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Laghi pieni e fiumi in salute: la battaglia per l’acqua bellunese arriva in Parlamento


BELLUNO - Laghi pieni, fiumi in salute. In pratica: giù le mani dall'acqua bellunese. Suona più o meno così la richiesta del territorio dopo un'estate che più siccitosa non si potrebbe. Solo che adesso si passa dalle parole ai fatti. O meglio, alle norme. Il senatore bellunese Luca De Carlo ha infatti depositato ieri un disegno di legge che porta direttamente in Parlamento il tema dei livelli minimi d'invaso dei laghi della provincia dolomitica. Il provvedimento, intitolato “Disposizioni in materia di livelli minimi d’invaso dei laghi della Provincia di Belluno”, punta a trasformare in un obbligo normativo quella che da tempo è una delle principali richieste del territorio: evitare che i bacini bellunesi vengano progressivamente impoveriti dai prelievi e dagli effetti dei cambiamenti climatici. Il passaggio è tutt’altro che simbolico. La proposta di legge mette nero su bianco le quote minime che dovrebbero essere garantite nei principali laghi e affida alla Regione Veneto e all’Autorità di bacino il compito di dare attuazione alle disposizioni. Non più, dunque, soltanto la richiesta di mantenere più acqua nei bacini, ma l’indicazione di valori precisi sotto i quali i livelli non dovrebbero scendere.

Il dettaglio

Per il lago di Centro Cadore la quota minima viene individuata a 673,5 metri sul livello del mare, che diventano 678 nei mesi estivi. Per Santa Croce si passa da 378 a 382 metri, mentre per il Corlo da 256 a 262. Per il Mis il riferimento resta quello delle norme del Piano per il Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi. Nei bacini minori, invece, il livello non dovrebbe scendere sotto i due terzi della quota di massimo invaso. È proprio questo il salto di qualità rispetto al passato: la battaglia per avere laghi più pieni entra nella via normativa. La proposta arriva mentre il territorio deve fare i conti con estati sempre più siccitose, inverni miti, ritiro dei ghiacciai e un sistema di utilizzo della risorsa idrica che vede le acque bellunesi impiegate per la produzione idroelettrica e per l’irrigazione. Il disegno di legge prevede proprio che le quote possano essere aggiornate qualora gli effetti di fenomeni climatici particolarmente avversi rendano i valori non più sufficienti a garantire la tutela dei laghi. E richiama la Regione alla necessità di assicurare il deflusso minimo vitale nel bacino del Piave. Al centro della discussione c’è soprattutto il fiume sacro alla patria, le cui acque vengono immesse in circa 200 chilometri di condotte, con conseguenze sul deflusso e sull’equilibrio dei corsi d’acqua e dei laghi.

«Caso nazionale»

De Carlo parla di una questione che non può più essere considerata soltanto bellunese. «Con questa proposta, riporto la questione idrica bellunese e veneta sotto i riflettori nazionali: la crisi dell’acqua non è più solo un problema della montagna, come questo Governo ha già dimostrato con il Decreto Siccità che incentiva la realizzazione di bacini di accumulo in pianura e con provvedimenti che puntano alla riduzione dell’uso di acqua in agricoltura come la sperimentazione in campo delle Tea (tecniche di evoluzione assistita, vale a dire i metodi di biotecnologia agraria, ndr), ma è un tema che coinvolge anche la Regione - che deve rivedere il bilancio idrico - e l’intera nazione» sottolinea De Carlo. «Non si tratta quindi di una contrapposizione tra montagna e pianura, ma della consapevolezza che stiamo affrontando una questione che richiede la partecipazione di tutti i territori e di tutte le parti in causa, dalla gestione della risorsa idrica alla razionalizzazione del suo utilizzo anche per l’uso agricolo e domestico, prevedendo e incentivando la realizzazione in pianura di bacini di accumulo a servizio non solo dei campi ma anche delle abitazioni private».