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La telefonata tra Lavitola e Ranucci la notte della perquisizione: «Tanto non c'è il movente contro di te...». Il piano per «sistemarsi» con Report


Il faccendiere «amico fraterno» del conduttore di Report puntava a «sistemarsi economicamente» con la trasmissione, immaginando di mettere in piedi una società esterna di produzione. Che cosa si sono detti al telefono la notte in cui la casa del faccendiere è stata perquisita e le rassicurazioni del giornalista, per i pm «incredulo e ignaro» davanti a ciò che stava accadendo

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Nella notte tra il 3 e il 4 luglio, poche ore dopo che i carabinieri hanno perquisito casa e ristorante di Valter Lavitola, il “Cefalù bistrò”, sequestrandogli computer e telefoni con l’accusa di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, l’ex direttore dell’Avanti chiama il conduttore di Report. Sono le 3,56, ricostruisce La Stampa, e la chiamata dura oltre due ore. Secondo Il Messaggero, è la prima persona che Lavitola sente appena uscito dalla caserma, e la sceglie utilizzando un canale che riteneva non monitorabile, il telefono della compagna. Gli inquirenti riusciranno comunque a intercettarne circa venti minuti, grazie a una microspia piazzata nell’auto della donna.

Perché quella conversazione è finita agli atti dell’inchiesta

Il pm di Roma Edoardo De Santis la definisce, nella richiesta di arresto accolta dal gip Iole Maricca il 10 agosto, una conversazione «di fondamentale importanza per le indagini», riporta Il Messaggero. Lavitola prova a condurre l’amico sul terreno dell’errore investigativo, ricordandogli che due giorni prima, il 2 luglio, era stato lui stesso ascoltato dai magistrati come persona informata sui fatti: «Scusami, non te lo potevano dire a te, no, che avevano il timore che fossi io?». Ranucci, colto alla sprovvista, ribatte con tono preoccupato: «E allora che mi hanno chiamato a fare?», aggiungendo di essere rientrato in fretta pure da Bologna.

Cosa sapeva Lavitola sugli elementi raccolti dagli inquirenti

Lavitola insiste sostenendo che gli inquirenti avrebbero avuto elementi anche contro Ranucci già prima della perquisizione, «eh vabbè, l’altro ieri gli elementi su di te ce li avevano già», e il giornalista, invece di smentire, sembra assecondarlo: «Apposta ti sto dicendo». Poco dopo l’ex editore dell’Avanti si interroga a lungo sul rischio che il proprio nome sia emerso dagli interrogatori dei quattro arrestati come esecutori materiali della bomba piazzata il 16 ottobre 2025 sotto casa di Ranucci a Pomezia: «Però ti dico una cosa, ma se ce li avessero avuti gli elementi su di me, quando hanno fatto l’arresto, da me venivano pure all’epoca, cioè quando hanno fatto l’arresto a quelli là mi arrestavano pure a me, può essere che li hanno avuti dopo, oppure dopo che sei venuto tu». E ancora, riferendosi ai quattro indagati: «Può essere che questi qua quando sono stati arrestati hanno detto che il mandante ero io, che ne so».

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«Tanto non c’è il movente»: la rassicurazione di Ranucci all’amico indagato

La frase più citata da Il Giornale è quella con cui Ranucci prova a tranquillizzare Lavitola, ripetuta più volte nella telefonata: «Comunque vada, non c’è un movente, non c’è un movente». Una rassicurazione che stride con quanto lo stesso Lavitola riferisce all’amico, e cioè che il colonnello Dario Ferrara gli avrebbe spiegato durante la perquisizione quale fosse, a suo avviso, il movente della bomba, quello di aumentare la visibilità mediatica di Ranucci, non di fargli del male. Lavitola racconta di aver replicato al colonnello con parole dure: «Mai gli ho detto: lei si rende conto che con questa cosa andiamo a finire su tutti i giornali e si dirà che Ranucci si è fatto l’attentato da solo?».

