
Un grande smiley luminoso proiettato sulla parete (è un’opera di Davide Sgambaro!); una Vittoria alata dalla complessa e acuminata cornice verde acceso, dipinta dalla giovanissima Barbara De Vivi; la ritualità del corpo e del lutto che affiora nella video-performance di Giuseppe Di Liberto. E poi ancora, i delicati e precisi collage di Kensuke Koike, che, con la sua tecnica certosina, riesce a far affiorare da immagini d’archivio nuove forme; i fondali di una Venezia sotterranea, notturna e distopica, svuotata dai clichés della cartolina da G.Olmo Stuppia in Sposare la notte – Controcartolina Venezia; la materia instabile di Caterina Morigi, cristallizzata in una coppa dalle sembianze di carbone. Tutti questi media differenti — dalla scultura al video, dalla fotografia all’installazione ambientale — trovano un punto di incontro, oggi, nella collezione della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia e, conseguentemente, negli spazi della Sala del Camino ai SS. Cosma e Damiano, dove è ora in corso la mostra L’una nell’altra, curata da Giovanni Giacomo Paolin. La mostra, parte integrante del programma Time after Time ideato da Stefano Coletto e sostenuto dal PAC 2025 (Piano per l’Arte Contemporanea) e da Cantica21, riunisce infatti un nucleo di opere recentemente entrate a far parte della collezione dell’Istituzione veneziana.

In ogni caso, la particolarità di questo corpus non risiede soltanto nella varietà delle ricerche individuali, ma anche nella matrice condivisa che lo origina: ciascuno degli artisti coinvolti ha attraversato gli Atelier della Bevilacqua La Masa, la più antica residenza d’artista pubblica in Italia, fondata nel 1901 per volontà della duchessa Felicita Bevilacqua La Masa. Per questi autori, Venezia non ha rappresentato un semplice fondale scenografico, bensì un luogo di formazione.
Il titolo L’una nell’altra, poi, suggerisce un modello espositivo fondato sul concetto di sovrapposizione e reciproco sconfinamento. Nel denso impianto della Sala del Camino, i lavori dialogano con le strutture dell’antico complesso ecclesiastico e con i limiti intrinseci della mostra temporanea, messi in evidenza da un allestimento di grande rigore concettuale e formale. L’architettura della Sala del Camino viene infatti attraversata da una struttura reticolare in profilati metallici a vista: si tratta dell’intelaiatura nuda tipica delle pareti in cartongesso, lasciata qui deliberatamente scoperta o chiusa solo parzialmente. L’allestimento diventa così traduzione visiva immediata del titolo: le opere e gli ambienti si intersecano a vicenda, incastrandosi l’una nell’altra. Lo sguardo dello spettatore è costretto a filtrare attraverso lo scheletro metallico, cogliendo contemporaneamente la singola opera in primo piano e i dettagli dei lavori retrostanti, in un gioco continuo di sovrapposizioni e rimandi visivi.

Come suggerisce il curatore, «Il titolo esprime una relazione imprescindibile tra la Fondazione, la propria città e la mostra stessa. Un legame in grado di definirsi attraverso sovrapposizioni storiche e di manifestarsi nelle scelte espositive all’interno della Sala del Camino. Tutti gli artisti e tutte le artiste in mostra hanno lavorato negli studi della Fondazione e si sono legati al contesto cittadino; chi rimanendo, chi decidendo di andarsene. Allo stesso modo, le idee di presenza ed esposizione sono legate indissolubilmente alla costruzione di L’una nell’altra: le opere insistono su sé stesse, sulle modalità con cui sono state create e sul rapporto, anche intimo, con la città in cui saranno conservate».
Molto interessante è anche come l’operazione condotta dalla BLM dimostra dunque come l’atto dell’acquisizione, in un contesto fortemente legato alla formazione giovanile, possa travalicare la mera patrimonializzazione: non si tratta di archiviare oggetti inerti o di inseguire una rigida logica museale, quanto piuttosto di fissare la traccia di un passaggio, di un attraversamento temporale che permane sia in chi ha scelto di rimanere in laguna, sia in chi ha deciso di partire.
