A cinque anni esatti dal raid di Gargaresh, il centro di detenzione per i migranti a Tripoli in cui i guardiani uccisero sei persone e ne ferirono una ventina, le ong Refugees in Libya, Sea-Watch e Front-LEX si sono riunite pubblicamente per la prima volta a Bruxelles per un aggiornamento del caso di F.M, un giovane richiedente asilo sudanese bloccato in Libia e costretto a nascondersi dalle milizie per salvaguardare la propria incolumità.
Nel 2024 le ong hanno promosso un’azione legale contro Frontex per conto del migrante e ora il caso è pendente al tribunale di Giustizia dell’Unione Europea. Frontex è stato denunciato per aver facilitato e tuttora facilitare l’intercettazione e il respingimento forzato dei migranti in Libia attraverso le proprie attività di sorveglianza aerea.
L’ong Sea-Watch, che provvede al soccorso civile nel Mediterraneo, ha sostenuto l’iniziativa mettendo a disposizione la propria competenza e le prove operative raccolte durante le attività di monitoraggio aereo. Il richiedente asilo sudanese F.M. ha affermato dal suo nascondiglio libico: “Se sei nero qui in Libia non c’è nessuno che si prenda cura di te o che ti aiuti in alcun modo. Spero però che i giudici riesaminino il mio caso, ancora pendente in tribunale. Sono pronto a fornire loro tutto il necessario e ho tentato più volte di fuggire da qui, ma senza successo a causa di Frontex e dei suoi alleati, cioè la Guardia Costiera Libica. Temo che, se mi scopriranno, finirò nelle mani delle milizie. Sono scoraggiato e chiedo il vostro aiuto”.
La Guardia Costiera Libica, a cui Frontex dà le coordinate dei barconi, è di fatto composta da milizie armate che, una volta fermati i migranti, li portano, o riportano, forzatamente nei centri di detenzione dove è stato provato vengono sottoposti a torture, stupri e ogni genere di abuso. Il comportamento di Frontex, come provato anche dalle testimonianze e dati raccolti da sea-Watch, viola il principio di non-refoulement sancito dal diritto internazionale dei rifugiati e dall’articolo 19 dell’Unione europea in base al quale “nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esista un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti”.
Il rifugiato sud sudanese David Yambio, arrivato in Italia dopo diversi anni trascorsi in Libia e diversi tentativi di fuga, è a capo dell’organizzatore di Refugees in Libya, un movimento di protesta che ha portato avanti un sit-in di cento giorni nella capitale libica sotto la sede di Unhcr per denunciare le condizioni di vita dei migranti e le responsabilità del governo libico e dei governi europei nel finanziare le autorità e milizie. Yambio, che ha partecipato alla conferenza a Bruxelles ha spiegato: “Da cinque anni siamo costretti ad agire per proteggere le nostre comunità e la nostra dignità, per lottare per la libertà di movimento e per cercare giustizia e richiedere l’assunzione di responsabilità per i crimini contro l’umanità che noi, e le più ampie comunità di persone in movimento, siamo stati costretti a subire. In questi anni abbiamo reso evidente la complicità dell’Europa in crimini contro l’umanità, ma finora non vi sono state conseguenze. Oggi più che mai, Frontex, il braccio lungo e violento dell’Europa, rende tutto più pericoloso. Contribuisce alla morte di centinaia e migliaia di persone nel Mediterraneo centrale. Con l’aiuto dell’agenzia, le persone vengono catturate sotto la minaccia delle armi e riportate in Libia, un luogo tristemente noto per torture, stupri, riduzione in schiavitù, estorsioni, detenzioni arbitrarie, morte e sparizioni forzate. Per questo continueremo a lottare per avere giustizia“.
Julia Winkler di Sea-Watch ha aggiunto: “Grazie alle nostre operazioni aeree e navali, sappiamo cosa impedisce le morti: tempestivi messaggi di allerta (Mayday Relay), condivisione di informazioni con navi in grado di effettuare salvataggi e sbarco in un luogo sicuro. Eppure, ripetutamente, Frontex individua imbarcazioni in difficoltà senza adottare queste misure.
Al contrario, la sua attività di sorveglianza favorisce sistematicamente i respingimenti verso la Libia, dove le persone vanno incontro a torture e ogni sorta di abuso. Coloro che finanziano, equipaggiano, coordinano e sostengono questo sistema non sono semplici spettatori della violenza che esso genera. Questa cooperazione deve cessare e i responsabili – in Libia e in Europa – devono risponderne. Il bilancio di Frontex deve invece essere reindirizzato verso un programma europeo di ricerca e soccorso a guida statale, incentrato sul salvataggio di vite umane e sulla garanzia di uno sbarco sicuro”.
Iftach Cohen, l’avvocato che coordina il team legale di Front-LEX nonchè legale di F.M. ha quindi sottolineato: “La condivisione da parte di Frontex della posizione delle imbarcazioni di rifugiati consente ai libici di riportare i rifugiati in Libia, dove vengono sottoposti a crimini contro l’umanità. Riconsegnando queste persone ai loro aguzzini, Frontex viola sistematicamente i propri obblighi in materia di diritti fondamentali relativi al principio di non respingimento e al divieto di tortura. Il diritto marittimo internazionale impone che le persone soccorse o intercettate in mare siano condotte in un luogo sicuro. La Libia non è un luogo sicuro. Il caso F.M. contro Frontex, che abbiamo sottoposto alla Corte di Giustizia Europea già due anni fa mira a porre fine a questa condivisione di informazioni e, di conseguenza, a impedire che i rifugiati vengano rimandati incontro alla morte o alla tortura in Libia. Nessuno può fermare Frontex, se non i giudici”. Ma i giudici ancora non si sono pronunciati, mentre il tempo passa e i richiedenti asilo si ritrovano prigionieri nei veri e propri lager libici.