C'è stato un tempo in cui le ferie non si misuravano in weekend compressi tra due voli low cost. Si partiva con l'automobile carica fino al tetto, si affittava una casa per un mese (chi poteva anche per tutta l'estate), si ritrovavano le persone dell'anno precedente.
La chiamavano villeggiatura ed era molto più di una vacanza: una parentesi abbastanza lunga da sviluppare amicizie, amori, rituali e rivalità. E anche una malinconia dolce al rientro in città. Il cinema italiano ne ha seguito ogni trasformazione, dal dopoguerra alla Riviera chiassosa degli anni Ottanta e Novanta.
In questi film il mare è un osservatorio sul Paese e rivederli oggi ha un gusto agrodolce: significa entrare in un'estate più lenta e in una società molto diversa. Un mondo tutt'altro che innocente, ma capace di concedere al tempo una larghezza che abbiamo quasi dimenticato.
Nel 1954 Alberto Lattuada porta il pubblico in una località ligure immaginaria. Anna Maria, interpretata da Martine Carol, arriva al mare con la figlia fingendosi vedova rispettabile. È in realtà una prostituta, e quando la verità emerge la cortesia dei villeggianti si trasforma in disprezzo.
La spiaggia mostra una villeggiatura ancora elitaria: alberghi eleganti e giornate trascorse a osservare (e giudicare) gli altri. Sotto i colori del mare, Lattuada smaschera l'ipocrisia di una comunità che accoglie solo chi considera "dei suoi". Il mare promette libertà, ma la buona società continua a controllarne gli ingressi.
La lunga vacanza, a volte, poteva durare più delle ferie stesse. In Mariti in città, di Luigi Comencini, le mogli partono per le località balneari mentre i consorti rimangono a Roma. Per quattro uomini la città svuotata sembra offrire l'occasione perfetta per recuperare una libertà da scapoli. Ma tra equivoci e improvvise infatuazioni, le avventure immaginate si rivelano però molto meno semplici del previsto.
La commedia nasce da un'abitudine oggi inconcepibile: mogli e figli trascorrevano settimane al mare, raggiunti dai mariti solo nei fine settimana. Comencini utilizza quella separazione stagionale per giocare con le fragilità maschili e con una morale coniugale elastica soltanto a parole. L'autunno, poi, rimette tutti al proprio posto.
Sempre nel 1957 Mario Camerini riunisce a Ischia un gruppo di personaggi destinati a incrociarsi. Ci sono quattro giovani romani che organizzano uno scherzo ai danni di un ex datore di lavoro (Vittorio De Sica), un avvocato perseguitato da un rimorso, coppie in crisi e innamoramenti che rischiano di durare meno del soggiorno.
Vacanze a Ischia appartiene alla stagione in cui il cinema contribuiva a rendere desiderabili le località italiane. L'isola diventa un luogo fisico attraversato con curiosità, non un'immagine da consumare in fretta: arrivarci è già un'avventura e ripartire significa lasciare qualcosa in sospeso. Tra cartolina e commedia corale, Camerini racconta l'entusiasmo di un Paese che cominciava a scoprire il piacere delle ferie.
Enrico Marletti lascia una Roma deserta per raggiungere la moglie Giuliana (Sandra Milo), da tre settimane in vacanza a Riccione. Nei pochi giorni trascorsi sulla Riviera, l'ingegnere si ritrova in mezzo a conoscenze invadenti, feste e corteggiatori. Soprattutto, scopre che la donna possiede una vita estiva dalla quale lui sembra escluso.
Dino Risi gira L'ombrellone nel 1965 e trasforma la spiaggia affollata in un ritratto dell'Italia del boom. Il benessere ha portato consumi e turismo di massa ma non ha eliminato la solitudine e l'incomunicabilità. L'ombrellone dovrebbe garantire uno spazio privato, in realtà è una casella dentro una folla compatta, rumorosa e continuamente in movimento.
Una domenica d'agosto una cabina collettiva sulla spiaggia di Ostia diventa un microcosmo umano: sportivi, famiglie, militari, amanti clandestini. Tra loro Paolo Stoppa, un giovanissimo Michele Placido, un'ancor più giovane Jodie Foster e Gigi Proietti. Tutti entrano per cambiarsi, nascondersi o concludere un affare; tutti finiscono per invadere lo spazio altrui.
