Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo, i conflitti e le crisi geopolitiche spostano l'attenzione su altre emergenze. La questione criminalità organizzata sembra scomparsa dai radar, al punto che da molti non è più percepita come una priorità. È così?
«A dire il vero, è in atto da tempo un grave arretramento nella stessa percezione pubblica della minaccia mafiosa, sempre più ridotta a mera questione di ordine pubblico, della quale preoccuparsi soltanto dinanzi alle emergenze violente, chiudendo invece orecchie ed occhi dinanzi ai processi di mimetizzazione economica e sociale delle componenti più raffinate dei circuiti criminali. Un effetto ancor più grave nell’era dei conflitti e delle economie di guerra, perché contribuisce a far perdere di vista il ruolo che nei teatri di guerra, come nel mondo degli embarghi e delle sanzioni, da sempre svolgono su scala globale le organizzazioni criminali, che possono mettere in campo sia la capacità di controllo di rotte e infrastrutture, anche digitali, essenziali anche per i tradizionali traffici illegali, sia una già sperimentata capacità di agire come tipici proxies degli attori statuali».
Il bacino del Mediterraneo ritorna al centro di molteplici interessi. E l'Italia si ritrova così ad essere crocevia di affari e relazioni a vari livelli. Questa nuova attenzione vale anche per le mafie internazionali? Qual è la situazione e quali sono i rapporti in Italia e al Sud “tra e con” le consorterie di altri Paesi?
«Il bacino del Mediterraneo è un naturale scenario dell’espansione del ruolo delle organizzazioni criminali, propria del tempo dei conflitti ibridi e dei processi di destabilizzazione politica in atto in larga parte del Medio Oriente e nelle regioni occidentali e settentrionali africane. In questa dimensione si accelerano anche i processi di integrazione, strutturale ed operativa, fra le nostre mafie e le reti criminali attive in quei contesti geopolitici».
La mafia assomma in sé la ferocia spietata della violenza armata e la capacità sofisticata di sfruttare appieno le innovazioni tecnologiche, dalle comunicazioni criptate agli scambi nel deep e nel dark web. Quanto e come potrebbe agevolarla anche il ricorso all'intelligenza artificiale e cosa in concreto si fa per ostacolarla in questo?
«Le nuove tecnologie sono sempre più un moltiplicatore della pericolosità delle reti criminali, determinando profondi cambiamenti degli scenari investigativi, nei quali sono ormai centrali i delicatissimi problemi legati all’impiego a fini criminosi dell’intelligenza artificiale generativa, non escluse le forme che si sperimentano nei teatri di guerra. Ne deriva una sfida di eccezionale rilievo per la stessa tenuta dei sistemi di investigazione e di intelligence degli ordinamenti democratici, che il legislatore italiano ha appena raccolto, disciplinando l’impiego, anche in forma sperimentale, dei sistemi di AI a fini di prevenzione e di giustizia, in conformità ai fondamentali principi di garanzia e di proporzionalità fissati nel 2024 dall’Unione Europea. Naturalmente, l’evoluzione del quadro normativo non basta. Occorrono anche sforzi straordinari nelle politiche di reclutamento e formazione delle forze di polizia e un eccezionale sviluppo delle funzioni di ricerca e sperimentazione scientifica necessarie al continuo potenziamento delle infrastrutture e delle dotazioni tecnologiche. In questa direzione sono impegnati anche il mio ufficio e le procure distrettuali, ridisegnando i sistemi informativi al servizio delle funzioni di direzione e coordinamento investigativo».
Il traffico di droga resta il settore capace di movimentare i maggiori flussi di denaro. Sul fronte degli stupefacenti, quali sono i pericoli emergenti e da quali nuove sostanze sono ora attratti gli interessi del mercato criminale?
«Il traffico di stupefacenti, innanzitutto di cocaina, è il principale motore di alimentazione finanziaria delle mafie. Le indagini registrano un’eccezionale accelerazione dei processi di integrazione, su scala regionale e globale, delle reti criminali. Si tratta di dinamiche che vedono, da un lato, le mafie italiane ricercare nuove alleanze e complicità e i cartelli latino-americani e albanesi proiettati a reinvestire in Europa e, in particolare, in Italia, gli enormi proventi di quei traffici».
Spostando l'analisi alla Puglia, il territorio vive questi ultimi anni nella morsa di due manifestazioni criminali particolarmente virulente: da una parte, gli assalti armati ai portavalori e agli sportelli Atm, attività in cui si registra una certa specializzazione nell'area foggiana; dall'altra, gli incendi boschivi, non sempre riconducibili a cause accidentali. Da ultimo, preoccupano non poco i roghi all'interno di centri di stoccaggio rifiuti. Cosa sta succedendo?
