TRENTO. Molte stelle prima o poi esplodono. Le band qualche volta anche. Le canzoni, se sono fortunate, restano. Matteo Mobrici lo sa bene: "Scrivere canzoni per me significa darmi una pacca sulla spalla e dire: andiamo avanti". E avanti, in effetti, è andato. Dai Canova alla carriera solista, da una stagione chiamata indie – quando indie voleva ancora dire qualcosa – fino a "Supernova", il disco con cui ha deciso di chiudere quella che definisce una "lunghissima adolescenza". Che, a pensarci, è già una discreta conquista: accorgersi che è finita.
Parliamo di un album, naturalmente. Di stelle, viaggi, case, perfino di un pesce rosso spedito nello spazio, spaesato quanto basta per diventare il suo alter ego. Ma bastano poche domande, in una lunga chiacchierata in cui si racconta a il Dolomiti, perché “Supernova” diventi soprattutto un buon pretesto per guardarsi indietro. Dieci anni abbondanti di musica italiana, successi, cadute e ripartenze. Mobrici racconta tutto senza epica. La musica, per lui, rimane una faccenda piuttosto semplice: una chitarra, una canzone e la libertà di decidere cosa farne. Il resto – classifiche, playlist, algoritmi, discografia – viene dopo. Se viene.
E allora la conversazione prende una strada più larga. Ci sono i Canova, finiti nel momento in cui sembrava finire un po' tutto, tra pandemia, Milano vuota e una storia d'amore appena conclusa. C'è il salto da una band alla solitudine del proprio nome. E soprattutto c'è quella strana rivoluzione di quasi trentenni che il mercato battezzò indie: gente arrivata tardi, almeno secondo gli standard di oggi, e proprio per questo già allenata a perdere. "I fallimenti sono forse la cosa più bella che possa succedere a chi fa questo mestiere", dice Mobrici. A rimanere sono però le canzoni. E qualche compagno di viaggio, come Calcutta, che Mobrici considera uno dei migliori cantautori italiani degli ultimi decenni. Sono rimasti anche i pezzi dei Canova, perché con il passato si può fare pace senza necessariamente metterlo in soffitta.
Sabato 29 agosto Mobrici li porterà alla Trentino Music Arena, dove sarà protagonista insieme a Fulminacci della seconda serata del Trento Live Fest (QUI INFO). Novanta minuti circa per mettere in fila dieci anni di vita. Una scaletta che assomiglia a una biografia, solo con meno pagine e più chitarre.
Il tour di Supernova arriva in un momento particolare del suo percorso. Oggi, salendo sul palco, ha la sensazione di essere diventato un artista diverso rispetto a quello che il pubblico aveva conosciuto con i Canova e nei suoi primi lavori solisti?
Scrivo canzoni da quando sono piccolino, quindi il bello di pubblicare dischi e poi andare in tour è che ogni volta si aggiungono nuove canzoni e bisogna fare delle scelte. Cerco sempre di costruire una scaletta che possa rappresentare tutto il mio percorso. Da una parte provo una grandissima eccitazione quando devo scegliere i brani, perché cerco di mettere insieme dei "me" molto diversi di questi anni, dall'altra la cosa mi piace molto perché per me è quasi come sfogliare la mia biografia. Cerco quindi di inserire le canzoni che mi sono piaciute di più, dal periodo con i Canova fino a quest'ultimo disco. Il bello è proprio vedere insieme tutte queste canzoni che hanno rappresentato dieci anni della mia vita e suonarle nell'arco di un'ora e mezza.
L'immagine della supernova è molto evocativa: segna la fine di una stella ma, in qualche modo, anche l'inizio di qualcos'altro. Qual è la stella che ha lasciato esplodere e che cosa sta spargendo nell'universo intorno a lei?
Questo disco ha sancito la fine di un periodo della mia vita, che è stato una lunghissima adolescenza, come in molti casi della mia generazione. È stata una presa di coscienza dell'essere entrato nell'età adulta, non in maniera malinconica o nostalgica, ma con una grande voglia di scoprire cosa ci sia dall'altra parte della porta: nei miei prossimi anni, nelle mie prossime canzoni, nella mia prossima vita. È stato un passaggio durato due anni di riflessioni e che mi ha portato a essere quello che sono adesso. Per me i dischi rappresentano questo. Poi c'è tutta la questione legata alla discografia e a come, tra virgolette, "vendere" la musica, ma io ho una libertà assoluta nel fare canzoni e questa è una mia fortuna. Nei dischi racconto chi sono, anche da un punto di vista quasi consolatorio: scrivere canzoni per me significa darmi una pacca sulla spalla e dire "andiamo avanti". Questo disco ha rappresentato proprio questo: un passaggio all'età adulta.
