okayduckyachtclub.xyz

Meloni, messaggio a Trump: «Con lui pensavo fosse più facile. L'unità dell'Occidente è importante»


Se è vero che «il medium è il messaggio», come teorizzava Marshall McLuhan negli anni ‘60, allora la pace tra Donald Trump e Giorgia Meloni al momento resta un miraggio, difficile da avvistare persino con un telescopio in dote alla Nasa. Per il tycoon il New York Times è «carta straccia», i suoi cronisti gente da trascinare in tribunale un giorno sì e l'altro pure. Del suo motto “all the news that's fit to print”, traducibile in “tutte le notizie che vale la pena di stampare”, il presidente americano, se potesse, probabilmente non ne manderebbe in stampa nemmeno mezza. Ma è al quotidiano liberale nelle edicole Usa dal 1851 che la premier italiana concede una lunga intervista in cui non si sottrae nemmeno alle domande sull’idillio ormai al capolinea con il presidente americano. «È evidente che con Donald Trump pensavo che le cose sarebbero state più semplici vista la nostra convergenza sull’immigrazione e sulla cultura woke – spiega Meloni al giornalista Roger Cohen, che mette puntualmente in fila tutti gli sforzi della leader italiana per ergersi a pontiera tra States ed Europa – Le cose sono andate diversamente». Quasi a dire che pensava fosse amore invece era un calesse. Difficile del resto mandare giù l'affronto del tycoon, che a giugno scorso, di ritorno dal vertice del G7 di Evian, aveva sbeffeggiato Meloni sostenendo lei lo avesse letteralmente «implorato» per una foto insieme. La risposta della presidente del Consiglio era stata ferma: «L’Italia e io non imploriamo mai». Il battibecco tra i due aveva fatto il giro del pianeta, poi il gelo. Al vertice della Nato ad Ankara nessun riavvicinamento, gli ex amici di un tempo a debita distanza di sicurezza. Un freddo che persiste ancora oggi, con la presidente del Consiglio che, di fatto, conferma come Palazzo Chigi non abbia mosso un passo per ridurre le distanze. Alla domanda sulla possibilità di un confronto con Trump dopo la pausa estiva, Meloni risponde cauta: «Beh, vedremo», a prova che la ferita brucia ancora. Senza mai rinnegare però la sua convinzione: «Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia qualcosa di molto importante», e «non decido la strategia italiana sulla base dei miei rapporti personali».

CORAGGIO

Trump e non solo. C’è tanto altro nell’intervista al NYT che lo stesso quotidiano statunitense definisce “rara”, conscio della riluttanza della leader italiana a concedersi alle domande dei cronisti, come confidato dalla stessa Meloni al tycoon in un fuorionda alla Casa Bianca che a Roma aveva creato non poco imbarazzo. 
«Sono una persona che si impone delle regole – si racconta – La prima regola è che non dico mai nulla che non pensi davvero. È impossibile farmi dire qualcosa in cui non credo: il mio cervello va in tilt». Ed è questa, a suo dire, la “ricetta” che a settembre le farà tagliare il traguardo del governo più longevo di sempre. «Credo che la gente noti la differenza – sostiene – Sanno riconoscere quando qualcosa non è vero, quando è falso e credo che questo sia l’errore più grave che un politico possa commettere».
«“Coraggio”», nota Cohen raccontando dell’incontro, «è di gran lunga la sua parola preferita». La carriera di Meloni, ricorda il New York Times con dovizia di particolari, è iniziata a 15 anni, con l'adesione alla destra post-fascista. «Credo che ciò che mi ha portata qui — dice la premier dal suo ufficio a Palazzo Chigi — sia stato il coraggio di schierarmi dalla parte scomoda della storia. Di scegliere di andare controcorrente». Una storia con cui, l’accusa che le muovono da sempre, il suo partito non ha mai fatto i conti fino in fondo. La testata statunitense parla di «melonizzazione», come «dell’attenuazione di una storia terrificante entrata nel lessico comune». Nell’intervista a Cohen, Meloni parla del periodo fascista come di un’epoca «particolarmente complessa». «Ovviamente – rimarca con parole destinate ad infiammare l’opposizione – se oggi guardiamo a questa storia, è una cosa. Se l’avessimo osservata mentre ci trovavamo nel bel mezzo di essa, probabilmente l’avremmo vista in modo diverso, no?».

IL O LA PRESIDENTE 

Il segreto dell’underdog diventata prima presidente del Consiglio donna d’Italia è forse la caparbietà. «Non mi piace che gli altri mi dicano quali sono i miei limiti, un “no” è una delle cose che mi motiva di più». E anche sull’uso dell’articolo che accompagna la sua presidenza – “il” o “la”, vecchia diatriba che ne ha travagliato l’esordio a Palazzo Chigi – Meloni non arretra di un millimetro. «Quello che interessa – rivendica – è sapere se sono libera di diventare presidente del Consiglio dei ministri. Questa è l’uguaglianza: non essere chiamata “la presidenta”». Dunque bacchetta le femministe per aver combattuto «le battaglie sbagliate», come le quote di genere. Cohen rievoca il celebre intervento nel quale Meloni si presentava come «una donna, una madre, italiana e cristiana». Yo soy Giorgia, diventato un tormentone anche in versione spagnola. «Ha toccato una corda che milioni di persone sentivano - argomenta la premier - minacciati nella propria identità più autentica e fondamentale. Ha dato uno slogan semplice a una ribellione emotiva». Eppure, ironizza, «avrei dovuto fare teatro, mi sarei divertita di più». «Sapete, la gente mi dice: “Giorgia, devi renderti conto che hai fatto la storia!”. E tutto quello a cui riesco a pensare sono tutti quei ragazzi che, dopo la mia morte, un giorno diranno: “Mamma mia, oggi pomeriggio devo studiare Giorgia Meloni!”». 

© RIPRODUZIONE RISERVATA