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Oggi la lettera porta la firma di Luca Bellé, in occasione della ricorrenza dei 33 anni dall'incidente di Gianluigi Lentini: "Quel ragazzo che correva veloce si era fermato contro un guard-rail della Torino-Piacenza e, forse, dall’ospedale non ne è mai veramente uscito"
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Gianluigi era un bambino sveglio. Correva, correva sempre e aveva la passione del pallone. A 10 anni fu scoperto dal Toro, quel ragazzino che dribblava tutti e volava sulla fascia era piaciuto. Arrivò, dopo la trafila nelle giovanili, ad esordire in serie A nel 1986 a 17 anni. La sua carriera, dopo un prestito all’Ancona, decollò con la maglia granata addosso. Volava quel ragazzino, amava il dribbling e la velocità, dentro e fuori dal campo. Il mondo si accorse di lui, arrivarono a dire che sarebbe diventato il giocatore più forte al mondo sulla fascia. E Gianluigi forte lo era davvero. Se lo ricordano ancora a Madrid, con quelle sue sgroppate sulla fascia, i suoi assist per una fantastica rimonta nella partita di ritorno, era la semifinale di coppa UEFA (all’epoca si chiamava così). Il Real in ginocchio, Chendo, difensore madridista più volte saltato e annichilito, quasi umiliato da quel ragazzino con i capelli lunghi e i calzettoni lasciati giù in modo irriverente.
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“Prova a prendermi” sembrava dicesse. Correva Gianluigi, correva forte, in campo e fuori. A quell’età i guadagni si investono in auto sportive, potenti. Quando arrivò la chiamata del Milan, la piazza granata andò in subbuglio. Ribolliva di rabbia, di livore. “Cosa vuole il Milan di Berlusconi. Cosa vuole da noi! Vada a comprarsi qualcun altro a suon di miliardi”. “Se Lentini se ne va, bruceremo la città” era lo slogan cantato dagli ultra’ in curva. Ma quel ragazzo che correva forte sulla fascia, con i capelli lunghi e i calzettoni tirati giù aveva fame. Borsano, il presidente del Toro dell’epoca, non poté resistere a lungo di fronte ai 65 miliardi di lire che il Milan mise sul piatto per quel ragazzo. La cifra era astronomica, l’opinione pubblica, non di fede granata, rimase stupita e anche irritata da quella montagna di soldi. Ci furono anche discussioni parlamentari sull’opportunità di avallare simili cifre per un giuoco.
La piazza granata, intanto, si diede appuntamento sotto alla sede, una sera d’estate. Era caldo. Corso Vittorio, dove si trovava la sede storica in quegli anni, era una fucina rovente e non per il meteo. La notizia era arrivata. Lentini venduto al Milan al prezzo folle di 65 miliardi di lire. Fu una notte in cui quella parte di Torino dormì poco. Ma nulla cambiò, Lentini sarebbe andato a giocare a Milano con la maglia rossonera. Il calendario diceva: luglio 1992.
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Un anno dopo, luglio 1993, quel ragazzo correva forte, ancora di più. Con il contratto miliardario firmato con la squadra meneghina, si comprò una Porsche. Era bello Gianluigi, era amato fuori dal campo forse più di quanto non lo fosse da parte dei suoi stessi tifosi. Bello, ricco, famoso, con quel sorriso da bravo ragazzo che sa stenderti non appena abbassi la guardia.
Gianluigi tornava da un’amichevole con il Milan, a Genova. La sua Porsche gialla forò uno pneumatico. Una sosta veloce in una piazzola, montò il ruotino e via, nuovamente di corsa. Forse aveva una liaison ad attenderlo, forse solo la voglia di tornare a casa. Chissà. Il ruotino però non è progettato per le alte velocità. Si surriscaldò ed esplose. La notte che avrebbe cambiato tutto per Gianluigi si stava compiendo. La Porsche urtò il guard-rail, poi si cappottò più volte uscendo di strada. Gianluigi fu sbalzato fuori, adesso non c’erano difensori arcigni a marcarlo. Era solo il destino. L’auto prese fuoco e quel destino non volle essere così funesto. Lo trovarono privo di sensi, con ferite importanti. Al Giovanni Bosco, l’ospedale che lo accolse, rimase in coma tra la vita e la morte per alcuni giorni. I medici dissero che avrebbe potuto manifestare danni neurologici e che non si poteva anticipare nulla.
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Ma Gianluigi era forte. Quell’episodio, però, segnò per sempre la sua carriera. Tornò in campo verso la fine della stagione 1993-1994, ma i suoi riflessi non erano gli stessi. Il ragazzo che correva forte era diventato un altro. Faticava a trovare la forma. Il Milan lo cedette all’Atalanta nel 1996. La sua ascesa era ormai finita. Quel ragazzo che correva veloce si era fermato contro un guard-rail della Torino-Piacenza e, forse, dall’ospedale non ne è mai veramente uscito.