Anche la copertina è molto emblematica: dall'universo e dalle stelle si arriva alla figura del pesce rosso. Che cosa racconta di lei?
Il disco nasce da una selezione di 35-40 brani. Quando ho scelto le canzoni che mi piacevano di più e che stavano meglio insieme dal punto di vista stilistico e del sound, mi sono reso conto che avevano un comune denominatore: il rapporto con il cielo, con i viaggi e con il concetto di casa. Quando poi è uscita la notizia della reunion degli Oasis, è stato quasi automatico chiamare il disco Supernova, perché c'erano dei collegamenti molto semplici da fare: il mio rapporto con gli astri, il concetto di casa e la loro reunion, che mi aveva dato una spinta per proseguire il mio percorso nella musica. Tutto questo ha fatto sì che il disco avesse un rapporto molto spirituale con il cielo. Quanto alla copertina, mi sono sempre messo sulle copertine dei miei dischi perché penso, non so, che si debba fare così. Questa volta, invece, volevo utilizzare una figura molto comune: quella del pesce rosso. Da piccolo purtroppo avevo in casa quelle orrende bocce di plastica e quel pesce è diventato quasi il mio alter ego: è perso nell'universo, come se fosse stato lanciato dalla Terra e si trovasse nel posto sbagliato, perché sappiamo che un pesce dovrebbe stare nell'acqua. Quel suo volto così spaesato rappresentava perfettamente il concetto del disco.
Allargando lo sguardo, sono ormai passati sei anni dallo scioglimento dei Canova. Come vive oggi quel passaggio? Lo considera una sconfitta, naturalmente tra virgolette, oppure anche un atto di coraggio?
Purtroppo quello è stato un momento molto pesante, soprattutto perché c'erano tante questioni contemporaneamente. C'era il Covid, che è stato un periodo storico difficile e io che vivevo da solo a Milano ho passato dei mesi pesanti. Avevo anche appena concluso una storia sentimentale importante e poi c'era la fine della band. Non sapevo bene nemmeno per che cosa stessi soffrendo in quel periodo, quindi era una situazione molto strana. Oggi, però, penso che sia stato il giusto scorrere delle cose. Per me quella fase è stata un passaggio importante anche per rendermi conto di quello che stessi facendo. Con la band mi occupavo comunque delle canzoni: le scrivevo e le arrangiavo. A livello artistico facevo quindi lo stesso lavoro che faccio adesso. Ho semplicemente continuato a fare quello che avevo iniziato a quindici anni: prendere una chitarra o mettermi al piano e scrivere. Il resto, ovviamente, ha un contorno diverso. In una band cerchi anche un po' di mascherarti o di farti forza a vicenda, perché è una specie di branco. Iniziare un percorso da solo è stato quindi anche un passaggio di coraggio e consapevolezza nella mia vita. Da quel punto di vista ero abbastanza ottimista. Difficilmente le cose sarebbero potute andare diversamente, visto il contesto e quel periodo. Oggi è qualcosa che appartiene al mio passato: è come parlare dei nostri compagni delle medie.
Lei è stato uno dei protagonisti di quella stagione che abbiamo chiamato “indie”: una generazione di artisti che sembrava aver rimesso al centro le canzoni e le parole.
Secondo me bisogna considerare che tutte le rivoluzioni avvenute nella musica, non soltanto in Italia, sono situazioni che durano relativamente poco. È difficile che un genere rimanga immutato per quindici anni e credo che anche in questo caso sia andata così. Secondo me è stata una rivoluzione perché eravamo tutti cantautori e più o meno della stessa generazione. Se consideriamo l'età alla quale escono oggi molti cantanti, che sono giovanissimi, noi in confronto eravamo dei vecchi: eravamo tutti ragazzi vicini ai trent'anni. E questa è una cosa importante, perché se ti affacci a questo mondo a livello lavorativo a 28 o 29 anni significa che hai fallito tante volte negli anni precedenti e i fallimenti sono forse la cosa più bella che possa succedere a chi fa questo mestiere, perché insegnano tantissimo. Ricordo poi un periodo nel quale era quasi impossibile arrivare nelle radio o nella grande comunicazione, perché i talent show erano molto imponenti sul mercato. Credo quindi che sia arrivata dal basso un'intera generazione che scriveva canzoni vere, necessarie prima di tutto a se stessa. Poi quelle canzoni sono diventate una sorta di canto collettivo e probabilmente sono state definite “generazionali” proprio perché raccontavano i disagi di cosa significasse avere 27 o 30 anni dieci anni fa.
