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Luca De Gennaro, dalla radio ai podcast: il racconto. «Passo le estati in Puglia, è autentica e va preservata»


Luca De Gennaro è da anni uno dei grandi protagonisti di Radio Capital, dove ha conquistato il pubblico con la sua profonda conoscenza della musica, la voce inconfondibile e un racconto sempre appassionato. Giornalista, conduttore e autore, ha fatto della radio il luogo privilegiato per condividere storie, artisti e canzoni, diventando una presenza autorevole nel panorama radiofonico italiano. Un percorso di competenza e passione, capace di trasformare ogni brano in un’occasione per raccontare la musica e il suo tempo.

Ha scelto di vivere in Puglia nel periodo estivo. Che cosa ha trovato in questa terra che magari non si riesce a percepire quando la si guarda da lontano?

«Ho una moglie pugliese, per cui ho iniziato a frequentare la Puglia da quando ci siamo sposati, 30 anni fa. Ho cominciato a conoscerla soprattutto nel periodo estivo, scoprendola poco alla volta in tutta la sua lunghezza. Lei è della Puglia del nord, ma abbiamo trovato il nostro posto nelle campagne tra San Vito dei Normanni e Carovigno, quasi 20 anni fa. Questo è, per me e per la mia famiglia, il posto in cui ci piace stare. Mi hanno conquistato sicuramente il clima, la simpatia delle persone e, soprattutto, l’autenticità. È un luogo in cui, semplicemente, si sta bene».

Che rapporto ha costruito con San Vito? È diventata un luogo del cuore o pensa che abbia influenzato il suo modo di guardare il mondo?

«Ho trovato degli amici qui e mi sento a casa. Infatti, cerco ogni anno di allungare il più possibile il tempo della mia permanenza. Il mio modo di osservare il mondo, da quando ho iniziato a frequentare questi posti, non è cambiato: ho sempre avuto una certa propensione verso ritmi di vita più naturali, rispetto a quelli di Milano, dove vivo».

Nel periodo estivo è venuto a trasmettere dalla sede della Pro Loco a San Vito, che effetto le fa portare una radio nazionale dentro un luogo così profondamente legato alla comunità locale?

«Come sempre, quello che succede nella vita lavorativa delle persone è legato agli incontri e alle possibilità tecnologiche. In questo caso ho incontrato Antonio Semeraro, un giovane di San Vito dei Normanni che, scherzosamente, definirei il responsabile del destino digitale di questa città. Un giorno mi ha detto: “Se vuoi, quella scrivania è tua”. Così, per diversi anni, ho trasmesso dalla sede di Esse Notizie, che aveva una stanza ben insonorizzata e una buona connessione a internet, fondamentali per poter trasmettere. Radio Capital, la radio per cui lavoro, mi ha poi fornito il materiale necessario per andare in onda e ho iniziato a fare radio da qui. Quest’anno, invece, la Pro Loco mi ha messo a disposizione una confortevole stanza, dove passo diverse ore della giornata e da cui continuo a trasmettere».

Ha vissuto momenti in cui la musica riusciva a intercettare e anticipare i cambiamenti della società. Secondo lei oggi la musica sta ancora raccontando il mondo o lo sta solo accompagnando?

«Che bella domanda, insidiosa! È un argomento molto interessante. Credo che oggi la musica non stia più raccontando il mondo come lo raccontava una volta. Se uno guarda al passato, si accorge che ci sono state epoche in cui il mondo non è stato raccontato soltanto dalla musica, ma anche dai giovani, in maniera molto più partecipata e convinta. Parlo dei giovani perché noi abbiamo vissuto, da bambini e da ragazzi, epoche in cui eravamo convinti di poter cambiare il mondo. Poi ci hanno dimostrato che avevamo torto, perché i poteri forti non ci hanno lasciato fare quella rivoluzione che volevamo attuare. Nel mio ultimo libro, infatti, parlo proprio del fatto che quello è stato l’ultimo momento in cui i giovani hanno pensato davvero di poter cambiare il mondo, ma non ce l’hanno fatta. Oggi, probabilmente, i giovani non hanno più come obiettivo quello di cambiare il mondo. E questo, secondo me, è un peccato».

Lei ha uno sguardo particolare: è abbastanza vicino a questo territorio da conoscerlo ma anche abbastanza lontano da poterlo osservare con gli occhi di chi arriva da fuori. Cosa vede nella Puglia che noi pugliesi forse non riusciamo più a vedere?

«Non credo di poter vedere qualcosa che i pugliesi non riescano già a vedere con i propri occhi, perché sono una popolazione attenta, sveglia e cosciente delle potenzialità che questa terra ha. Basta pensare al fatto che, negli ultimi anni, la Puglia è diventata una delle destinazioni turistiche più importanti del mondo. C’è una presenza di stranieri davvero notevole e non c’è dubbio che questa sia una terra dalle enormi potenzialità. Credo che la Puglia potrebbe dire, dare e ricevere ancora molto di più di quello che fa e che riceve oggi».

Qual è secondo lei la più grande risorsa di questo territorio che non stiamo valorizzando abbastanza?

«Credo che il successo della Puglia sia dovuto soprattutto alla sua autenticità, e proprio per questo dobbiamo preservarla. Vedo nascere strutture pensate per un turismo sempre più ricco e questo rischia di far perdere un po’ di quella genuinità che rende questa terra così speciale. È importante continuare a pensare alla Puglia come a una destinazione accessibile, dove possa esserci una vacanza per tutti, e proseguire nel progetto di destagionalizzazione. Da persona che si occupa di musica, mi colpisce vedere come quasi tutte le proposte musicali e di intrattenimento si concentrino negli stessi venti giorni di agosto. La Puglia ha un clima favorevole per quasi sette mesi all’anno: sarebbe importante sfruttarli tutti, creando interesse e occasioni di permanenza anche negli altri periodi, così da coinvolgere più persone e più a lungo».

Ha visto nascere e crescere generazioni attraverso la musica. Oggi cosa manca ai ragazzi di un piccolo centro del Sud per poter esprimere pienamente la propria creatività?

«Credo che ci debbano essere sempre, in qualsiasi posto, dei luoghi fisici dove incontrarsi, stare insieme, ascoltare musica, suonare e chiacchierare. Il luogo fisico di aggregazione è fondamentale: se non ci sono questi spazi, si rischia davvero l’isolamento, il rischio che una persona finisca per pensare che la propria vita sia circoscritta alle quattro pareti della propria stanza e al proprio computer, senza più incontrare gli altri. Il fatto di poter fare le cose di persona, di incontrarsi e condividere esperienze, è un valore che non dobbiamo mai perdere».

Lei e Mixo avete in comune la città di origine, una lunga amicizia ed oggi anche lo stesso programma. Quanto c’è di quella storia personale dentro il modo in cui fate radio insieme?

«È fondamentale. Io e Mixo siamo amici da più di 50 anni. Non abbiamo mai lavorato insieme, lo stiamo facendo solo da qualche anno, e il nostro rapporto si basa sulla conoscenza, sulla stima e sulla comprensione reciproca. Siamo persone profondamente diverse, con affinità e divergenze, ed è proprio questo l’equilibrio su cui si basa il nostro sodalizio. Siamo convinti di non essere un duo, ma due solisti: possiamo suonare da soli, ma anche insieme».