VENEZIA – Luigi Lo Cascio arriva al Lido su un’Ape rossa, la stessa de Il mestiere, e quasi per gioco la trasforma nel mezzo con cui portarsi dietro tutto: il film, la moglie Desideria Rayner, che ha montato il film, i figli Tommaso e Arturo, un’amica, e poi la famiglia arrivata da Palermo. "È un’Ape Car 75 cassonata, dietro ci si può mettere tantissima roba e tantissima gente". A Venezia, per Lo Cascio, la famiglia è ormai parte del rito: ventisei anni fa c’era per I cento passi, poi per Luce dei miei occhi e la Coppa Volpi, oggi torna ancora una volta al completo. Quasi che quella piccola Ape, in un film ambientato in un mondo senza automobili e senza tecnologia, fosse arrivata fin qui caricando insieme il cinema e la sua storia personale.
Questa Ape rossa è diventata quasi il mezzo con cui ha portato a Venezia anche la sua famiglia.
"Sì, si sono messi tutti, idealmente, nel cassone. Siamo venuti da Roma io, Desideria, mia moglie, che tra l’altro ha montato Il mestiere, i nostri due figli e un’amica, Zoe, perché eravamo ancora troppo pochi. Poi soprattutto è arrivata da Palermo la mia famiglia. Sono venuti qui per la prima volta ventisei anni fa per I cento passi: mia madre e tutti i miei fratelli. Noi siamo cinque figli, tre maschi e due femmine. Ogni volta che vengo a Venezia loro ci sono sempre. Sono passati ventisei anni, ma mia madre continua ad arrivare da Palermo. Ormai Venezia è diventata anche un’occasione di incontro familiare".
Qual è il ricordo più bello di tutti questi anni a Venezia?
"Sicuramente I cento passi. Era il mio primo film, non avevo fatto neanche un cortometraggio, venivo soltanto dal teatro. Fu qualcosa di totalmente inaspettato e poi il film ebbe un exploit straordinario. Ancora oggi incontro persone che mi raccontano di essere andate a Cinisi, alla Casa Memoria, o che quella storia ha cambiato il loro punto di vista sulla vita. Ho incontrato giornalisti e magistrati che mi hanno detto di aver scelto il loro mestiere perché erano rimasti folgorati dalla figura di Peppino Impastato. E questo per me è incredibile. Poi, se voglio essere un po’ più vanitoso, c’è Luce dei miei occhi e la Coppa Volpi. Anche quella volta c’era mia madre, che ha delle virtù quasi medianiche. Io volevo tornare a Roma e lei mi disse: “No, rimani a Venezia, secondo me ci sono buone notizie”. Le chiesi: ma quali premi ci sono? E le dissi che c’era la Coppa Volpi, ma che era impossibile. Lei continuò a dirmi di restare. E infatti successe".
Che cosa l’ha convinta a salire sull’Ape rossa di questo film?
"Una sceneggiatura straordinaria, quella di Massimo De Angelis, che ha vinto il Premio Solinas. Ha un tipo di scrittura che è come leggere contemporaneamente una sceneggiatura e un romanzo. Ci sono alcune delle didascalie più belle che abbia mai letto in una sceneggiatura cinematografica. Ha la capacità di farti entrare in un mondo con parole magnifiche, quasi fossero piccoli incantesimi. Ogni volta che introduce una scena senti di precipitare in un luogo diverso, con un linguaggio diverso. Anche i personaggi parlano in maniera insolita. All’inizio può esserci una piccola sorpresa, poi però tutto è così coerente che finisci per abitare completamente quel mondo".
Che mondo è?
"È meglio lasciarlo un po’ indefinito. De Angelis parla addirittura di un’era, quasi pre o post atomica. È un paesaggio un po’ extraterrestre, lui evoca perfino Mercurio, ma allo stesso tempo ci sono le periferie di un Sud abbandonato. C’è sicuramente qualcosa di distopico. L’unico mezzo di locomozione che vediamo è l’Ape. Non ci sono automobili, a parte una macchina sempre ferma con qualcuno che osserva, non ci sono telefonini. È come se la tecnologia fosse regredita a uno stato quasi primordiale. Dentro questo paesaggio, che è anche quello di un road movie, Sauro e Cantafame vagano attraverso terre abbandonate, popolate da persone disperate, e portano avanti la loro personale rivolta".
Sauro ha un mestiere decisamente particolare.
"Sì, perché praticamente aggiusta i morti. Lui parla di tecniche del mestiere, usa degli eufemismi. In concreto interviene sui corpi per creare una verosimile continuazione della vita e permettere alle famiglie di continuare a ricevere la pensione dall’Inps. Aiuta queste persone a tenere apparentemente in vita i parenti anziani che sono morti. Non si limita all’imbalsamazione: inserisce anche un meccanismo nel petto che dà l’impressione che la gabbia toracica si alzi e si abbassi, quindi sembra che respirino. Questo è l’aspetto più tecnico, ma dietro c’è una vera filosofia sulla morte. Sauro riflette continuamente sul fatto che non ci stacchiamo mai davvero dalle persone, soprattutto da quelle care, che continuano a vivere in una forma diversa, magari indecifrabile ma non per questo meno presente. Lui rende visibile qualcosa che, in fondo, esiste già".
Nel film entrano anche il disegno e l’animazione. Qui a Venezia stanno tornando in molti film quasi come una forma di ribellione alla realtà.
