I Denver Nuggets hanno deciso di pareggiare l’offerta di OKC per Spencer Jones, trattenendo il loro free agent. Adesso però si trovano sopra il secondo apron e, con la situazione di Peyton Watson ancora da risolvere, saranno costretti a sacrifici dolorosi per mantenere flessibile il roster attorno a Nikola Jokic
In questa era di pallacanestro, ogni contratto — anche uno "innocuo" da 6 milioni di dollari l’anno — può fare un’enorme differenza. Dopo un’estate pressoché immobile, i Denver Nuggets si sono ritrovati a fare i conti con l’offer sheet presentata dagli Oklahoma City Thunder per Spencer Jones, avendo 24 ore di tempo per pareggiare il biennale da 12 milioni di dollari accettato dall’esterno. La dirigenza dei Nuggets ha impiegato tutto il tempo a disposizione per decidere e alla fine ha scelto di pareggiare l’offerta, trattenendo così il giocatore che si è ritagliato un posto di rilievo dopo non essere stato scelto al Draft nel 2024. Non si tratta però di una scelta senza ripercussioni, anzi: tenere Jones avrà un prezzo ben più alto dei 6 milioni di dollari annui previsti dal suo contratto, ed è legato alle regole del contratto collettivo.
Pareggiando Jones, i Nuggets sono saliti a quota 229 milioni di dollari di stipendi, sopra alla soglia dell’ormai famigerato second apron fissata a 221.7. Questo ha un effetto immediato: la luxury tax da pagare è già salita a 68 milioni di dollari, ma decidendo di trattenere anche Peyton Watson anche solo con la Qualifying Offer che serve per renderlo restricted free agent (cioè avere la possibilità di pareggiare ogni offerta, come nel caso di Jones) si sale ulteriormente a 112 milioni di dollari di sola tassa. In più, essere sopra il secondo apron li costringe a una serie di limitazioni significative: non possono firmare contratti se non con i minimi salariali; non possono ricevere contratti più pesanti rispetto a quelli che cedono (e possono scambiare solamente un giocatore alla volta, non unirne due assieme); e soprattutto non possono effettuare sign and trade in uscita. Questo è particolarmente significativo nel caso di Watson: se decidessero di non poterlo più tenere, non potrebbero comunque cederlo in una sign-and-trade ricevendo in cambio giocatori in grado di compensarne l’addio — indebolendo così la squadra attorno a Nikola Jokic.
Per questo è facile immaginare che l’estate dei Nuggets sia in realtà cominciata solo ora. Dando per scontato che Denver voglia mantenere intatto il nucleo formato da Jokic, Jamal Murray e Aaron Gordon, i due giocatori maggiormente indiziati a lasciare il Colorado per risolvere la situazione salariale sono Cameron Johnson (il cui contratto da 23 milioni di dollari è in scadenza nel 2027) e Christian Braun (entrato ora nel primo anno di un quinquennale da 125 milioni di dollari complessivo). Il problema è che le altre 29 franchigie sono perfettamente a conoscenza delle difficoltà dei Nuggets anche solo nel mantenere intatto il roster di una squadra che lo scorso anno è uscita al primo turno dei playoff, e che non può permettersi di sprecare ulteriori anni del prime di Jokic senza almeno provarci — e quindi possono negoziare con loro in una posizione di forza. Una situazione estremamente complicata, ma se i Nuggets vogliono rifirmare Jokic tra un anno, devono costruirgli attorno una squadra che possa tornare a competere.
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