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Meloni vieta burqa a scuola ma è solo primo passo. Che accade nel resto d’Europa


Roma, 26 set. (askanews) – In Italia è arrivato, per decreto legge, lo stop al burqa e al niqab nelle scuole, a pochi giorni dall’annuncio della premier Giorgia Meloni alla festa dei giovani di Fdi. “Salvo che ricorrano specifiche ragioni sanitarie o di sicurezza” è vietata la partecipazione alle attività scolastiche con “il volto coperto o con qualsiasi altra modalità atta a non consentire il riconoscimento del volto”. La norma è immediatamente in vigore e prevede una multa da 200 a mille euro per chi non si adegua. Un primo passo verso un divieto esplicito in tutti i luoghi pubblici, come propongono in Parlamento il partito della premier e la Lega di Matteo Salvini, in un ‘derby’ sempre più serrato con Futuro nazionale di Roberto Vannacci, mentre incalza la campagna elettorale.

Ed è di oggi, sabato 26 settembre, l’annuncio dell’avvio “in tutta Italia” di una raccolta firme, promossa da Fratelli d’Italia proprio per promuovere la proposta di legge depositata alla Camera contro il cosidetto “separatismo islamico” e quelle che vengono definite “zone franche”. Conseguenza, è la tesi, dell’immigrazione “incontrollata”. Si va dallo stop al velo integrale in tutti i luoghi pubblici all’obbligo di tracciabilità dei finanziamenti per moschee e luoghi di culto, al reato di chi professa “idee fondate sulla superiorità o l’odio religioso”.

Non esistono statistiche, né in Italia né altrove, su quante ragazze effettivamente indossino il velo integrale a scuola, ma il numero è decisamente esiguo. Come ha dovuto ammettere lo stesso ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara che si è trincerato dietro una questione di principio: fossero poche decine “o mille, credo che il divieto” sia “giusto perché la dignità della donna va rispettata sempre e comunque”. Una “battaglia di civiltà”, secondo il ministro, che si era collegato da New York alla conferenza stampa di qualche giorno fa del Carroccio. Presente Matteo Salvini, il quale aveva sentenziato: “l’Islam politico è il nemico pubblico numero uno. Invece dell’islamofobia, bisogna preoccuparsi della cristiano-fobia” perché “qui in Europa tra un po’ c’è la caccia al cristiano e all’ebreo”.

A scuola, ha chiosato Meloni subito dopo il Cdm, “si va a viso aperto e nessuno in Italia a nome di una presunta o vera tradizione deve coprirsi il volto, mi stupisce che la sinistra non sia d’accordo”. La sinistra, e gli altri partiti di opposizione, parlano di una operazione “demagogica” per fare campagna elettorale sulla “pelle dei bambini”: uno specchietto per le allodole, norme di “distrazione di massa” dai “problemi reali del paese”, disposizioni “identitarie” e “razziste” a “costo zero”.

In Italia, contrariamente ad altri paesi europei, non esisteva sinora una legge specifica che vietasse esplicitamente un simbolo religioso, come il velo integrale. La materia era regolata dalle norme generali di pubblica sicurezza e disciplinata dall’art. 5 della legge n. 152 del 1975 che vieta l’uso, senza giustificato motivo, di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico. Ed è sul “giustificato motivo” che si è giocata la partita in questi anni, con interpretazioni giurisdizionali a favore del rispetto del diritto a professare la propria religione, indumenti e simboli compresi. Ora, per legge, questa ragione viene messa da parte. Con buona pace della sentenza del Consiglio di Stato che tempo fa aveva affermato che indossare il velo integrale per motivi religiosi costituisse un “giustificato motivo”. E con buona pace anche di chi non manca di ricordare che privilegiare divieti generalizzati rispetto a misure volte a una reale integrazione tra le comunità, rischia di isolare bambine e giovani donne, spingendole fuori dal sistema educativo.

