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La Terra ha ancora 1,8 miliardi di anni: ecco perché la fine della vita si allontana


Jacob Haqq-Misra, astrobiologo dell'ente no profit Blue Marble Space, e il collega Eric Wolf hanno ricalcolato la data di scadenza della biosfera terrestre: 1,8 miliardi di anni, non 100 milioni come ipotizzato nel 1982 da James Lovelock. Il lavoro, pubblicato il 28 maggio sulla rivista JGR Atmospheres, si basa su 29 modelli climatici distinti.

I due ricercatori hanno delimitato lo scenario tra due estremi: da un lato temperature troppo alte per la vita ma anidride carbonica stabile, dall'altro concentrazioni di CO2 insufficienti ma clima stazionario. In mezzo, l'intero spettro di combinazioni possibili tra irraggiamento solare e disponibilità di carbonio. Il Sole sta diventando più luminoso — oggi produce circa un terzo di energia in più rispetto a 4,5 miliardi di anni fa, all'alba del sistema solare, e continuerà a scaldarsi fino a spegnersi tra circa 5 miliardi di anni. Il problema per le piante non è solo il calore: è la fame. Il pianeta possiede un termostato naturale. Quando le temperature salgono, la Terra assorbe più CO2 e la immagazzina nelle rocce, rilasciandola poi attraverso le eruzioni vulcaniche (un meccanismo che secondo studi recenti vede proprio l'anidride carbonica, e non l'acqua, spingere il magma verso la superficie dalle profondità del mantello). Il sistema stabilizza il clima. Ma sottrae anidride carbonica proprio alle piante, che ne hanno bisogno per fotosintetizzare. Qui si gioca la partita. A un certo punto il macchinario fotosintetico si blocca per eccesso di calore, oppure collassa per carenza di CO2 — e con esso l'intera rete alimentare del pianeta. Haqq-Misra e Wolf hanno però inserito nel modello organismi estremi: piante con metabolismo fotosintetico CAM (crassulacean acid metabolism), come succulente e orchidee, capaci di sopravvivere con quantità minime di anidride carbonica.

Stessa capacità in alcune piante marine, che attingono carbonio disciolto direttamente dall'oceano. Il risultato sposta il collasso della vegetazione fino quasi a coincidere con la perdita degli oceani terrestri, prevista tra circa 2 miliardi di anni per effetto della radiazione solare che scinde le molecole d'acqua o dell'evaporazione incontrollata. Andrew Rushby, astrobiologo della Birkbeck University di Londra ed esterno alla ricerca, definisce le cifre "stime ampie": impossibile prevedere come la biosfera fotosintetica potrebbe adattarsi nel corso di miliardi di anni di cambiamento. Gli stessi autori scrivono che i limiti termici o nutrizionali osservati oggi potrebbero non essere vincoli assoluti, ma semplicemente il riflesso di ciò che conosciamo ora. Concretamente: se una pianta grassa sul davanzale di casa riesce a vivere quasi senza acqua né anidride carbonica, il pianeta intero — nella sua versione più tenace — potrebbe fare lo stesso per un tempo quasi venti volte più lungo di quanto si credesse fino a ieri.

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