"Sì, penso che ci sia proprio uno scarto. Siamo sommersi dalle immagini e forse ormai alcune non riescono più a imprimersi davvero nei nostri occhi e nella nostra sensibilità. Può darsi che per questo ci sia bisogno di tornare a procedimenti più ancestrali. Il disegno, in fondo, è una delle prime cose che l’uomo ha fatto: i segni sulle pareti delle grotte vengono prima del cinema e forse perfino prima della parola. Questo nostro occhio stanco, incapace di emozionarsi davvero davanti alla quantità di immagini che riceve, può trovare proprio in modalità antiche come il disegno una possibilità di risveglio, una connessione più reale con le cose".
Ci sono anche lampi grotteschi, come il confessionale elettronico.
"Quello mi ha divertito moltissimo. È una specie di cattolica elettronica, un franchising religioso importato dalla Norvegia: lì sono avanti, gli scandinavi. C’è sempre bisogno di Dio, ma questo bisogno viene aggiornato ai tempi. La religione diventa totalmente automatica, senza più un vero trasporto verso qualcosa di metafisico: metti il gettone, ti confessi a distanza. È tutto svilito e pieno di gadget. Però fa parte delle meditazioni del film sulla morte, sull’aldilà, su ciò di cui ha bisogno l’essere umano".
Lei vede anche una lettura politica del film.
"Molto. Al di là dell’imbalsamazione e degli aspetti grotteschi, c’è un uomo in rivolta. Sauro decide di non piegarsi davanti a un potere che si è impossessato dei corpi e delle anime. C’è un unico potente, una figura quasi umana e quasi bestiale, che imprime letteralmente il proprio potere sui corpi delle persone. E Sauro è lì per dire di no. Questo per me è uno degli aspetti più forti del film".
“Il mestiere” è l’esordio di Beppe Tufarulo. Quanto è difficile oggi per una voce nuova trovare spazio?
"Parto dalla mia esperienza. Io ho fatto La città ideale, che venne qui a Venezia alla Settimana della Critica nel 2012 e uscì nel 2013. Da allora ho cercato di fare un secondo film e ormai sono passati tredici anni: è come se dovessi rifare un’opera prima. La gente immagina che il nostro sia un mondo ristretto e autoreferenziale in cui, una volta avuta fortuna, tutto diventi possibile. Non è così. Io lavoro nel cinema da ventisei anni e anche per me fare un film è molto difficile. Per un produttore è sempre complicato scommettere su qualcosa di insolito, su cui non esistono garanzie assolute. È comprensibile, perché mettere in moto una produzione cinematografica significa soldi, persone, responsabilità enormi. Però il risultato è che non sono difficili soltanto gli esordi che vediamo: sono difficili soprattutto tutti quelli di cui non sapremo mai nulla, i film che ci stiamo perdendo perché non vengono fatti e forse non verranno mai fatti".
È paradossale che la ricerca arrivi soltanto dopo che un autore ha già dimostrato qualcosa.
"Esatto. Spesso soltanto alla seconda o terza opera, dopo che qualcuno ha già mostrato il proprio talento, gli viene concesso di cercare davvero. È strano, perché dovrebbe essere proprio l’esordio il momento dell’inaspettato, quello in cui l’artista dice: questo sono io. Invece all’inizio si tende a chiedere qualcosa di più medio, più rassicurante, e soltanto dopo si concede la ricerca. Beppe Tufarulo è un esempio interessante: ha fatto corti, documentari, ha un percorso alle spalle, eppure questo è il suo esordio nel lungometraggio. Oggi si debutta a trentacinque o quarant’anni, dopo moltissima fatica, e magari poi il film esce in poche copie o non viene notato. Può essere molto demoralizzante".
Anche lei non ha più diretto un film dopo “La città ideale”. Che cosa è successo al secondo progetto?
"Quello è stato un grande dolore perché il secondo film in realtà stava quasi per partire. Volevo farlo con Luigi Maria Burruano, mio zio, fratello di mia madre. Doveva chiamarsi Come sta lo zio Gigi ed era un film proprio su di lui. Secondo me aveva raccolto molto meno di quanto meritasse. Ogni volta che parlavo del progetto, attori, registi e persone che avevano lavorato con lui mi dicevano quanto fosse straordinario. Era un uomo molto amato, pieno di eccessi, un artista di quelli che fanno pensare a Carmelo Bene o ad Artaud: figure fuori misura, piene di passione".
Che film sarebbe stato?
"Una cosa molto intima tra noi due. Nella finzione del film avremmo preparato insieme un altro film, facendo le prove, zio e nipote. E mentre preparavamo questa cosa lui mi avrebbe raccontato la sua vita. Aveva voglia di raccontarsi. Il progetto era quasi pronto, poi purtroppo non si è potuto fare. È una ferita che mi è rimasta".
E adesso dove la porta il desiderio di tornare alla regia?
"Mi piacerebbe raccontare il rapporto tra un padre e un figlio. Forse è rimasto qualcosa di quel progetto: lì erano uno zio e un nipote, adesso penso a un padre e a un figlio. Vorrei partire da uno scontro molto forte e arrivare al bisogno di una riconciliazione. Perché molti figli sanno quanto possa essere importante e quanto, nella vita reale, a volte quella riconciliazione non avvenga mai".