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Marco Bellocchio si può spiegare solo con il cinema


«Marco Bellocchio si può spiegare solo con il cinema», dice Marco Tullio Giordana in Marco Bellocchio – La porta della realtà, il documentario di Fabio Lovino fuori concorso all’ultimo Festival di Locarno e nelle sale dal 27 agosto con Lucky Red. Ed è forse questa la frase chiave per (provare a) capire un autore così limpido e così sfuggente, concreto come le rocce del suo Trebbia, imprendibile come i suoi salti nel vuoto.

Dice Giordana – che di Bellocchio è idealmente allievo, realmente amico, e la cui ultima regia (La vita accanto, un film sottovalutato) nasce da una sceneggiatura di Bellocchio – che ci sono autori che possono essere, diciamo così, collocati pure in altre arti: la letteratura, la pittura, persino la musica. E pochissimi – Buñuel, Welles, Bellocchio – che invece vivono solo del cinema, attraverso il cinema. Il cinema è la porta che si è creato Bellocchio per arrivare alla realtà, una realtà sua specifica che spesso ha coinciso con la cronaca politica e antropologica nazionale (fino ai recenti Il traditore, Esterno notte, Rapito, Portobello), e sempre con la parte più nascosta (anche a sé stesso) di sé stesso.

«La nostra autobiografia non è soltanto la nostra piccola vita, ma anche tutto quello che abbiamo visto, letto, amato, che ci ha emozionato», dice Bellocchio nel film. La vita necessita di un transfert, altrimenti non si accede al mistero. Ne è la prova il più bel film italiano degli ultimi vent’anni (forse anche di più), Marx può aspettare, che più che autobiografia o autofiction, come va di moda fare (male) oggi, è per Bellocchio la vera porta della realtà, l’opera che riesce a dire anche l’indicibile – a sé stesso, ai propri figli, figurarsi agli altri (e invece).

Marco Bellocchio La Porta della Realtà official Trailer mp4

Lovino, che di Bellocchio è fotografo di scena e collaboratore da vent’anni e più, mette insieme alcuni degli ultimi set (dal Traditore a Rapito a Esterno notte), tante facce (bello ritrovare il “primo Moro” Roberto Herlitzka, ma ci sono inevitabilmente anche la compagna-montatrice Francesca Calvelli, che dice come in Bellocchio il professionale sia indistinguibile dal privato pure vivendoci a fianco, e i figli Pier Giorgio ed Elena, e Pierfrancesco Favino e Fabrizio Gifuni). E succede come in quelle fiabe classiche: apri una porta, poi un’altra, fino all’ultima che è la più privata, ma anche la più reale. E che vive sempre nel cinema, per il cinema.

«Il montaggio all’inizio mi metteva ansia, perché [montare un film] è come montare la propria vita», dice Bellocchio. E allora la cosa più semplice è fare della vita il cinema, o viceversa: il suicidio del fratello gemello che, dice Pier Giorgio, si ritrova in un modo o nell’altro in tutti i suoi film da I pugni in tasca in avanti; la nota esperienza psicanalitica poi sconfessata (“tradire” è un verbo che torna spesso, nelle parole del regista); la politica sempre presente anche quando smette di essere militante.

C’è, nel documentario, il Bellocchio che è sempre e per tutti «il più giovane regista italiano» (lo dice Favino, è pensiero unanime), il Bellocchio che si sentirà a vita «l’eterna promessa e mai il venerato maestro» (ancora Giordana). E c’è il Bellocchio bizzoso, che vuole tutto a posto non per capriccio, ma perché, come ha detto parlando con Rolling Stone di Portobello, fare cinema significa sempre arrivare al momento della verità, e lì bisogna essere onesti, non si può barare. A sé stessi come a nessuno.

L’altro momento chiave, che potrebbe passare inosservato, sta in un altro contributo. Quello di Beppe Lanci, direttore della fotografia con cui Bellocchio ha collaborato per vent’anni precisi (da Salto nel vuoto, 1979, a La balia, 1999) e che, arrivati al gigantesco L’ora di religione, gli ha detto: «Sono credente, non posso farlo. E lui ha capito». Eccola, la realtà di Bellocchio. Che, una volta aperta la porta, non si può evitare. Entrare nel suo cinema è entrare nella sua realtà. Speriamo ce ne sia ancora tantissima.