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Meloni e Schlein ai blocchi di partenza. La sinistra non ha ancora coalizione, leader e programma


Foto: Ansa

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19 settembre 2026

Non sostituiamo una propaganda con un’altra: ma contrastiamo una rappresentazione che, a forza di essere ripetuta, finisce per sembrare vera. Le prime vittime sono gli elettori e persino i parlamentari del centrodestra, fino ad arrivare ai grandi elettori e agli intellettuali, prigionieri della paura della sconfitta evocata da alcuni sondaggi. Una paura legittima, ma ancora priva di un fondamento solido.

PER SCONFIGGERE MELONI SERVE QUALCUNO CAPACE DI VINCERE - Giorgia Meloni può essere battuta soltanto da un’offerta politica più forte: una proposta riconoscibile, una leadership credibile e un’alternativa capace di conquistare il Paese. Che per motivi diversi oggettivamente nessuno ad oggi vede. Il campo largo resta un cantiere senza progetto né data di fine lavori. È diviso sulla leadership, sull’economia e sulle questioni internazionali. L’unico cemento è la volontà di sconfiggere Meloni. Ma voler battere qualcuno non significa essere pronti a governare. Può sembrare un paradosso, ma il conflitto per la leadership del campo largo tra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle riduce notevolmente la competitività del centrosinistra. Rappresentati come forze conflittuali e, per molti aspetti, incompatibili, nel tentativo di conquistare visibilità e consenso finiscono per apparire inaffidabili. La pretesa di Conte di guidare una coalizione nella quale è in minoranza risponde più a un’ambizione personale che a una logica politica.

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IL CONSENSO DI VANNACCI NON È UN BLOCCO COMPATTO - Le nostre analisi individuano tre fonti del suo consenso: una parte dell’astensione, un pezzo rilevante della Lega e una quota minore da Fratelli d’Italia. Il dato che conta è un altro: più della metà di questi elettori non sceglierebbe Vannacci se la sua corsa provocasse la sconfitta del centrodestra e la vittoria della sinistra. La contraddizione emergerà negli ultimi giorni, quando il voto smetterà di essere soltanto identitario e diventerà una scelta sul governo. Dire che, senza Vannacci, Meloni non possa vincere è una falsificazione. Alcuni sondaggisti trasformano una fotografia istantanea in una sentenza nel tempo, offrendo così un argomento alla sinistra e alla parte militante dell’informazione.

CHI HA RESO IMPOSSIBILE L’AL LEANZA? - Vannacci tenta di attribuire la rottura a Meloni: «Non ci chiama, non ci vuole». Ma Futuro Nazionale nasce da un tradimento politico che va raccontato senza reticenze, perché sappiamo che il tradimento, in politica, è troppo spesso un modello di comportamento. Non mi riferisco alla sua scelta di lasciare la Lega. Vannacci sostiene di essere stato eletto in Europa grazie ai propri voti e di aver abbandonato un partito inconcludente. È una tesi discutibile, ma sostenibile. Il nodo sono i parlamentari che lo hanno seguito: eletti nel centrodestra e con i voti del centrodestra, hanno intrapreso una lotta contro il governo, arrivando a votare contro la maggioranza e persino la fiducia. Questo non è dissenso. È la rottura del patto fiduciario con gli elettori. E prima o poi si paga.

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IL DIFETTO DI FABBRICA DEI SONDAGGI - I sondaggi rilevano il voto ai partiti e poi ne sommano le percentuali all’interno delle coalizioni. È un metodo legittimo, ma incompleto. In cabina elettorale gli italiani sceglieranno uno schieramento, un governo, un leader e solo dopo un partito. Le rilevazioni misurano soprattutto l’ultima variabile e pretendono di ricavarne tutte le altre. Sommando il 7 o l’8 per cento di Vannacci al centrodestra, si ignora quanti moderati potrebbero allontanarsi a causa della sua presenza. È una combinazione chimica intossicata. Lo stesso vale per il campo largo, attraversato da incompatibilità nascoste dalla semplice somma delle percentuali dei partiti. Non prendiamoci in giro e, soprattutto, non prendiamo in giro gli italiani. Nessun sondaggio ha già deciso il vincitore Le rilevazioni non sono univoche. Come potete verificare nella tavola, pubblicata qui a fianco, con il rigoroso e impegnativo confronto. Fratelli d’Italia oscilla tra il 26,5 e il 28 per cento e il centrodestra rimane competitivo. Anche chi assegna un vantaggio aritmetico al centrosinistra non può trasformarlo nella certezza della vittoria. Meloni resta la leader con il maggiore consenso personale e guida il primo partito italiano. Dopo anni di governo, conservare entrambe le posizioni rappresenta un caso quasi unico in Italia e raro in Europa.

IL PUNTO DI FORZA È MELONI. IL PUNTO DEBOLE È LA COALIZIONE - Per Elly Schlein, Giuseppe Conte e Vannacci sarà difficile affrontare un cavallo di razza come Meloni. Ha dimostrato di saper polarizzare lo scontro e guadagnare consenso nel momento decisivo. Ridicolizzare ogni iniziativa del governo, persino l’abolizione del bollo auto, non costruisce fiducia. Demonizzare Meloni e il suo elettorato può compattare le minoranze militanti, ma non conquistare il Paese. Il punto debole di Meloni è la coalizione. Lega e Forza Italia entrano nella fase più delicata della legislatura, esposte a una crisi di consenso e di posizionamento. Noi Moderati ha un valore politico, ma un peso elettorale limitato. Esiste poi un problema di classe dirigente: quanti esponenti del centrodestra possono davvero fare la differenza in una campagna nazionale? La partita si giocherà qui. Serviranno un nuovo codice comunicativo, una diversa rappresentazione del governo e una coalizione capace di parlare al Paese, non soltanto ai militanti. Giorgia Meloni e, per certi versi, Elly Schlein sembrano le uniche due leader in grado di farlo, pur partendo da presupposti differenti. Perché una delle qualità più importanti in una campagna elettorale è la capacità di sorprendere. E alle due non manca.

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