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La Norvegia è riuscita a ridurre al minimo i senzatetto: cosa cambia rispetto all’Italia e all’Umbria


Ci sarà pure una buona ragione per prendere come riferimento la Norvegia per osservare alle politiche esistenti per combattere l’estrema solitudine umana. Non è quella semplicemente del sistema più performante, che cioè genera migliori risultati. Ma quella del modello più intelligente, cioè che genera il miglio approccio, utilizzando riferimenti di precisione, su cui intervenire per migliorare. Non sfugge a chi scrive che la Norvegia ha meno di un decimo della popolazione italiana, cioè 5,6 milioni e un reddito procapite pari al doppio di quello della migliore privincia d’Italia: Bolzano 50mila euro di Pil procapite, Norvegia 100 mila. Inoltre le temperature del Paese più ricco d’Europa e non solo, non sono paragonabili a quelle italiane ed è noto che i paesi più freddi hanno antropologicamente come storicamente una abilità organizzativa più prestante. Fatte tutte le premesse del caso, si rende ancora interessante cogliere alcuni elementi che emergono dal modello norvegese, che presenta le seguente caratteristiche: innanzitutto numeri e non teorie. In secondo luogo individuazione di una strategia sposata dallo Stato e non invece atteggiamento mutualistico, terzo monitoraggio e applicazione della soluzione con miglioramenti suggeriti dall’evoluzione. Si aggiunga che la Norvegia è uno di quei Paesi d’Europa in cui acquistare o realizzare una casa costa di più: teniamo come riferimento 5mila euro a metro quadro contro i due mila euro in medio nel territorio italiano. E posi si pensi infine che non soltanto costruire strutture per i senzatetto o individuarle significherebbe agire su un patrimonio dall’alto valore economico, ma si consideri pure che i dati delle percentuali sui senzatetto norvegesi sono rapportati a una platea ben più ampia che altrove. Per cui le percentuali basse diventano ancora più basse se si tiene conto del metodo utilizzato dagli altri.

Sono alcune delle ragioni che spiegano perchè la Norvegia sia diventata uno dei principali casi di studio internazionali sulle politiche contro la homelessness, cioè la condizione delle persone prive di un’abitazione stabile. Attenzione non parliamo di assenza del fenomeno, che continua a esistere anche in quel Paese, ma di capacità di averne ridotto in modo significativo la dimensione attraverso una strategia pubblica costruita nell’arco di oltre vent’anni.

Il dato più rappresentativo arriva dai censimenti nazionali realizzati dal 1996. In quell’anno le persone senza dimora erano circa 6.200, pari a 1,5 ogni mille abitanti. Dopo una fase iniziale non lineare, con valori ancora superiori alle 6 mila unità nel 2008 e nel 2012, la Norvegia ha invertito la tendenza: nel 2016 il numero è sceso a circa 3.900 persone, mentre nel 2020 l’ultimo censimento nazionale completo ha rilevato 3.325 persone, pari a 0,62 ogni mille abitanti, il valore più basso mai registrato.

Il risultato nasce soprattutto da un cambio di approccio. La Norvegia ha costruito un sistema nel quale il fenomeno viene misurato periodicamente e affrontato prima che una difficoltà economica o sociale si trasformi nella perdita definitiva della casa. Dal 1996 sono stati realizzati sette censimenti nazionali delle persone senza dimora attraverso il lavoro del Norwegian State Housing Bank, l’ente pubblico che finanzia le politiche abitative, del ministero degli Enti locali e dei centri di ricerca, tra cui Nova Norwegian social research.

Il modello norvegese ruota attorno all’housing first, il principio secondo cui la casa è il punto di partenza del percorso di reinserimento, non il traguardo finale. La persona in difficoltà non deve prima dimostrare di essere pronta per un’abitazione: ovvero non bere, non drogarsi più, essere inserita in percorsi di recupero eccetera, ma riceve prima una sistemazione stabile e viene successivamente accompagnata dai servizi sociali, sanitari e psicologici.

