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La Taranta e il Mediterraneo, la prima in eurovisione


La Taranta e il Mediterraneo, la prima in eurovisione

di Alessandra LUPO ed Eleonora MOSCARA

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domenica 23 agosto 2026, 19:18 - Ultimo aggiornamento: 19:23

Il palco si accende dal basso. Le voci scendono per poi risalire tutte insieme, in un’unica onda, sulle note di “Quant’ave”: è così che si apre la ventinovesima Notte della Taranta. Un avvio che contiene già l’idea sulla quale Ermal Meta ha costruito il suo Concertone: partire dalla terra e allargare lo sguardo, lasciare che la tradizione incontri altre lingue senza smarrire la propria.
La “Pizzica di Cosimino”, affidata a Giancarlo Paglialunga e Dario Muci, torna al repertorio più antico. “Teresina”, “Menamenamò”, “Lu rusciu te lu mare” e il griko di “Àremu” disegnano una geografia nella quale il mare è confine attraversato.

L’entusiasmo prende il volto di Alessandra Amoroso. Per lei il Concertone è un ritorno a casa da ospite d’onore, dopo la prima volta, fresca della vittoria ad “Amici”. Con “Santu Paulu” gioca in casa, poi regala al pubblico “Vivere a colori”. Nel suo brano entra il senso dell’operazione: «a menzu a do mari», sotto lo stesso cielo.
“La tabaccara”, affidata a Ninfa Giannuzzi, Consuelo Alfieri ed Enza Pagliara, riporta al centro il lavoro delle donne con un canto che trasforma la fatica delle operaie del tabacco in memoria collettiva. Tra i momenti più toccanti, “Damme nu ricciu” nella voce di Alessandra Caiulo. Welo, con “Core meu”, porta dentro la pizzica una lingua contemporanea. Gisela João apre la rotta verso il Portogallo. La sua voce incontra la pizzica in “La cerva”, canto d’amore antico, poi arriva “Louca”: due tradizioni lontane trasformano desiderio e dolore in canto. Il Mediterraneo immaginato da Meta diventa suono.

Dopo la “Polka” e “Cent’anni sale” è lo stesso maestro concertatore a mettere la firma più personale sul Concertone con “Nu simu nienti”, l’inedito scritto in dialetto salentino. Fuoco, tramontana, rena e radici del grano segnano una canzone di fragilità e appartenenza che arriva al verso «n’amu truati a mienzu la via».
La sua Albania entra così nella Taranta in una dimensione collettiva. Con “Pizzica di Sannicola” e soprattutto “Fior di libertà” il viaggio acquista anche una dimensione civile: pace, libertà, donne che impugnano una penna.
Il repertorio torna a stringersi intorno alle sue voci con “Ferite” e Antonio Amato, che riprende “Aria Caddhipulina” dopo lo stop dell’anno passato. È movimento della serata: aprire e richiudere, partire e tornare senza perdere il centro del rito.
Levante arriva dentro questo movimento e il piazzale ne misura l’attesa. “Beddha ci dormi” le affida uno dei canti d’amore più riconoscibili, che lei porta in una dimensione intima. Poi “Malìa” restituisce l’altro volto dell’incontro: non soltanto l’ospite che entra nella Taranta, ma la Taranta che accoglie il mondo dell’ospite. Dopo oltre dieci anni di assenza, il Concertone ritrova Maria Mazzotta. Una delle voci più importanti della musica popolare salentina torna nel luogo che ha contribuito a costruire. Con Sayf il viaggio diventa contemporaneo. “Menamenamò” si apre con un omaggio al barocco, mentre i costumi citano il Rondò Veneziano senza mascherarlo. Il rapper affronta il dialetto con sorprendente naturalezza.
“Pizzica di San Vito” e “Madonna te lu mare” con Dario Muci riportano il baricentro in Salento. A prendersi la scena è anche Giulia Vecchio, nuova stella che si destreggia ne “L’acqua te la funtana”, tra interpretazione e comicità. E non rinuncia alla gag, scherzando sul presunto plagio di Beyoncé. Con “Manushaqja / Lu pecuraru” l’Albania entra direttamente nella lingua del Concertone. L’arbëresh e il salentino si alternano, si rispondono, fanno emergere affinità e distanze. “Lule Lule” prolunga la rotta oltre l’Adriatico: culture messe una accanto all’altra, senza fusioni indistinte.
Il percorso continua con “Ferma zitella”, “Pizzica de notte”, “Ec Ec” e “De sira”. Salento e Albania diventano due sponde dello stesso racconto. Buona la prima prova di Aurora Leone, accanto a Ema Stokholma, ormai di casa a Melpignano al suo terzo anno. Leone porta immediatezza e misura, Stokholma la sicurezza dell’esperienza.
Il corpo di ballo guidato da Fredy Franzutti dà forma fisica ai passaggi, mentre le grafiche dello Studio ProDesign trasformano il palco in racconto per immagini.

Rotte e suggestioni barocche accompagnano una musica che sposta i propri confini senza cancellarli. Alla fine resta “Kalinifta”. Il canto in griko che da decenni chiude la Notte della Taranta torna nelle voci di tutti, serenata d’amore della Grecìa Salentina. La ventinovesima edizione finisce dove deve finire: in una lingua antica cantata da migliaia di persone. È questa la misura della tradizione quando rimane viva.

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