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La morte di Franco Baresi, il ricordo di chi lo ha "vissuto".


TRENTO. Il calcio, stamani, si è svegliato molto più povero. Non sono solamente i tifosi milanisti a piangere la morte di Franco Baresi, il Capitano (con la "C" maiuscola, non a caso) di sempre.

Non sono solamente i tifosi italiani, che lo hanno visto guidare la retroguardia azzurra e rientrare, per disputare una finale mondiale, a 20 giorni di distanza dalla rottura del menisco dopo un recupero che, tutt'oggi, resta miracoloso.

Non sono solamente i supporters delle squadre avversarie - Juventus, Inter, Roma, Napoli - a ricordare con commozione il leader di quel Milan che, prima con Sacchi e poi Capello in panchina e con Berlusconi sul ponte di comando, ha cambiato la storia e il modo di fare calcio.

E' proprio l'intero mondo del pallone che si ritrova "nudo", visto che uno dei più grandi difensori della storia del calcio se n'è andato a soli 66 anni.

Oggi tutti piangono la scomparsa di quel fuoriclasse della linea a quattro, che guidava il reparto con incredibile autorità, non disdegnando di partire palla al piede e avventurarsi nella metà campo avversaria. Difensore arcigno ma moderno, capace d'impostare, è stato - assieme a Beckenbauer -, il più grande interprete di sempre del ruolo di libero.

Mirko Stefani, ex calciatore professionista valsuganotto, al Milan arrivò a fine anni '90. Fu proprio Baresi, che una volta smessi gli scarpini da calciatore divenne responsabile del settore giovanile rossonero, a portarlo in Lombardia. Lo scelse, lo visionò personalmente e non ebbe dubbi.

"Non nascondo che stamattina, quando ho appreso la notizia - spiega Stefani con la voce rotta dall'emozione -, ho pianto. E ho pensato a tanti momenti vissuti assieme e a tutto quello che gli devo perché, se sono approdato al Milan, lo devo quasi esclusivamente a Franco Baresi, che credette in me. Mi scelse lui, venne a Bassano, dove giocavo all'epoca, per vedermi di persona, dicendomi che in me rivedeva lui. La mia carriera non è nemmeno lontanamente paragonabile alla sua, ma non sarei arrivato dove sono arrivato se non fosse stato per lui. Non ero altissimo e chi avrebbe preso un difensore che non arrivava al metro e 80? Solamente un grande difensore che non era altissimo, ma apprezzava la mia capacità di lettura e le mie qualità. Tra l'altro io ho avuto la fortuna anche di averlo come allenatore in "Primavera": lui e Mauro Tassotti sono stati due esempi e mi ritengo un privilegiato per aver potuto lavorare con due mostri "sacri". Insomma, io ho avuto la fortuna di essere allenato dal mio idolo, dall'uomo simbolo della squadra per la quale ho sempre tifato, di aver parlato con lui. Da Baresi ho imparato tantissimo e oggi, da responsabile del settore giovanile, mi piacerebbe riuscire a trasmettere le stesse cose che lui ha fatto con me all'epoca. Se è stato un esempio? Sì, un incredibile ed eccezionale esempio, una persona pratica, concreta, che alle parole preferiva le azioni".

Durante la sua carriera Stefani ha collezionato quasi 500 presenze tra i professionisti, vincendo campionati e indossando tante maglie prestigiose: ha chiuso la carriera al Pordenone, dove oggi è il responsabile dell'intero vivaio del club neroverde che, dopo il fallimento di qualche anno fa, è tornato in Eccellenza, sfiorando la promozione in serie D. I friulani vogliono tornare "grandi" e, proprio nella città friulana, l'ex calciatore valsuganotto ha ritrovato Baresi.

