Incontrato a Torino durante la presentazione della nuova edizione del programma benefico di I Tennis Foundation, Matteo Donati ha lo sguardo di chi conosce bene cosa significhi crescere dentro il tennis.
Best ranking 159 ATP, finalista a Wimbledon Juniores in doppio, vincitore in coppia con l’amico Stefano Napolitano del prestigioso Les Petits As e capace di ritagliarsi un posto nel circuito maggiore prima che gli infortuni frenassero una carriera ricca di talento, Donati è uno dei coach italiani più stimati.
Oggi lavora al fianco della promessa azzurra Tyra Grant – 18 anni compiuti a marzo e già tra le prime 150 della classifica mondiale -, una delle tenniste più interessanti della nuova generazione, che in questo 2026 ha fatto intravedere colpi e personalità da giocatrice destinata a competere per traguardi riservati a pochi. Non è un caso che Tyra in questa stagione sia riuscita ad alzare il suo livello di gioco proprio dov’è più difficile, ovvero nei Masters 1000 di Madrid e Roma, e a Wimbledon, dove ha superato le qualificazioni vincendo il primo match della sua carriera in un torneo del Grande Slam.
(in foto: Matteo Donati, Simone Bongiovanni di I Tennis Foundation, Gipo Arbino, Alessandro Petrone)
Ecco perché la scelta di affidarsi a Matteo Donati è perfetta: l’ex tennista alessandrino conosce molto bene le difficoltà del passaggio da junior a pro, e porta con sé un bagaglio di esperienza che parla di sacrificio, resilienza e di un tennis vissuto sempre con autenticità. Testa bassa, pedalare, piccoli passi oggi per poi librarsi quando conta davvero.
In questo dialogo, raccolto durante una giornata speciale con ragazze e ragazzi che sognano di arrivare lassù proprio come Tyra, Donati racconta cosa significhi crescere nel tennis, quanto conti un gruppo, quali responsabilità porta con sé l’allenare un talento così evidente e quali sono le chiavi del gioco moderno.
Prima hai allenato Julija Putinceva, portata al suo best ranking in top 20 nel gennaio 2025, ora la grande promessa del tennis femminile Tyra Grant: quanta responsabilità sente un coach quando ha per le mani un talento così evidente?
“C’è sicuramente molta responsabilità, perché devi impegnare tutto il tuo tempo in campo ma anche fuori, per accompagnarla nel modo migliore e sostenerne la crescita. Tyra ha 18 anni e deve ancora svilupparsi su tutti gli aspetti. È una sfida bellissima, che mi piace tanto. E condividerla con lei, che ha tanta voglia di migliorarsi e di andare avanti, è ancora più bello”.
Quali ritieni siano le caratteristiche più importanti oggi nel tennis femminile?
“La parte più importante dell’allenatore è capire chi ha davanti e con chi sta lavorando, per ottimizzare al meglio le caratteristiche del giocatore o della giocatrice. Ognuno ha le proprie qualità e la propria personalità, dentro e fuori dal campo, e l’obiettivo è valorizzarle. Oggi il tennis femminile sta andando sempre di più verso un gioco di potenza e fisicità, anche se le giocatrici capaci di introdurre variazioni nel loro tennis possono davvero fare la differenza, proprio come Carolina Muchova, che fa della varietà gran parte del suo gioco”.
Quindi l’obiettivo è riuscire a mettere più cose nel bagaglio tecnico di Tyra?
“Assolutamente. Lei ha una grande capacità e un grande talento nel fare tutto. La stiamo portando a specializzarsi in determinati colpi e situazioni di gioco, senza mai snaturare quella naturalezza che è parte fondamentale del suo talento”.
Una crescita costante quella di Tyra in questo 2026: quattro top 100 battute, due titoli, e i primi match vinti nei Masters 1000 di Madrid e Roma. Forse proprio quel match con la Pigato nella Capitale le ha insegnato che si può iniziare male una partita ma riprenderla.
“Tyra ha dato un grosso segnale di maturità negli ultimi mesi proprio in questo: vincere partite anche quando non esprime il suo miglior tennis, un aspetto che fino a 6-7 mesi fa le riusciva molto più difficile. Era molto concentrata sul cercare di fare bene e quando non ci riusciva si perdeva un po’. Quella di Roma per lei è stata una partita importantissima perché arrivava dall’anno prima, quando aveva avuto match point ma poi aveva perso. Roma era uno dei tornei principali della sua stagione. Arrivando anche dalle ottime prestazioni di Madrid, le aspettative erano alte, la tensione pure, ma è stata bravissima a gestire tutto”.
