Anche se non siete particolarmente attivi sui social media, probabilmente, almeno una volta, l'avrete sperimentata: l'improvvisa ondata di terrore che arriva e travolge quando ci si rende conto di aver detto oppure scritto qualcosa di, come si dice oggi, "problematico", e qualcuno se n'è accorto. Io ho bene impresso in mente l'istante esatto nel quale m'è scivolata, letteralmente scappata la frase sbagliata (o presunta tale), nel contesto sbagliato. Me lo ricordo perché ero su un palco a moderare un panel, e la persona che ha preso male quella gaffe non me lo ha fatto notare sul momento (per fortuna, ma tanto c'ero già arrivata da sola), bensì indirettamente giorni dopo, facendo un contenuto sui suoi social dove spiegava perché, a suo parere, fosse da evitare una determinata locuzione di uso parecchio comune.
Ho capito che l'innesco per quell'approfondimento ero stata io, o meglio il mio strafalcione, ma lì ho messo a fuoco quanto avessi tacitamente temuto quel possibile call-out: per giorni, infatti, avevo convissuto con la paura di poter essere chiamata in causa pubblicamente a rispondere del mio errore. Che cosa avrei fatto, se fosse successo? Avrei risposto o avrei fatto finta di nulla? No, mi sarei di certo scusata, sarebbe stata la cosa migliore.
Ecco, per giorni m'ero preparata a quell'eventualità, che, poi, non s'è realizzata, o almeno non del tutto, ma avrebbe potuto. Perché la call-out culture, che è il prodromo della cancel culture e come tale (ci arriviamo) presenta delle differenza con essa, è dominante, oggi, nel mondo dei social media, al punto che in parallelo è aumentato anche il nostro senso di paura, la nostra ansia di essere "chiamati" a rispondere di sbagli più o meno oggettivi. Per questo il Financial Times, che ha realizzato uno studio condotto su 250 mila utenti, parla oggi di «antisocial media»: sovraccaricati da informazioni, tossicità e paura di shitstorm, dice il quotidiano finanziario, sempre più persone stanno rimpiazzando la creazione di contenuti e le interazioni con lo scrolling infinito e passivo di video leggeri ma ipnotici. E non a caso la parola del 2024 dell'Oxford Dictionary era stata proprio brain rot, ovvero "il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona, specificatamente come risultato di un consumo eccessivo di materiale (in particolare contenuti online) considerato superficiale o poco stimolante".
Un imbruttimento da scrolling infinito, che si accompagna ad una progressiva perdita di controllo che rappresenta un tratto distintivo della “Dipendenza patologica da Internet” e all'" Uso problematico di Internet ” (Problematic Internet Use), che sono i due modi con cui gli psicologi definiscono le dipendenze comportamentali, quindi correlate a un’abitudine e non a una sostanza, legate all’utilizzo del web. Sembra che le due cose, ovvero la call-out culture e il brain rot, non siano collegate, e invece in qualche modo sì. Perché, proprio come ha dimostrato il Financial Times, il fatto che i social siano diventati un terreno sul quale si misurano vizi e virtù degli utenti, e nel caso dovessero prevalere i primi si procede a farlo notare al resto del mondo, ci sta condizionando al punto che fatichiamo ad esporci, preferendo il consumo passivo di contenuti innocui o proprio scemi.
Eppure la call-out culture era iniziata con buone intenzioni, ponendosi come strumento per gli emarginati e i loro alleati per smascherare ingiustizie e promuovere la necessità di riforme. La pratica di affrontare direttamente la disuguaglianza, per altro, è alla base di innumerevoli movimenti di giustizia sociale, dai diritti civili a Standing Rock. Si tratta, insomma, di una strategia di vigilanza “dal basso”, nata con lo scopo di esporre e riequilibrare le dinamiche di potere che si celano dietro agli abusi di natura sessista, razzista, religiosa, abilista e così via. In sostanza lo scopo è intervenire in massa quando una persona in una posizione di potere attua un comportamento lesivo verso qualcuno che si trova in una posizione più svantaggiata (o verso una minoranza discriminata in generale) in modo da compensare, con un’azione dimostrativa sui social media, al fatto che la persona colpevole ha alte probabilità di rimanere impunita proprio grazie al suo privilegio. Si innesca quindi un meccanismo di giustizia popolare che mira ad attaccare il potente per screditarlo e richiamare l’attenzione pubblica sulla gravità delle sue azioni, laddove la cattiva condotta rischia di rimanere impunita. Il femminismo ha usato spesso questa strategia, e il movimento #MeToo ne è un esempio lampante. La campagna mediatica contro Harvey Weinstein, per citare il caso più famoso, si può infatti leggere da questo punto di vista: un personaggio in posizione di grandissimo potere, difficile da perseguire legalmente proprio a causa del suo privilegio, che si è cercato di esporre dal punto di vista mediatico come strategia di compensazione.
