dall’inviato
Massimo Vitali
BOLZANO (Valles)
Sotto il cielo di Valles che l’1-1 con l’Heidenheim ha sgombrato dei nuvoloni neri che sabato si erano addensati all’orizzonte dopo il traumatico 0-4 con l’Arminia Bielefeld, per un giorno ieri Domenico Tedesco ha chiuso il cantiere rossoblù.
Si ricomincia oggi, con l’iniezione di fiducia di un’amichevole che, pur tra qualche inevitabile (in questa fase della stagione) difetto di fabbricazione, ha mostrato che comincia a intravedersi qualcosa di buono nella nuova creatura che sta prendendo forma.
Occhio però, perché la transizione da un Bologna all’altro è appena cominciata ed è un viaggio che non ha un fine corsa programmato: Tedesco oggi, come Italiano allora, può solo augurarsi che sia un viaggio breve e privo di scossoni. Certezze sulla buona riuscita dell’operazione e sulla tempistica non ce ne possono essere e meno che meno le hanno i dirigenti rossoblù, che pure nutrono grande fiducia nel nuovo corso.
Fiducia mista a cautela. Il diesse Marco Di Vaio, parlando al nostro giornale, due settimane fa coniava la parole d’ordine dell’estate rossoblù: "Nuovo allenatore e tante idee. Ma bisognerà avere pazienza".
A Valles sembra che l’orologio del tempo abbia riposizionato le lancette indietro di due anni, all’estate del 2024, quando un altro allenatore al debutto sulla panchina rossoblù, Vincenzo Italiano, nelle prime settimane di ritiro, quelle ancora orfane di certezze di mercato, andò a sbattere il muso sul passaggio, sempre complesso, da una filosofia all’altra.
Allora Italiano aveva ereditato lo scomodo testimone (e insieme un rutilante posto in Champions) da Thiago Motta.
All’inizio, specie in precampionato, il suo appariva un progetto tecnico balbettante e il gruppo sembrò scontare la difficoltà, sia tecniche che psicologiche, di dover abbandonare un calcio, quello di Thiago, che era stato foriero di impensabili successi per sposare una filosofia inedita che assomigliava un po’ a un viaggio nell’ignoto.
Poi Italiano smussò gli angoli del suo calcio, la squadra gli venne incontro, a ottobre quel Bologna accese i motori e il matrimonio felice a maggio portò ad alzare al cielo una Coppa Italia. Non sempre nel calcio succede, ma a volte sì.
Se lo augura di cuore Tedesco, alfiere di una nuova piccola grande rivoluzione ("con il mister è praticamente tutto nuovo", ammetteva l’altro ieri Miranda) che ogni sera lo porta a riguardare, insieme agli uomini del suo staff, tutti i passaggi degli allenamenti della giornata per capire cosa ha funzionato e cosa no.
Maniacale precisione teutonica unita all’occhio scientifico dell’ingegnere: nulla, perché la transizione porti frutti, viene lasciato al caso.
Se poi arrivasse qualcosa di nuovo a centrocampo (intanto è cosa fatta per Amondarain), Orsolini firmasse il rinnovo di contratto e Castro e Rowe il 2 settembre fossero ancora calciatori del Bologna (ma quest’ultimo ad oggi uno scenario irrealistico), Domenico farebbe davvero bingo.
L’estate sembra lunga, ma Bologna-Lazio si gioca tra un mese tondo tondo (il 24 agosto). Quindi che transizione sia, ma non eterna.
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