"Alcuni anni fa - prosegue - è venuto a Pordenone per presentare il suo libro. Io, ovviamente, non sono voluto mancare e mi sono seduto in platea: lui mi voleva bene e, sapendo che ero lì, mi ha chiamato sul palco, ci siamo abbracciati e la foto che ho pubblicato per ricordalo è proprio quella scattata quel giorno. Anche in quella circostanza avevo percepito, per l'ennesima volta, il suo grande carisma. Fa stranissimo parlare di lui al passato. Franco Baresi è stato unico, un simbolo, non esclusivamente del Milan, ma di tutto il calcio, non solamente quello italiano. Anche oggi ci sono le "bandiere", ma quello che ha rappresentato lui per i colori rossoneri, che ha indossato per tutta la sua carriera, va "oltre". Mi manca già tantissimo".

Massimo Macchi, ex portiere di Trento e del Mezzocorona "dei miracoli", con Franco Baresi ha condiviso il campo e lo spogliatoio di Milanello. Lui un giovane rampante che, una volta terminato il settore giovanile rossonero, si è affermato in serie C, si è allenato tantissime volte con quella squadra di "mostri sacri" che ha dominato il calcio italiano, europeo e mondiale a cavallo degli anni '90.

"Ho giocato nel Milan per cinque stagioni, dal 1990 al 1995 - racconta Macchi - e, per alcuni anni, mi sono allenato per due volte alla settimana, in maniera "fissa", con la prima squadra. L'allenatore era Capello e quello fu il Milan che stabilì il record d'imbattibilità, con 58 risultati utili consecutivi (da maggio 1991 a marzo 1993), che vinse una Coppa dei Campioni, quattro scudetti in cinque anni, una Supercoppa Europea e tre Supercoppe Italiane. Insomma, ho vissuto quell'epoca direttamente: ero un ragazzino, abitavo a due passi dal centro sportivo, avevo delle qualità e, dunque, ero aggregato a quel gruppo d'incredibili campioni, di cui Franco Baresi era la guida, il leader, l'esempio, il punto di riferimento assoluto. Parlava poco, ma sempre con cognizione di causa e gli bastavano uno sguardo o un semplice gesto per farsi capire da tutti. Era un uomo veramente straordinario, di un'umiltà silenziosa incredibile. Lui dava l'esempio in maniera pratica, con i suoi atteggiamenti, i suoi comportamenti, la sua condotta, la sua mentalità. Che fosse una partita di Coppa dei Campioni o l'amichevole del mercoledì, per lui non c'era differenza. Con Capello era durissima, soprattutto per noi giovani, lui lo sapeva e ci aiutava, ci sosteneva e bastava un suo cenno d'approvazione per rendere meno pesante la situazione. La maglia che oggi è lì, incorniciata nel mio studio, è la sua: me la regalò lui direttamente, così come un paio di scarpini, che ho custodito gelosamente durante tutta la mia carriera. Mi ha insegnato tantissimo ed è stato un campione universale".

Massimo Macchi non ha mai esordito con la prima squadra: ha disputato solamente una partita amichevole ("contro il Varese e, anche in quella circostanza, lui fu assolutamente rassicurante con me") e, soprattutto, nella primavera del 1994, al pari di altri ragazzi del settore giovanile del Milan, ha vissuto il periodo d'avvicinamento della Nazionale Italiana al Mondiale americano.

Di quella squadra, guidata in panchina da Arrigo Sacchi, Franco Baresi era il capitano e la guida carismatica. Dentro e fuori dal campo. Per un periodo, oltre al raduno federale di Coverciano, gli azzurri si allenarono a Milanello.

"Noi giovani rossoneri facevamo da sparring partner quando la Nazionale aveva bisogno di disputare una partitella e ci "prestavamo" alle "esigenze" di campo - conclude l'ex portiere di Trento e Mezzocorona -. Anche in Nazionale Baresi era il leader del gruppo. Lui è stato uno dei protagonisti del calcio italiano e internazionale in una fase di grande cambiamento del nostro sport, soprattutto per quanto concerne la fase difensiva, di cui lui era un sublime interprete. Ebbene, con le sue doti, il suo carisma, la sua serietà è stato un assoluto campione sempre. Parlava poco, senza dubbio, ma era uomo dotato di una verve assolutamente sottile. Era assolutamente impossibile non volergli bene".