Poi quel movimento è stato progressivamente assorbito dal mercato e si è trasformato. Secondo lei perché si è esaurito e che cosa ne rimane oggi?
Naturalmente non eravamo un gruppo di venti progetti collegati tra loro: ognuno faceva il proprio percorso e poi ha preso la propria strada. C'era magari chi aveva la volontà di arrivare primo in radio o di ottenere risultati più commerciali. Credo che a un certo punto si sia un po' persa di vista l'urgenza e, se vogliamo essere un po' pesanti, anche la responsabilità di rimanere molto fedeli alla parte artistica piuttosto che a quella discografica e commerciale. Ora sono passati dieci anni, forse anche qualcosa in più, e ci sono comunque tante canzoni che sono rimaste. Questa è una cosa molto bella. Io sono stato fortunato: quando stavo registrando il primo disco dei Canova non c'era assolutamente la percezione che sarebbe potuto succedere qualcosa. Anzi, il mio approccio era più o meno: "Registriamo questi pezzi e poi molliamo subito". Invece qualcosa è successo, e penso che nessuno riesca davvero a spiegarlo. È stato bello partecipare a quella stagione perché poi è nato un confronto con tutti gli altri artisti e abbiamo scoperto di avere avuto vite e ascolti molto simili. E questo ha creato anche delle amicizie.
Oggi viviamo in un mondo musicale dominato da playlist, algoritmi e dinamiche digitali. C'è ancora spazio, secondo lei, per una musica d'autore che abbia qualcosa da dire? E qual è la domanda artistica che la accompagna più spesso?
Penso che scrivere canzoni non sia necessariamente collegato a tutta la parte commerciale. Io, però, vado a letto felice e sereno la sera se, guardandomi allo specchio, sento di aver fatto un bel lavoro per me stesso. Sono fedele alla mia strada e alla promessa che mi sono fatto a quattordici anni: avrei preso una chitarra in mano soltanto se fossi stato libero di farlo. Continuerò quindi a sentire la musica come una forma di consolazione, di commozione e di emozione. Se poi incontra anche un favore discografico, ne sarò soltanto contento. Ma dal mio punto di vista continuerò a seguire la mia strada.
Tra gli artisti di quella stagione c'è anche Calcutta, con cui ha collaborato. Che rapporto avete?
Ci siamo conosciuti dieci anni fa perché partecipammo ad uno stesso festival. Tra l'altro siamo nati nello stesso anno e lui è di Latina. I miei genitori vivevano a Latina e si sono trasferiti in Lombardia nei primi mesi di gravidanza di mia madre: per caso, quindi, avremmo potuto nascere nello stesso contesto e frequentare le stesse scuole. È una cosa simpatica che ci ricordiamo sempre. Poi abbiamo scritto la canzone "Astri" perché a volte ci si ritrova a fare musica semplicemente per il piacere di farla e di stare insieme. Sono contento di ospitare nei miei dischi cantautori bravi che stimo, anche per un mio piacere personale. Penso che Calcutta sia tra i migliori che ci siano stati in Italia negli ultimi decenni, quindi sono contento e grato di averlo avuto con me. È un compagno d'avventura. Per quello che sento potrei comunque tranquillamente non pubblicare mai più dischi e continuare comunque a scrivere canzoni per me o per i miei amici. Naturalmente certe cose finiscono facilmente per intersecarsi: scrivere, pubblicare e avere anche dei risultati discografici.
* Oltre agli appuntamenti alla Trentino Music Arena, il Trento Live Fest ha annunciato una novità nel cuore della città: il 27, 28 e 30 agosto, al Teatro Capovolto di Trento, si terranno tre incontri mattutini con alcuni grandi protagonisti della scena musicale italiana (QUI INFO): si parte il 27 agosto con Andro Andrea Mariano, per proseguire il 28 agosto con Rodrigo D’Erasmo e concludere il 30 agosto con Francesco Motta.