Quest’anno, dicevamo, tante prime volte e ce ne saranno ancora tante nel prossimo futuro: vincere però il primo match in uno Slam a Wimbledon merita una riflessione.
“Il percorso di Tyra sull’erba è stato purtroppo corto, perché ha dovuto conciliare anche gli esami a scuola. Per noi è stato molto importante: ha dovuto adattarsi rapidamente alla superficie e siamo molto contenti di come l’ha fatto. È passata da momenti difficili nei primi giorni, quando non riusciva a trovare ritmo, a tre partite di qualificazione una meglio dell’altra, contro giocatrici molto competitive sull’erba. In main draw ha giocato una partita di livello altissimo, senza mai abbassare l’intensità. Giocare in un palcoscenico come il campo numero 3 di Wimbledon, nel tuo primo Slam, è un’emozione bellissima. La cosa che mi è piaciuta di più è che, finita la partita, Tyra era già concentrata su cosa fare il giorno dopo e su come migliorare il proprio gioco per affrontare il match successivo. Questo, in un percorso come il suo, è fondamentale”.
Una carriera la tua frenata da molti infortuni, ma quali sono le emozioni più grandi che ti porti dietro? “Sono probabilmente due i momenti principali vissuti nel tour. Il primo è sicuramente Roma: da italiano vincere una partita sul Centrale del Foro Italico è qualcosa di unico, così come poi giocare il giorno dopo contro un top player come Berdych. Un’emozione che non dimenticherò mai e che ancora adesso, quando ci ripenso, mi dà i brividi. Poi un altro momento molto importante è stata la convocazione come quinto giocatore in Coppa Davis, da primo sostituto. È stato bellissimo vedere l’Italia vincere a Napoli contro l’Inghilterra”.
Quali erano nel tour i tuoi punti di riferimento e i giocatori che magari cercavi un po’ di imitare sia per caratteristiche di gioco che per comportamento? “Io ho sempre avuto come idolo Rafael Nadal, perché mi piaceva tantissimo la sua personalità, la sua voglia di lavorare, di mettersi ogni giorno in gioco: tante piccole e grandi cose che facevano capire quanto fosse una persona immensa dentro e fuori dal campo. Ho anche avuto la fortuna di conoscerlo, quindi per me è stato lui il punto di riferimento. Poi, a livello tennistico, mi piaceva molto osservare Andy Murray”.
Hai fatto un percorso giovanile in cui ti sei distinto come uno dei due o tre giocatori più forti a livello italiano. Cosa ricordi di quel periodo che poi è lo stesso che stanno vivendo i giovani borsisti di I Tennis Foundation?
“Il periodo che stanno vivendo questi giovani talenti è molto particolare. Bisogna passare anche da momenti difficili e c’è una fase di crescita e maturazione molto delicata, che va accompagnata nel modo più attento possibile. Proprio per questo sono molto contento di I Tennis Foundation, che dà l’opportunità a ragazze e ragazzi con meno possibilità economiche di essere seguiti nel modo migliore. È determinante a questa età fare un buon lavoro su tutti gli aspetti: tecnico, fisico e mentale. Questa meravigliosa associazione fa tutto questo con team di coach, preparatori atletici e mental coach di livello assoluto”.
Quanto è importante per queste ragazze e questi ragazzi avere l’opportunità di svolgere una programmazione internazionale di alto livello e condividere tutto questo con altri coetanei?
“È una cosa difficilissima da trovare altrove ed è fondamentale, perché avere un gruppo anche fuori dal campo ti permette di condividere i momenti belli e trovare supporto in quelli difficili. Con il gruppo, con l’energia degli altri, rialzarsi diventa più facile. Nel tennis è complicato, perché sei sempre da solo o al massimo viaggi con il tuo allenatore. Condividere tempo, esperienze e risultati con ragazzi della tua età è bellissimo, oltre alla possibilità di girare con un team tecnico di alto livello e giocare tornei che non tutti possono permettersi. È davvero qualcosa di raro, ma straordinario”.
(si ringraziano I Tennis Foundation e Matteo Musso)