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Lavitola, le ammissioni per ottenere i domiciliari. Oggi l'udienza al Riesame


ROMA Un'ammissione, ma accostata a una ricostruzione che il giudice ha definito «fumosa» e «inverosimile». E, adesso, il tentativo di circostanziare meglio le parole dette durante l'interrogatorio di garanzia, per cercare di convincere i magistrati a farlo uscire dal carcere di Rebibbia e a concedergli gli arresti domiciliari. Oggi per Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell'attentato dinamitardo organizzato in ottobre ai danni dell'amico Sigfrido Ranucci, è il giorno dell'udienza di fronte al tribunale del Riesame. L'imprenditore si presenterà con una memoria di sessanta pagine a sostegno della sua versione: l'attentato sarebbe stato organizzato per difendere Ranucci. Lavitola ribadisce di avere appreso di minacce concrete nei suoi confronti, sottovalutate dal giornalista, e di avere quindi progettato l'attentato simulato con lo scopo di attirare l'attenzione, per dimostrare quanto fosse vulnerabile e costringere lo Stato a potenziargli la scorta. Secondo il pm Edoardo De Santis e i carabinieri del Nucleo investigativo, invece, il fine dell'imprenditore era spingere un eventuale ingresso in politica di Ranucci, aumentandone la popolarità.

Ora l'obiettivo di Lavitola è cercare di fornire giustificazioni convincenti. E per questo ha anche deciso di fare nuove dichiarazioni spontanee. Nella memoria, dal lato tecnico, i suoi legali sottolineano l'insussistenza della misura cautelare: non ci sarebbe mai stato un vero rischio di fuga, visto che, dopo avere scoperto di essere stato indagato, l'imprenditore - che era in partenza per l'Africa - avrebbe costantemente informato gli inquirenti sui suoi spostamenti. Gli avvocati potrebbero anche giocare il jolly di un vizio di forma: secondo la difesa i termini per fissare l'udienza sono scaduti e il detenuto andrebbe liberato immediatamente. Ma la strada verso i domiciliari ha subito un clamoroso stop familiare: la compagna italo-argentina di Lavitola, ormai ex, si è presentata dai carabinieri per revocare la disponibilità a ospitarlo nella casa di Roma e a farlo lavorare al ristorante Cefalù, di cui è amministratrice.

All'appello manca ancora il braccio destro dell'imprenditore, Clesio Gomes Tavares, che avrebbe fatto da tramite tra l'ex editore e la banda di avellinesi accusata di avere materialmente piazzato la bomba davanti alla villetta di Ranucci a Torvaianica. L'uomo è latitante in Camerun, dove sostiene di stare seguendo per conto di Lavitola un importante affare nel settore del carbon credit. Ed è qui che l'inchiesta potrebbe sdoppiarsi e viaggiare anche lungo un fronte internazionale. La Procura di Roma sta infatti scavando a fondo sugli affari africani di Lavitola. Prima del Camerun, l'imprenditore stava seguendo un progetto simile nello Zimbabwe. Il business milionario, legato alla compravendita di crediti di carbonio attraverso concessioni territoriali, si era incagliato dopo uno scontro con un socio locale. E qui le strade dell'imprenditore e dell'ex conduttore di Report si incrociano nuovamente. Gli inquirenti hanno deciso di acquisire uno scambio di mail del 29 giugno 2026 in cui Ranucci anticipava a Lavitola il testo di una sua intervista rilasciata al quotidiano africano The Standard, incentrata sulle presunte truffe subite da un gruppo di imprenditori italiani in relazione a un progetto sul carbon credit. L'autore dell'articolo, peraltro sparito dal sito del quotidiano dopo la perquisizione di Lavitola, ha dichiarato che sarebbe stato proprio l'imprenditore a passargli il contatto di Ranucci, suggerendogli di intervistarlo. Adesso l'ex socio di Lavitola ha intenzione di sporgere denuncia: sostiene di essere stato danneggiato e diffamato.

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