A questo si aggiungono politiche mirate sulla prevenzione degli sfratti e sulla continuità abitativa. I Comuni intervengono prima della perdita della casa con sostegno economico, mediazione con i proprietari e accompagnamento sociale. Un’attenzione specifica riguarda chi esce dal carcere o da strutture sanitarie: il percorso abitativo viene programmato prima della dimissione per evitare il passaggio diretto alla strada. La Norvegia si è dotata cioè di un meccanismo che segnala l’alert sul soggetto a rischio abbandono. Facendo scattare la verifica e l’azione conseguente per individuare subito una soluzione abitativa.

Il sistema ha una distribuzione chiara delle responsabilità. Lo Stato finanzia e definisce gli strumenti attraverso Husbanken, la banca pubblica per le politiche abitative; i Comuni individuano gli alloggi e gestiscono i percorsi individuali; il Terzo settore affianca le amministrazioni nei servizi sul territorio.

Il confronto con altri Paesi mostra la dimensione del risultato, pur considerando le differenze nelle modalità di rilevazione. Negli Stati Uniti nel 2024 sono state censite circa 770 mila persone senza dimora, pari a circa 2,3 ogni mille abitanti. La Finlandia, altro Paese considerato un riferimento per l’applicazione dell’housing first, si colloca su valori vicini alla Norvegia, attorno a 0,8-0,9 persone ogni mille abitanti. Danimarca e Svezia presentano valori superiori, mentre Francia e Germania registrano livelli più elevati, anche se il confronto è condizionato dai diversi criteri utilizzati per definire e contare la homelessness.

Il punto centrale del modello norvegese è dunque la trasformazione del problema da emergenza sociale a politica abitativa strutturale. L’Italia parte da una storia diversa. Per molti anni il contrasto alla grave marginalità è stato affidato soprattutto alla rete dei Comuni, delle associazioni e del Terzo settore, con un sistema fortemente orientato alla risposta quando la persona era già in difficoltà. Negli ultimi anni si è iniziato a spostare l’attenzione verso prevenzione e abitazione stabile, anche grazie ai programmi nazionali legati al Pnrr.

Il principale dato nazionale disponibile resta quello del censimento Istat del 2014, realizzato insieme alla fio.Psd, la Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora. La rilevazione stimò 50.724 persone senza dimora. Il dato comprendeva le persone che avevano utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna e non coincideva quindi soltanto con chi dormiva in strada.

La fotografia del 2014 mostrava un fenomeno già cambiato rispetto al passato. Alla marginalità tradizionale si erano aggiunte nuove fragilità legate alla crisi economica iniziata nel 2008: perdita del lavoro, difficoltà nel pagamento degli affitti, precarietà occupazionale, separazioni familiari, impoverimento di persone precedentemente autonome.

La distribuzione territoriale evidenziava una forte concentrazione nelle grandi città. Milano risultava il territorio con il numero più alto, circa 12 mila persone stimate, Roma circa 7.700, Palermo oltre 3.500. La maggiore presenza nelle aree metropolitane era legata sia alla concentrazione dei servizi sia al costo degli alloggi.

Negli anni successivi il quadro sociale italiano è stato segnato da nuovi fattori di pressione. Dopo la pandemia sono aumentati inflazione, costo dell’energia e spese abitative. La povertà assoluta ha raggiunto nel 2024 oltre 5,7 milioni di persone, pari a circa il 9,7 per cento della popolazione. Questo dato non coincide con il numero dei senza dimora, ma indica l’ampiezza della fascia sociale esposta al rischio di esclusione.

Un’altra fotografia arriva dalla Caritas. Nel 2024 i suoi servizi hanno incontrato 277.775 persone in Italia. Il dato riguarda tutte le forme di disagio intercettate dalla rete Caritas e non soltanto la homelessness, ma conferma la crescita delle difficoltà legate a reddito, casa e accesso ai servizi.

Il profilo delle persone senza dimora è cambiato. Restano prevalenti gli uomini adulti, ma sono aumentate le situazioni che coinvolgono donne sole, giovani, lavoratori poveri e persone straniere. Nel censimento Istat del 2014 gli stranieri rappresentavano circa il 58 per cento delle persone senza dimora rilevate, oltre la metà quindi.