Sergio Citti con Casotto restringe la villeggiatura a pochi metri quadrati e lascia che sia l'umanità a fare spettacolo. Nella spiaggia popolare corpi, dialetti e desideri convivono senza filtri. Il caldo appiccica, la privacy non esiste e la giornata al mare assomiglia a una lotta per conquistare un angolo libero. Proprio per questo appare viva, concreta, irripetibile.
Nel 1983 Carlo Vanzina guarda indietro e ricostruisce a Forte dei Marmi l'estate del 1964. Famiglie provenienti da diverse città tornano in Versilia per la villeggiatura, i figli si incontrano sulla spiaggia, ballano, si innamorano e affrontano delusioni che sembrano enormi perché accadono per la prima volta.
Sapore di mare non racconta soltanto una vacanza: racconta il momento in cui un ricordo acquista la propria colonna sonora e diventa indimenticabile. È la villeggiatura all'ennesima potenza, come appuntamento annuale, capace di far crescere i ragazzi nello stesso luogo e di trasformare il ritorno a casa in una rottura sentimentale. E il finale è ancora oggi uno dei più belli del cinema italiano.
Con Rimini Rimini (Sergio Corbucci) l'estate diventa una commedia a episodi fatta di seduzioni, truffe e figuracce. Un magistrato moralista cade nella trappola di una donna decisa a vendicarsi, una vedova riscopre il desiderio, un uomo coinvolge una prostituta in un affare e persino religiosi e adolescenti vengono trascinati nella giostra degli equivoci.
La villeggiatura familiare resiste, ma intorno è cresciuta un'industria del divertimento pronta a riempire ogni ora. È un'Italia sfrontata e televisiva, in cui andare al mare significa anche recitare una versione più audace di se stessi.
Abbronzatissimi torna tra Rimini e Riccione per intrecciare le vicende di un pianista di piano bar con il vizio delle scommesse, due operai che fingono di essere ricchi, una giovane prostituta finalmente in vacanza e una ragazza innamorata contro il volere del padre. Un mosaico affollato nel quale l'amore convive con l'interesse economico.
Film figlio della sua epoca, esagerato e disordinato, ma proprio per questo ricco di dettagli che oggi stiamo riscoprendo: villaggi turistici, pianobar, animazione, mode e tormentoni.
A Ventotene due gruppi occupano case vicine: da una parte il giornalista progressista Sandro Molino (Silvio Orlando) con amici intellettuali e alternativi, dall'altra Ruggero Mazzalupi (Ennio Fantastichini), commerciante romano con famiglia rumorosa e conservatrice. La convivenza genera scontri e dispetti, trasformando l'isola in una miniatura dell'Italia degli anni Novanta.
Paolo Virzì con Ferie d'agosto usa la vacanza per far saltare le buone maniere. Lontani dal lavoro, i personaggi non diventano più liberi: portano con sé appartenenza politica, pregiudizi e frustrazioni. Eppure quella lunga permanenza obbliga mondi opposti a guardarsi. Oggi che possiamo attraversare un luogo senza incontrare davvero chi lo abita, persino quel conflitto di classe sembra appartenere a un'estate più condivisa.
L'estate del 1971 cambia la vita dei Michelucci quando Anna viene eletta "mamma più bella" ai Bagni Pancaldi di Livorno. Gli sguardi degli uomini alimentano la gelosia del marito Mario e la vergogna del piccolo Bruno. Molti anni dopo, ormai adulto e infelice, il figlio torna dalla madre gravemente malata e ripercorre una storia familiare segnata da fughe, litigi e affetto ostinato.
In La prima cosa bella, uscito nel 2010, Paolo Virzì usa la villeggiatura come porta d'ingresso della memoria. Lo stabilimento balneare è il luogo in cui una famiglia si espone allo sguardo della comunità e in cui un bambino comincia a interpretare, spesso male, il mondo degli adulti. Di quella lunga estate italiana restano i colori, le canzoni e anche le ferite.
E forse è proprio questo che il cinema conserva meglio: non la vacanza perfetta, ma il tempo che non volevamo finisse.