Il timore del carcere e le parole alla compagna

Nei giorni successivi Lavitola vive con crescente consapevolezza, quasi con rassegnazione, l’idea di un possibile arresto. A un’amica brasiliana confida i suoi piani per guadagnare tempo: «Ho solo oggi e domani per provare a fare più cose possibili, per non fare la stessa cagata dell’altra volta in cui non mi sono occupato di nulla del lavoro e questo mi ha lasciato finito quando sono uscito di galera». Alla compagna, invece, cerca di trasmettere una sorta di fatalismo: «Posso essere arrestato, ma non è che mi uccidono o mi cucinano». E a un interlocutore chiamato Ivan spiega quanto conti, ai suoi occhi, la fedeltà di Ranucci: «Se lui mi difenderà, anche per una questione di reputazione, sarà diverso. Sarà la stessa cosa di Berlusconi».

Chi è Corrado, il nome che compare nelle intercettazioni

Nella telefonata Ranucci, spazientito dalle domande sui presunti complici, esorta l’amico a concentrarsi su un’altra pista: «Ma andassero a cercare chi è questo Corrado, senti che ti dico io». Il nome compare in un’intercettazione tra due degli esecutori materiali, che si raccomandavano «Corrado non deve sapere», la cui identità resta incerta. Secondo la ricostruzione del Giornale, lo stesso Ranucci ne avrebbe fornito due versioni diverse: in un’intervista al Fatto Quotidiano lo avrebbe accostato all’ex 007 Marco Mancini, mentre agli inquirenti avrebbe indicato un presunto affiliato al clan Moccia.

Il ruolo di Gomes Clesio Tavares e il progetto su Report

Un altro passaggio della telefonata riguarda Gomes Clesio Tavares, il factotum camerunense di Lavitola oggi ricercato perché accusato di aver reclutato il commando. Ranucci chiede conto della sua posizione, «a Gomez perché l’avete in mezzo», e Lavitola prova a chiarire, in modo piuttosto contorto, il ruolo dell’uomo: «Perché Gomes sarebbe stato il tramite con questi qua, Gomes avrebbe assoldato questi qua, io avrei assoldato Gomes e io avrei pure uno a fianco a me». Sullo sfondo, secondo quanto ricostruito da Il Messaggero sulla base delle carte dell’inchiesta, gli inquirenti ritengono che il vero interesse di Lavitola, definito il “kingmaker” dell’amico, fosse mantenere Ranucci in una posizione mediatica di rilievo, tanto da avergli proposto di diventare produttore esterno di Report sul modello, a suo dire, di quanto fatto da Michele Santoro con la Rai: «Io mi sarei occupato della produzione e mi sarei sistemato economicamente».

L’inchiesta è chiusa: la promessa di Ranucci

Verso la fine della conversazione Lavitola sembra convincersi che l’indagine sull’attentato si sia esaurita: «Sì, non hai capito. L’inchiesta è chiusa. Non mi sono spiegato». Ranucci, allora, gli tende la mano con una frase che i pm giudicano ambigua, non è chiaro se riferita a un’eventuale difesa personale o dell’amico: «E lascia che, l’inchiesta è chiusa, quando ci sarà da contestare questi fatti io risponderò».

Perché il giornalista di Report Daniele Autieri ha preso le distanze da Lavitola

L’inviato di Report Daniele Autieri, ascoltato come persona informata sui fatti, ha raccontato agli inquirenti di essersi progressivamente allontanato da Lavitola dopo che questi gli aveva chiesto di scrivere a un’azienda israeliana per verificare una presunta pista legata ai servizi segreti dietro l’attentato. Autieri ha spiegato di aver rifiutato per motivi deontologici: «Il mio ragionamento è stato questo, se uno stimolo mi arriva da Lavitola io quell’informazione preferisco prima verificarla», aggiungendo di non considerarlo «una fonte così affidabile».

I punti ancora oscuri dell’inchiesta

Tra i tanti, resta un interrogativo senza una risposta chiara. Perché Ranucci non abbia mai riferito ai magistrati di una conversazione avuta un mese dopo l’attentato, in cui Lavitola gli chiedeva il via libera per «fare tutto il casino» che gli veniva in mente se non gli avessero assegnato una seconda auto di scorta, resta senza risposta secondo Il Giornale. Convocato dal procuratore capo Francesco Lo Voi l’8 luglio, Lavitola ha comunque dichiarato di essere rimasto sconvolto dalla vicenda: «Sono rimasto sconvolto da quanto accaduto e ho avuto paura sino all’ultimo minuto che Sigfrido mentisse. Ho provato vergogna, qualora fosse emerso che avevo tradito Sigfrido, sarebbe stato un disonore. Con lui ho un rapporto molto familiare».