Laudato si” dedicato al creato. Si intitola “Francesco. Cantico per creature”, il nuovo spettacolo prodotto da Teatri di Vita, con il patrocinio del Comitato Nazionale San Francesco 1226-2026 per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco di Assisi, che debutterà al Todi Festival il prossimo 4 settembre 2026. Un dialogo tra due epoche che si guardano a distanza di ottocento anni attraverso uno stesso nome: Francesco.

Eva Robin’s, come si sente a interpretare una preghiera?

“Beh, credo che Andrea Adriatico mi abbia sentito varie volte raccontargli una mia abitudine, ovvero quella di ritirarmi per un po’, dopo la colazione, nella chiesa di San Francesco a Bologna, che è quella del rione dove abito, il Pratello. E’ una cosa che mi fa stare bene”.

Quindi lei prega da sempre?

“Sì, anche perché sono stata allevata da suore e preti, la preghiera ha sempre vissuto con me, poi l’amore per gli animali. Ma questo al di là del ruolo che è un ruolo come tanti altri. Forse però queste mie affinità hanno istigato Andrea Adriatico a concedermi questo privilegio, perché lo trovo anche un privilegio poter interpretare una preghiera, perché non è che faccio San Francesco”.

Qualcuno dirà… Eva Robin’s che va in chiesa!

“Ma io da lì vengo, da bambino servivo messa, a un certo punto ho pensato di prendere i voti perché credevo di avere una vocazione, ma in verità era solo la voglia della tonaca… che è una gonna, ecco perché mi piaceva”.

Cosa fa in scena?

“Dialogo, ma è come se dialogassi col Supremo, poi con me c’è una cantante”.

Cosa riscopre nel cantico?

“Cose che amavo già, gli elementi della natura che sono l’acqua, il fuoco, il vento, il perdono… non la rinuncia, però. La rinuncia ai beni, ai lussi, alle cose belle, perché si sa che se l’umiltà non passa attraverso l’umiliazione, è solo vanità. Lui si è sradicato dalle cose che venivano dalla sua famiglia, dal lusso, dal vizio anche. Sottraeva le stoffe preziose dal negozio del padre, le cuciva insieme con tessuti più poveri per nasconderne il pregio e rivenderle. Oltre a inventare il presepe Francesco deve aver inventato anche il patchwork”!

Nella scrittura, da una parte c’è Francesco d’Assisi, dall’altra Papa Francesco, il primo ad assumere quel nome nella storia della chiesa. Le piaceva papa Bergoglio?

“Sì, sentivo una grande affinità. Era dello stesso mio segno zodiacale, il sagittario, ma al di là di questa frivolezza, mi piaceva la sua umiltà. E poi non dimenticherò mai la sua passeggiata la sera del 27 marzo 2020, quando attraversò da solo la pioggia di Piazza San Pietro durante la pandemia. Come sottolinea Andrea, in quel gesto sembravano incontrarsi il Santo e il Pontefice, il passato e il presente. Ed ecco perché il nostro non è un canto “delle creature”, ma un canto “per” le creature di oggi. Per gli esseri umani e i paesaggi feriti, per chi cerca una casa, una comunità, un riconoscimento. Per chi vive la guerra, il cambiamento, la differenza, la vulnerabilità come esperienza quotidiana.