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La Groenlandia ferma le trivelle americane: il controverso progetto petrolifero sostenuto da Trump slitta al 2027


Nuuk blocca le perforazioni previste per l’inverno: Greenland Energy dovrà aspettare almeno il 2027, mentre l’iter amministrativo resta appena all’inizio

18 Agosto 2026

@Wikimedia Commons edit GreenMe

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A luglio le attrezzature erano già state spostate verso l’area di Jameson Land, nella Groenlandia orientale. Le autorizzazioni per procedere, invece, erano ancora in lavorazione. Ne avevamo parlato pochi giorni fa: il progetto petrolifero americano correva decisamente più veloce dei permessi. Adesso Nuuk ha rimesso le cose nell’ordine corretto. Nell’inverno 2026-2027 a Nunap Qeqqa, il Jameson Land, non si trivella.

Il Governo groenlandese ha stabilito che il procedimento necessario non può essere completato prima della data prevista per l’avvio delle perforazioni. Greenland Energy Company, società statunitense quotata al Nasdaq e operatrice del progetto, ha quindi comunicato alla Securities and Exchange Commission che l’obiettivo per ottenere i permessi slitta all’inverno del 2027. Nel documento si parla di una revisione «più estesa e completa» richiesta dalla complessità del progetto. L’Artico, evidentemente, non si perfora seguendo il calendario degli investitori.

Il progetto è ancora all’inizio dell’iter

Il dettaglio che misura meglio la distanza tra i programmi annunciati e una trivella realmente autorizzata sta nell’iter amministrativo. Il Governo della Groenlandia ha pubblicato una pagina dedicata al progetto Nunap Qeqqa/Jameson Land: il percorso verso una possibile autorizzazione comprende undici passaggi, tra documentazione, valutazioni di impatto ambientale e sociale, consultazioni pubbliche e ulteriori approvazioni. Il progetto risulta ancora nella fase iniziale.

Questo spiega anche il richiamo ricevuto nelle settimane precedenti. White Flame Energy, titolare delle licenze, aveva ottenuto nel 2025 il via libera per trasferire una quantità limitata di materiale, ma il permesso era scaduto. Nel 2026 aveva presentato una nuova richiesta; mentre la pratica era ancora in esame, parte delle attrezzature era stata comunque spostata da Tasiilaq verso l’aeroporto di Nerlerit Inaat. Le autorità hanno permesso che rimanessero lì, vietando ulteriori movimenti prima delle autorizzazioni.

Le licenze di esplorazione, infatti, esistono. Sono tre, risalgono al 2015 e al 2018 e appartengono a White Flame Energy A/S, società controllata dalla britannica 80 Mile. Sono precedenti alla decisione con cui nel 2021 la Groenlandia ha smesso di concedere nuove licenze petrolifere e possono quindi proseguire secondo il vecchio regime. Avere una licenza di esplorazione, però, non significa avere già l’autorizzazione a perforare. Lo specificano perfino i documenti societari depositati negli Stati Uniti, che richiamano espressamente la necessità delle approvazioni groenlandesi.

C’è anche un’altra precisione utile. Greenland Energy oggi non possiede quelle tre licenze: finanzia e opera il programma attraverso un accordo con White Flame. Secondo i documenti presentati alla SEC, acquisirebbe il 50% degli interessi dopo il primo pozzo e arriverebbe al 70% dopo il secondo. Prima di perforare il primo, la sua quota resta zero.

I 13 miliardi di barili esistono ancora soprattutto sulla carta

Il fascino di Jameson Land si misura con un numero abbastanza grande da funzionare benissimo nelle presentazioni agli investitori: fino a 13 miliardi di barili di petrolio. La stima citata da Greenland Energy deriva da una valutazione indipendente di Sproule ERCE e riguarda risorse prospettiche recuperabili in uno scenario 3U, quindi la fascia alta della stima.

Poi si arriva alle pagine dedicate ai rischi e il paesaggio cambia parecchio. La stessa Greenland Energy scrive di non aver mai perforato un pozzo nel bacino, che nell’area non è stata ancora realizzata alcuna scoperta commerciale di petrolio e che le stime sulle risorse prospettiche sono «altamente incerte». Non esistono riserve provate e non c’è alcuna garanzia che eventuali idrocarburi scoperti possano essere estratti in quantità economicamente sostenibili.

Jameson Land resta quindi un enorme progetto esplorativo: promettente secondo le valutazioni utilizzate dalla società, molto rischioso secondo la società stessa. Prima di trasformare quei miliardi di barili in petrolio servono un pozzo, una scoperta, la verifica della sua convenienza economica e, ancora prima, le autorizzazioni. Al momento manca già il primo elemento della fila.

I legami con l’ambiente Trump restano ben visibili

Greenland Energy non appartiene alla Casa Bianca e definire queste trivelle «di Trump» in senso proprietario sarebbe scorretto. I collegamenti con il suo ambiente politico, però, sono documentati. La società ha stretto una partnership con Envoy Media di Phil McGraw, il Dr. Phil televisivo nominato da Trump nella Religious Liberty Commission, per produrre una serie dedicata proprio all’avventura petrolifera di Jameson Land. Il comunicato della compagnia descrive il progetto come una sorta di caccia al tesoro artica affidata a «modern-day wildcatters». Il documentario, almeno, aveva già trovato la trama.

Nel consiglio di amministrazione siede inoltre Carol Craig, fondatrice di Sidus Space ed ex ufficiale della Marina statunitense. La sua società è tra gli assegnatari del contratto SHIELD della Missile Defense Agency, programma che la stessa Sidus colloca all’interno della più ampia strategia di difesa missilistica Golden Dome, uno dei grandi progetti dell’amministrazione Trump.

Il contesto geopolitico rende quindi difficile trattare Jameson Land come una normale avventura petrolifera privata. Trump continua a considerare la Groenlandia centrale per gli interessi strategici statunitensi, mentre sull’isola le decisioni sulle risorse naturali spettano alle autorità groenlandesi. E questa volta Nuuk una decisione molto concreta l’ha presa: il calendario delle compagnie non può saltare quello delle autorizzazioni.

Greenland Energy assicura che continuerà il progetto e userà il rinvio per rivedere logistica e infrastrutture. Può farlo. Intanto, però, il primo pozzo che fino a poche settimane fa doveva partire nel 2026 è scivolato almeno al 2027. Le attrezzature sono arrivate prima dei permessi. Le trivelle, per fortuna, devono ancora aspettarli.

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