L'idea contemporanea di un "call-out", tuttavia, oggi si riferisce generalmente a dei confronti interpersonali che si verificano tra individui sui social media. In teoria, le cosiddette call-out dovrebbero essere molto semplici: qualcuno fa qualcosa di sbagliato, le persone glielo fanno notare e coloro che hanno sbagliato eviteranno di farlo di nuovo in futuro. Eppure basta farsi un giro su Internet per sapere che la cultura del call-out è in realtà estremamente divisiva. Le critiche più potenti alla call-out culture provengono da coloro che ritengono che sia una scusa per "una cruda giustizia da vigilanti" come l'ha definita l'editorialista del New York Times David Brooks. Un problema frequentemente citato con le call-out è che è fin troppo facile lasciarsi trasportare e desiderare punire in modo eccessivo le persone, trasformando i presunti autori di atti sconvolgenti in vittime stesse. "Ciò che spesso può iniziare come una critica ben intenzionata e necessaria si trasforma troppo rapidamente in brutali manifestazioni di spargimento di catrame virtuale seguito da pioggia di piume", scrive l'attivista e scrittrice Ruby Hamad. Questo ci fa porre una domanda: come possiamo godere del bene sociale che la cultura del call-out può aiutarci a raggiungere, senza soccombere alla tossicità e alla futilità associata ad essa?
Alcuni sostengono che si dovrebbe adottare un approccio più soft alle call-out. Facendo attenzione a non finire nello schema "tutti contro uno", o comunque "tanti contro pochi". Anna Richards, una terapista specializzata in mediazione dei conflitti mette in guardia dall'adottare un "approccio riduzionista" quando si fa call-out a qualcuno. Quando razionalizziamo i nostri errori, "tendiamo a darci diversi alibi. Pensiamo, beh, stavo attraversando un momento difficile, ero stanco, ero distratto eccetera. Ma quando qualcuno ci offende siamo meno disposti a vedere cosa ha contribuito al suo comportamento, a parte la cattiveria intrinseca". Anche se non esiste un modo assolutamente giusto per fare call-out a qualcuno, Richards crede che imparare ad analizzare le nostre motivazioni quando critichiamo e considerare il contesto e le possibili conseguenze della situazione a cui stiamo contribuendo, aiuta la call-out culture a funzionare in modo produttivo. Naturalmente, spetta anche alla persona il cui comportamento è stato messo in discussione, essere aperta, umile e disposta a vedere tali incidenti come opportunità per imparare.
Dopotutto, un modo provato e vero per iniziare a risolvere i conflitti interpersonali è quello di scusarsi sinceramente quando hai, intenzionalmente o meno, causato danni. Sfortunatamente, scusarsi è una delle cose più difficili al mondo. Trovare delle scuse no, quello è facilissimo, ma se si tratta di porre delle scuse, siamo quasi tutti disperatamente inetti. Così come siamo tutti imperfetti, fallibili e, se guardiamo le cose da un punto di vista performativo, destinati a deludere aspettative, qualora qualcuno abbia pensato di riporle in noi e renderci riferimento per qualcosa, che sia questo qualcosa un attivismo politico o, chessò, uno stile di vita salutista.
Il punto di chi difende il diritto alla call-out, tuttavia, sta in una richiesta che è anche condivisibile: l'aderenza di persone che sono diventate più o meno note perché paladine di certi valori, a quegli stessi valori (e la cronaca di questi giorni racconta proprio di questo). Lo smascheramento di comportamenti che si stagliano come antitetici o dissonanti rispetto a ciò che si professa (il famoso "predicare bene e razzolare male") implica un senso di tradimento in coloro che di quelle figure beccate a barare al gioco avevano fatto, forse ingenuamente, un proprio riferimento. E qui il call-out può, a seconda dei punti di vista, tornare ad avere senso, proprio perché mostra che il gioco è truccato, o continuare ad essere considerato troppo randomico per essere uno strumento affidabile. Quello che è certo è quanto detto poco sopra: la fatica che facciamo a scusarci per una frase uscita male, o per un insulto bello e buono, davanti al quale non dovrebbero esserci imbarazzi nel dirsi dispiaciuti per aver aver esagerato, dice più di noi di tante belle parole con le quali ci riempiamo la bocca.