«Il fenomeno degli assalti armati è al centro di un intenso sforzo investigativo, che ha già dato risultati importanti, disarticolando nel giro di pochi mesi alcune delle batterie cerignolane e foggiane responsabili di eclatanti azioni delittuose in Puglia, Abruzzo, Marche ed Emilia-Romagna. Analoghi sforzi sono in atto sul versante delle minacce criminali all’ambiente, grazie all’impegno quotidiano delle procure pugliesi».
Il caporalato si conferma come una costante brutale in alcune aree della regione. Perché è così difficile debellarlo?
«Se una cassetta di pomodori passa in poche ore dalle mani dei caporali che sfruttano spietatamente il lavoro dei migranti agli scaffali dei supermercati italiani vuol dire che i modelli organizzativi delle imprese complessivamente coinvolte sono così integrati da rendere evidente che il caporalato è un elemento strutturale del mercato della raccolta e della distribuzione commerciale dei prodotti agricoli, oltre che un potente fattore distorsivo della concorrenza in danno delle imprese che non vi fanno ricorso. In questa prospettiva, siamo determinati a mettere in campo nuovi e più efficaci modelli di intervento giudiziario, necessari anche per contrastare il crescente ruolo delle organizzazioni mafiose nel controllo di quei mercati. Ma vale la pena sottolineare che le sofferenze umane delle quali quotidianamente si nutrono il caporalato e le imprese che ricorrono ai suoi servigi sono ordinariamente circondate da una diffusa indifferenza morale, che neanche i più tragici eventi riescono a scalfire».
Al di fuori di queste manifestazioni violente, la criminalità organizzata vive la lunga stagione dell'inabissamento e dell'infiltrazione nell'economia e nelle istituzioni. La modifica della normativa sulle interdittive ha scremato alcuni eccessi in fase applicativa, mentre anche i casi di Comuni sciolti per mafia sembrano in calo. Migliorano gli anticorpi sociali, le misure di intervento sono meno efficaci o in passato si è talvolta esagerato?
«Le organizzazioni mafiose hanno abbandonato ogni strategia di contrapposizione frontale allo Stato, preferendo concentrarsi nella più vantaggiosa ricerca delle migliori posizioni di controllo dei mercati, illegali e legali. Nel tempo è così cresciuto a dismisura un tessuto di imprese che sostiene le logiche di espansione affaristica della criminalità organizzata, generando anche nuove forme di consenso sociale e di rappresentanza e tutela, politica e tecnica, degli interessi mafiosi. Un sistema di “alleanze nell’ombra”, secondo una brillante definizione sociologica, assai più difficile da contrastare e che agevola la rigenerazione delle strutture mafiose, malgrado ogni sforzo repressivo. Dinanzi a questa realtà, è banale quanto fuorviante l’idea che il contrasto della criminalità mafiosa possa limitarsi alle sue componenti violente, tenendo invece al riparo dall’impiego degli strumenti investigativi più efficaci, come le intercettazioni, le figure e i ruoli criminosi impegnati nella gestione dei processi di mimetizzazione economica e sociale delle organizzazioni mafiose che si realizzano attraverso le leve della corruzione e delle frodi fiscali. Per questa via, peraltro, si pregiudica anche l’efficace applicazione degli strumenti di prevenzione e controllo del rischio di condizionamento mafioso del mondo delle imprese e delle amministrazioni pubbliche».
Dati recenti dimostrano come i tempi del processo si siano di molto ridotti, soprattutto in primo grado. Il dibattito sul referendum della giustizia ha messo in luce diverse criticità operative del sistema. Pur nel rispetto del suo ruolo, se potesse suggerire una riforma capace di incidere in maniera efficace sull'esercizio della giurisdizione in Italia, quale proporrebbe?
«L’offerta di ricette miracolose per i mali della nostra giustizia e per la crisi del calcio italiano è una delle competizioni nazionali più praticate. Lasci che mi astenga dal parteciparvi».
Il prossimo fine settimana sarà a Lecce per due eventi legati alla figura di Cataldo Motta, anima della lotta alla Sacra Corona Unita e punto di riferimento per generazioni di magistrati impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata. Il valore umano e professionale di Motta è unanimemente riconosciuto, ma vi lega anche un rapporto personale di profonda stima e amicizia. Cosa crede che abbia caratterizzato, rispetto ad altri magistrati, il suo lavoro; quale eredità lascia nella lotta alla mafia e quale ricordo custodisce con maggiore affetto?
«Cataldo Motta è stato un magistrato di eccezionale valore, per esemplare capacità di tenere insieme le doti di un pubblico ministero rigoroso e tenace, che nel lavoro giudiziario rivelava ad ogni passo un amore profondo per la sua terra, con quelle proprie di un giurista colto e raffinato, sempre attento alle ragioni degli altri. I ricordi personali accumulati in quasi trent’anni di amicizia ed impegno comune sono tanti e gli incontri che avrò con lui fra pochi giorni ne aggiungeranno altri, che custodirò con l’affetto di sempre».