
L’ingresso del Pronto soccorso dell’ospedale di Macerata (foto Calavita)

Ricevi le notizie de il Resto del Carlino su Google
Macerata, 10 settembre 2026 – Era incinta di otto mesi, arrivò nel parcheggio dell’ospedale di Macerata e non stava bene. Il marito corse dentro al Pronto soccorso a chiedere aiuto, ma gli venne detto che il personale non poteva intervenire fuori dall’ospedale e che doveva chiamare il 118. Intanto si ruppero le acque e il cordone ombelicale fuoriuscì. Quando la donna, all’epoca residente a Osimo insieme al marito, entrò in Pronto soccorso, il bambino era podalico e già nel canale del parto. Nacque con una gravissima carenza di ossigeno e restò affetto da paralisi cerebrale.
Diciotto anni dopo, la Corte d’Appello di Ancona ha confermato la responsabilità sanitaria dell’Ast come gestione liquidatoria dell’ex Asur Marche (assistita in primo grado dagli avvocati Francesca Starace e Fabio Messi e in secondo grado dall’avvocato Guido Locasciulli) e un risarcimento da oltre un milione e mezzo di euro. Era il 18 febbraio 2008.
La donna era alla 35esima settimana più cinque giorni. Quel giorno aveva già un controllo fissato, ma avvertiva alcuni fastidi e, d’accordo con il ginecologo, decise di anticiparlo. Arrivò in ospedale con il marito. Tra le 11,35 e le 11,40, mentre erano ancora nel parcheggio, le sue condizioni peggiorarono all’improvviso. Il marito scese dall’auto e andò a cercare aiuto al Pronto soccorso. Gli venne detto di chiamare il 118. La chiamata partì alle 11,42. L’automedica arrivò alle 11,46.
Nel frattempo, si verificarono la rottura delle membrane e il prolasso del cordone ombelicale. Il medico del 118 capì subito cosa stava accadendo. Sul suo intervento il Tribunale non ha individuato ritardi: la richiesta era stata classificata in codice rosso e i soccorsi erano arrivati quattro minuti dopo. Alle 11,51 la donna entrò in ospedale. Un’ostetrica tentò di reinserire il cordone e, durante la manovra, riuscì già a toccare il bambino. Era podalico ed era arrivato nella parte terminale del canale del parto e il cesareo venne ritenuto ormai impraticabile.
Le carte registrano il triage alle 12,05, l’accettazione alle 12,07 e il passaggio in Ginecologia alle 12,09. Alle 12,15 venne praticata un’episiotomia per favorire la nascita. Il Tribunale di Ancona, il primo settembre 2025, riconobbe la responsabilità dell’ospedale di Macerata al 50 per cento. Nelle carte dell’ospedale, rilevano i giudici, mancava una ricostruzione completa di ciò che venne fatto tra l’ingresso della donna in Pronto soccorso e il trasferimento in Ginecologia, ci sarebbe una carenza documentale sulle manovre eseguite e sugli eventuali esami.
Per quanto riguarda il tentativo di reinserire il cordone, per la Corte d’Appello l’ospedale non è riuscito a dimostrare che quella manovra avesse avuto esito positivo. I giudici non attribuiscono però ai sanitari l’intera responsabilità delle lesioni. Le criticità riscontrate hanno contribuito al danno insieme al naturale precipitare di un parto già drammatico. Il bambino venne trasferito alla Neonatologia di Ancona. Le conseguenze sono permanenti: la sentenza riferisce che è affetto da paralisi cerebrale di tipo ipossico-ischemico. La famiglia, assistita dagli avvocati Roberto Pierozzi e Roberto Fioravanti ha portato la vicenda davanti al giudice e nel 2025 è arriva la sentenza di primo grado che ha riconosciuto un risarcimento da 1,55 milioni di euro, confermato in appello. Le spese sono state compensate.
© Riproduzione riservata