Tornano le opere della poetessa russa osteggiata da Stalin, amata da Rilke e morta suicida (e dimenticata)
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Marina Cvetaeva (1892 1941) è laEmily Dickinson del nuovo millennio. Le ragioni del genio – una scrittura “mannara”, ferina, all’agguato – e della biografia – esule, dileggiata in vita, suicida, una Maddalena in stracci sola contro l’impero sovietico – concorrono a renderla la poetessa del nostro tempo. Il referto editoriale è illuminante: negli ultimi tre anni sono usciti in Italia – cito per difetto – una dozzina di libri di Marina Cvetaeva; quattro nei primi mesi del 2026. A differenza di Emily, la poetessa che ha riassunto il mondo in una stanza e la Storia nel giardino di casa, Marina è l’artista scagliata nel mondo. Forse, misteriosamente, deve passare almeno un secolo perché ci si accorga di un poeta.
Un secolo fa – nel maggio del 1926 – Marina Cvetaeva riceveva una lettera da Rainer Maria Rilke: il poeta si lamentava di non averla incrociata a Parigi, «quell’incontro avrebbe potuto dare ad entrambi una profondissima, segreta felicità ». Marina gli rispose con la consueta furia («Voi non siete il poeta che più amo– “più” implica giàuna comparazione –, Voi siete un fenomeno della natura, che non può essere mio e che non si ama... siete il quinto elemento incarnato, la poesia stessa»); ne nacque uno degli epistolari più sconvolgenti della storia della letteratura (raccolto in: M. Cvetaeva, Deserti luoghi. Lettere 1925-1941 , a cura di Serena Vitale, Adelphi, 1989). La morte di Rilke, il 29 dicembre di quell’anno, lungi dallo sciogliere il legame con Marina, lo sigillò in maniera indelebile. Poche settimane dopo, Marina dedicò a Rilke uno dei suoi poemi più potenti,
All’anno nuovo . Gli ultimi versi – «oltre l’estremo, assoluto commiato / a Rainer – Maria – Rilke – inmano» (la traduzione è di Paola Ferretti in: M. Cvetaeva, Sette poemi, Einaudi, 2019) – rimandano ad alcune delle più nitide poesie di Rilke. L’intero poema, in fondo, è una inimitabile imitazione di Rilke. Come seMarina Cvetaeva, Medea della poesia, avesse letterariamente inghiottito l’amato poeta. Arsenij Tarkovskij – il papà di Andrej, il regista – diceva che Marina Cvetaeva era una «negromante». Diceva che «Marina era terribilmente infelice, molti ne avevano paura. Anch’io, un pochino». L’aveva conosciuta nel 1939, negli ultimi, oltraggiati anni di vita di Marina, in ostaggio dei Soviet, che le avevano arrestato marito e figlia. Era stato l’estremo amore di Marina – la poetessa che ha amato i poeti.
Marina Cvetaeva credeva nella comunità dei poeti, nella santità dei poeti, le colonne del mondo, le radici del cielo. Si trattava, naturalmente, di una santità biblica, da jurodivyj , da «pazzi di Dio». Ai poeti (così il titolo della raccolta curata da Paola Ferretti per Einaudi, pagg. 178, euro 15) Marina Cvetaeva dedicò gran parte della propria opera. Spesso, fu la morte a impennare la natura medianica dei suoi versi. Così nascono le poesie per Aleksandr Blok, «Un monaco tu resterai per noi:/ magnifico, mansueto, molto amato». Il poeta de I dodici era morto di stenti, nell’estate del 1921: reclutato dai bolscevichi come redattore capo della Commissione straordinaria d’inchiesta sui crimini dei ministri e funzionari zaristi, aveva capito quasi subito che «il popolo rivoluzionario non ha fatto altro che distribuirsi attorno alla stessa torta davanti alla quale sedeva la burocrazia». Morendo, imprecò contro «questa puttana, questa traditrice, questa tanto amata Russia che come una scrofa mangia il suo piccolo». Vladimir Majakovskij, nell’immaginario di Marina, era una specie di Prometeo e diMangiafuoco. La sua morte, nell’aprile del 1930, sancì il crollo del tempio della Rivoluzione: «Chi era in lotta contro ogni dio/ l’ultimo tempio oggi ha abbattuto// ...Un colpo – proprio al centro./ Come alle fiere col tirassegno».
Con Anna Achmatova fu una lotta di smancerie e di bicchieri infranti. Dopo aver saputodella fucilazione del marito, Nikolaj Gumilëv, il poeta avventuriero e antibolscevico, Marina le scrisse una lettera, il 31 agosto del 1921 («Cara Anna Andreevna, tutti questi ultimi giorni sono corse cupe notizie sul Vostro conto... »). Cinque anni prima, si era rivolta a lei come alla «Musa del Pianto, tra le muse più magnifica!/ Progenie ossessa delle notti bianche!»; entrambe affiatate dal fato («Io sono il forzato,/ tu il carceriere. Destino identico»). La mente mitologica di Marina trasfigura il lignaggio di Anna Achmatova – discendente, per via materna, da Akhmat, khan dell’Orda d’Oro – in «Bocca-d’oro», «verbo che redime/ tutta la Rus’». La Achmatova non abboccò alle moine di Marina.
I Versi per Puškin – amatissimo «dall’infanzia... fino alla passione» –, dichiarato «Flagello di gendarmi, dio di studenti,/ bile di mariti, trastullo di mogli», testimoniano il tentativo di Marina di salvare il poeta dalla “musealizzazione” di Stato. Il poeta, costituzionalmente in contrasto contro ogni potere costituito, non può frantumarsi in fantoccio ad uso dei biechi mitografi del politburo. Nel volume einaudiano mancano le poesie che Marina dedica aBoris Pasternak («Ci hanno divisi come aquile con - / giurate.../ come orfani, smarriti», scrive in una poesia raccolta da Serena Vitale in Dopo la Russia , Mondadori, 1988).
Nel poemetto I poeti – composto nel 1923 e al centro del volume Ai poeti – Marina Cvetaeva elenca gli attributi del poeta: «superfluo», «svuotato, strattonato », «è letame, è chiodo», «è invisibile, irreale».
Poeta, scrive Marina, «è in rima con paria» – eppure, è in grazia del poeta- paria che l’uomo ricorda chi è, che il mondo continua aesistere, che il Diomuto torna a parlare. Ogni dono, però, ha un debito in doti di dolore. Sacrificio è una parola che sa di pane. I poeti vanno spezzati. Prendeteli, mangiateli tutti.
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