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La mattina in cui uno studente chiamò una compagna "terrorista"


Era ottobre del 2001. Da poche settimane erano crollate le Torri Gemelle e il mondo sembrava essersi incrinato. Anzi, era già cambiato.

Insegnavo in un istituto professionale, l’esperienza che più di ogni altra mi ha insegnato cosa significhi davvero stare in classe e stare con gli adolescenti. Avevo classi meravigliosamente eterogenee: futuri pasticceri, orafi, informatici, cuochi, elettricisti. E, insieme, ragazzi italiani, marocchini, egiziani, ucraini, russi, cinesi. Oggi parleremmo di classi multiculturali, allora le chiamavamo semplicemente “classi miste”.

Tra i miei studenti c’era Ilham, una ragazza marocchina: occhi vivaci, un’aria un po’ scontrosa, molto intelligente, molto simpatica. Veniva a scuola con il velo islamico. Era l’unica della classe.

Una mattina, durante l’appello, quando pronunciai il suo nome, sentii un brusio tra i banchi.

«Ilham? Chi? La terrorista?»

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Spencer Platt//Getty Images

11 settembre 2001, New York

In quei momenti un insegnante ha sempre almeno due possibilità. La prima, la più facile, è fare finta di non aver sentito e andare avanti con la lezione. La seconda è fermarsi, ascoltare davvero ciò che è stato detto e provare a trasformare quell’istante in qualcosa di diverso.

Dopo i rituali «Chi è stato? Ma vi rendete conto di quello che avete detto?», mi venne un’idea. Chiesi a Ilham se se la sentiva di raccontare alla classe perché alcune donne musulmane scelgono di indossare il velo, quale significato potesse avere nella tradizione islamica e, soprattutto, quale significato avesse per lei.

Non credo sia stato semplice per lei accettare. Aveva sentito perfettamente l’insulto dei compagni. Eppure, nel giorno stabilito, arrivò in classe con un enorme contenitore pieno di cous cous. Lo offrì a tutti, uno per uno, spiazzandoli prima ancora di cominciare a parlare. Il gesto venne prima delle parole. Poi raccontò. Spiegò che, nella sua famiglia, il velo veniva indossato dall’adolescenza, quando il corpo cominciava a essere considerato parte della propria identità di donna: i capelli, simbolo di femminilità, andavano protetti. Disse che, per lei, non era un’imposizione del padre, ma una scelta personale; che in casa, davanti ai parenti più stretti, non lo portava, perché lì si sentiva ed era già protetta.

Oggi so che il rapporto tra libertà individuale, religione, famiglia e pressione sociale è molto più complesso di quanto una ragazza di sedici anni possa raccontare davanti ai compagni. So anche che le esperienze delle donne musulmane sono diversissime tra loro. Ma quel giorno Ilham raccontò la sua verità, e quella verità bastò a incrinare uno stereotipo.

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Rodney G. JeanBaptiste//Getty Images

11 settembre 2001, New York

Ricordo il silenzio della classe. Ricordo gli sguardi cambiati. Ricordo che, alla fine, qualcuno le chiese anche la ricetta del cous cous.

Questa è solo una storia. Ma è una di quelle storie che continuano ad accompagnarmi e che ho raccontato a molte delle classi avute negli anni successivi.

Perché l’integrazione, prima di essere una parola da convegno, è quasi sempre un’esperienza minuscola: una domanda, un pranzo condiviso, un volto che smette di essere una categoria.

C’è però un altro motivo per cui non ho mai dimenticato Ilham. Era una delle mie alunne migliori.

Anche in un istituto professionale ho sempre cercato di insegnare Italiano con rigore, senza abbassare l’asticella. Se spiegavo quando usare il congiuntivo, lei prendeva appunti e provava ad applicarlo. Se correggevo una costruzione sintattica, la rifaceva. I suoi temi erano ricchi di contenuti, ma soprattutto erano sempre corretti, precisi, consapevoli.

È qui che spesso il dibattito pubblico si impoverisce. Parliamo di studenti stranieri, di corsi di Italiano, di integrazione, di veli, di burqa, come se fossero questioni esclusivamente culturali o ideologiche. In realtà, nella scuola, la questione decisiva è quasi sempre linguistica.

L’italiano L2 – l’Italiano come seconda lingua – non è un semplice corso di alfabetizzazione. È un percorso complesso che riguarda il lessico, la morfologia, la sintassi, i registri, il linguaggio dello studio, quello delle discipline, quello implicito dei libri di testo e delle consegne scolastiche. Uno studente può imparare rapidamente a comunicare con i compagni, ma impiegare anni per acquisire quella che gli studiosi chiamano lingua dello studio, cioè la competenza necessaria per comprendere un testo argomentativo, interpretare una metafora, scrivere un tema, seguire una lezione di Storia o di Scienze.

Per questo i corsi di Italiano L2 sono fondamentali, ma non bastano se rimangono separati dal resto della scuola. Servono docenti formati, percorsi personalizzati, laboratori linguistici, valutazioni che distinguano le difficoltà linguistiche da quelle cognitive. E serve soprattutto una convinzione: che insegnare bene l’Italiano agli studenti di origine straniera non sia un favore fatto a loro, ma un investimento fatto e dovuto alla scuola intera.

La proposta del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara di vietare burqa e niqab nelle scuole italiane, revocare il permesso di soggiorno a chi non manda a scuola i figli fino al tetto sul numero di stranieri in classe ha riacceso il dibattito sul diritto d'istruzione e sul rapporto tra integrazione, libertà religiosa e diritti delle donne. Il ministro vorrebbe inserire il divieto nel nuovo disegno di legge sulla sicurezza, sostenendo la necessità di riaffermare la dignità femminile e l’uguaglianza tra i sessi. Il quadro europeo, però, è tutt’altro che uniforme: solo cinque Paesi dell’Unione europea su 27 prevedono a livello nazionale un divieto di coprire il volto applicabile anche nelle scuole.

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New York Daily News Archive//Getty Images

Quando sento discutere di divieti, di simboli religiosi, di burqa, di hijab, mi torna spesso in mente Ilham. Non perché la sua storia risolva il problema, non lo risolve affatto, ma perché mi ricorda che dietro ogni parola astratta c’è una persona concreta. E che la scuola, quando funziona, può rendere raccontabili, discutibili, comprensibili le differenze.

Forse il compito più grande di un insegnante è proprio questo: impedire che un ragazzo venga ridotto a un’etichetta. Trasformare un «la terrorista» in un nome proprio. Ilham. E da quel nome ricominciare.

Qualche tempo dopo scoprii che Ilham, in arabo, significa ispirazione, ciò che viene infuso nel cuore, un’intuizione che illumina. Mi sembrò allora che quel nome avesse raccontato la sua storia meglio di quanto avessi saputo fare io. Perché, in fondo, Ilham non mi ha insegnato qualcosa sull’Islam, sul velo o sull’integrazione. Mi ha insegnato che ogni volta che la scuola riesce a sostituire un’etichetta con un nome, un pregiudizio con una storia, e la paura con la conoscenza, compie il suo gesto più alto. E forse è proprio questa l’ispirazione che dovremmo cercare ogni giorno entrando in classe.

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Johner Images//Getty Images