Sono uscite dalla porta della Camera, rientrano, per ora, dalla finestra del Senato. Giorgia Meloni porta a casa le “preferenze”. In attesa del vero test nell’aula di Palazzo Madama, dove tutto può succedere, la maggioranza incassa l’approvazione dell’emendamento unitario alla nuova legge elettorale.
Il voto “uno vale uno” di cui la premier fa da sempre una battaglia identitaria. Il testo ricalca l’emendamento bocciato a Montecitorio. Ecco i fondamentali: lascia bloccato il capolista, mentre per tutti gli altri candidati l'elettore potrà esprimere fino a tre preferenze, mettendo una croce sulla scheda. L’alternanza di genere? Parte dal candidato successivo al capolista, ma senza i paletti che prevedeva il Rosatellum per impedire la prevalenza di un genere sull’altro.
Volano tappi di champagne tra i big di Fratelli d’Italia in Commissione Affari Costituzionali al Senato. «Una giornata storica» esulta il presidente meloniano Andrea De Priamo, veterano di Colle Oppio. Mentre le opposizioni montano le barricate contro «una forzatura» della maggioranza, accusata di aver strozzato il dibattito. «La maggioranza trucca le carte in maniera plateale» tuonano insieme i senatori in commissione di Pd, M5S, Avs e Italia Viva. Tant’è. Meloni in privato si è congratulata con i suoi. E tra un messaggino e l’altro ha limato il discorso per il grande evento oggi a Bari. La maxi festa apparecchiata al Terminal Crociere per il record del governo “più longevo”.
IL DISCORSO
Cinquanta minuti di arringa per rivendicare quanto è stato fatto. Sicurezza, salari, occupazione, stabilità dei conti. E chissà che non arrivi un annuncio dal sapore elettorale. Dal cerchio magico di Meloni puntano una fiche su due cavalli di battaglia. Da un lato il fisco. Da mesi sottotraccia e su mandato diretto della leader il governo lavora a una misura di impatto da inserire nell’ultima Finanziaria prima delle urne. E se non saranno gli 80 euro di Renzi (duramente criticati da Meloni all’epoca) sarà qualcosa che gli assomiglia. Magari la tanto agognata detassazione delle tredicesime. Tutto dipende dalle parole che proferirà Eurostat tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre. Quando si capirà se l’Italia uscirà dalla procedura di infrazione Ue per deficit e dunque a quanto ammonterà il tesoretto.
Dall’altro lato, nel capitolo “annunci possibili”, si attende un segnale sulla sicurezza. Terreno su cui il generale Vannacci continua a incalzare. Quotata una nuova stretta contro i migranti che commettono reati, una corsia veloce per l’espulsione immediata. Stabilità, “credibilità” e “testa alta” le parole chiave dell’arringa ripassata ieri sera dalla premier più longeva di sempre. Altre parole chiave, più indigeste, non troveranno lo stesso spazio: premierato, giustizia, spese per la Difesa. Vannacci? «Non vuole dargli guazza» garantiscono i fedelissimi della leader. Ovvero: no-comment. Tutto pronto a Bari. I pullman, le luci, la stuola di ministri, manager, le mozzarelle e le band di canti tradizionali pugliesi. Un imprevisto? Le strade del capoluogo sono tappezzate di decine di cartelloni di Vannacci che inneggiano alla “Remigrazione”. Una “bischerata” dei “Futuristi” toscani in marcia su Roma? Chissà.
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