“Norme di questo tipo – ha detto Meloni – esistono in diversi paesi europei e anche in alcuni a maggioranza islamica”. Tra questi c’era in passato la Turchia, dove il ‘padre’ della patria Ataturk aveva invitato le donne ad abbandonare il velo, in nome della laicità dello Stato. In anni più recenti erano seguiti diversi divieti. Erdogan ha reintrodotto progressivamente la possibilità di indossare il velo nei luoghi pubblici e recentemente il presidente turco è tornato ad attaccare i paesi occidentali che hanno scelto la strada delle restrizioni.

Non esiste nel Corano un obbligo vero e proprio per le donne di indossare un velo integrale, tanto che i diversi paesi musulmani hanno legislazioni diverse che vanno dai regimi teocratici di Afghanistan e Iran dove ragazze e ragazzi sfidano, pagando con la vita, l’obbligo di indossare il velo in quanto simbolo di oppressione. Fino a situazione opposte, come in Tunisia dove c’è una legislazione anti-niqab.

Cosa accade invece nei principali paesi europei? Le istituzioni comunitarie non interferiscono su norme nazionali che vietino o meno di indossare il velo integrale a scuola o nei luoghi pubblici. Il tema è complesso e richiederebbe uno sforzo in grado di considerare questa complessità che spazia dalla libertà religiosa ai diritti fondamentali delle donne, alla necessità di integrazione sociale; e si muove in contesti estremamente variegati. I giudici delle corti europee si sono occupati soprattutto di controversie nel mercato del lavoro, dove il tema del velo è stato affrontato sotto il profilo delle discriminazioni (di genere e religiose).

Su 27 paesi membri, sono undici gli Stati dove vigono divieti totali o parziali sul niqab e il burqa. A fare da apripista in Europa, nell’ottobre del 2010, è stata la Francia, dopo un dibattito durato diversi anni e dove è stato vietato l’uso di indumenti che coprono il volto negli spazi pubblici. Sulla scelta si è espressa la Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2014 respingendo un ricorso contro il divieto, in nome della “convivenza”. La Cedu, allo stesso tempo, ha riconosciuto l’impatto negativo sulle persone coinvolte, il numero limitato del fenomeno (stimato intorno alle 1.500 unità) e ha osservato che i contenuti della discussione erano stati caratterizzati da islamofobia, con il rischio che la misura potesse consolidare stereotipi e incoraggiare manifestazioni di intolleranza.

Nel 2011 lo stop è arrivato in Belgio, dove si prevede addirittura la reclusione per i trasgressori. Poi è stata la volta della Bulgaria dove il divieto si estende al settore privato e l’uso di burqa e niqab è consentito unicamente nelle abitazioni private e nei luoghi di culto. L’Austria ha seguito a ruota e recentemente è giunta a imporre nelle scuole il divieto di velo islamico, come l’hijab che lascia il volto scoperto, alle ragazze di età inferiore ai 14 anni. Una legge, entrata in vigore il 1° agosto 2018, esclude il volto ‘travisato’ in Danimarca.

Nel 2025, a queste nazioni si è aggiunta la Svizzera, con un referendum popolare svolto nel 2021, che ha ‘rovesciato’ le precedenti decisioni del Consiglio generale che avevano respinto analoghe proposte, in nome della libertà religiosa. Dal primo gennaio dello scorso anno è entrato in vigore il nuovo articolo della Costituzione federale, il 10A, che prevede il divieto di coprirsi il volto negli spazi pubblici. Tra le deroghe, oltre a motivi di salute (Covid docet), ci sono anche eccezioni legate a scopi artistici o pubblicitari. Pochi giorni fa, il divieto di ‘travisamento’ del volto nei luoghi aperti al pubblico è arrivato in Portogallo dopo un’intesa tra il partito di estrema destra Chega e il governo conservatore.

Ci sono infine nazioni dove il divieto è parziale, come nei Paesi Bassi, in Lussemburgo, e in alcuni lander in Germania. A partire da questa settimana, con il decreto legge sulla scuola, questa ‘crociata’ l’ha intrapresa pure l’Italia.

Di Costanza Zanchini