Negli ultimi anni il sistema italiano ha introdotto strumenti più vicini alla logica housing first. Il Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali di contrasto alla povertà ha previsto due linee principali: housing first e Ssazioni di posta. La prima riguarda percorsi di accesso diretto alla casa accompagnati dai servizi; la seconda prevede strutture dove le persone possono trovare servizi essenziali come orientamento, assistenza sociale, igiene personale e supporto sanitario.

Il Pnrr, attraverso la Missione 5 dedicata all’inclusione sociale, ha destinato risorse a questi interventi con l’obiettivo di superare progressivamente una risposta basata soltanto sull’accoglienza temporanea.

Resta però un limite strutturale: l’Italia non dispone ancora di una rilevazione nazionale permanente paragonabile a quella norvegese. Nel 2025 l’Istat ha avviato una nuova rilevazione sul fenomeno, dopo oltre dieci anni dal censimento precedente.

In Umbria il quadro è ancora più difficile da quantificare perché manca un censimento regionale dei senza dimora. I dati disponibili arrivano soprattutto dalla rete dei servizi: Caritas, Comuni, cooperative sociali e associazioni.

La fonte più strutturata è rappresentata dai rapporti dell’Osservatorio sulle povertà della Caritas di Perugia-Città della Pieve. Nel 2024 la rete Caritas ha intercettato 1.832 nuclei familiari. Tra le persone incontrate, 176 risultavano in condizioni di povertà estrema, cioè prive di una sistemazione abitativa stabile o in situazione assimilabile alla condizione di senza dimora.

Il dato non rappresenta l’intera popolazione senza casa dell’Umbria, ma fotografa la quota che entra nei servizi. Accanto a questa dimensione esiste una fascia più ampia di emergenza abitativa: persone che possiedono ancora un alloggio ma rischiano di perderlo per difficoltà economiche.

I rapporti Caritas evidenziano infatti una crescita delle richieste legate alla casa e una maggiore presenza di persone che, pur lavorando, non riescono a sostenere i costi dell’abitazione. È il fenomeno dei lavoratori poveri, una delle trasformazioni più rilevanti del disagio abitativo degli ultimi anni. A cui la Regione ha offerto strumenti maggiori con le ultime disposizioni sulla riforma regionale per il diritto alla casa.

A Perugia la rete di accoglienza comprende servizi Caritas e strutture dedicate alla prima accoglienza. Tra queste la Casa di accoglienza Sant’Anna, attiva dal 1998, con 12 posti letto destinati a uomini in difficoltà. La rete comprende inoltre servizi di ascolto, accompagnamento sociale e interventi legati anche alla residenza anagrafica, un elemento fondamentale per garantire l’accesso ai diritti.

A Terni il fenomeno viene monitorato soprattutto attraverso la rete Caritas e i servizi sociali comunali. Anche qui il tema abitativo è diventato centrale, con interventi rivolti alle persone in difficoltà economica e ai percorsi di dimissione protetta per evitare che persone fragili escano da strutture sanitarie senza una soluzione abitativa.

La principale difficoltà per gli altri Comuni umbri è la mancanza di dati pubblici omogenei. Nei territori più piccoli il fenomeno esiste, ma spesso viene intercettato attraverso reti locali, parrocchie, servizi sociali e associazioni senza una rilevazione sistematica.

Anche l’Umbria è coinvolta nei programmi Pnrr dedicati alle persone senza dimora attraverso Housing first e stazioni di posta. La sfida è passare da un sistema centrato soprattutto sull’accoglienza temporanea a un modello capace di intervenire prima della perdita della casa. Il confronto con la Norvegia evidenzia soprattutto una differenza organizzativa: Oslo ha costruito nel tempo un sistema nel quale il fenomeno viene misurato e prevenuto; l’Umbria dispone di una rete sociale diffusa e radicata, ma deve ancora costruire una fotografia stabile della grave marginalità abitativa.

Applicando soltanto come parametro teorico il dato norvegese del 2020, 0,62 persone senza dimora ogni mille abitanti, per la popolazione umbra si avrebbe un ordine di grandezza di circa 530 persone. Non è una stima reale, ma indica la dimensione potenziale di un fenomeno che oggi viene conosciuto soprattutto attraverso chi arriva ai servizi.

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