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Minaccia ibrida, perché la guerra di Mosca è diventata terrore di Stato per l'Europa: l’arsenale invisibile del Cremlino


Se oggi un volo di linea perde il segnale GPS mentre sorvola il Baltico, o se un centro commerciale va a fuoco a Varsavia senza un apparente motivo, in Europa nessuno crede più facilmente alle coincidenze. Ma è stato il recente tentativo di attacco con un drone carico di esplosivo all’aeroporto di Lipsia a far scattare di nuovo la paura nei palazzi del potere di mezza Europa - e non solo.

Le autorità tedesche hanno attribuito l’operazione alla Russia. Da Bruxelles, Ursula von der Leyen ha parlato di una «nuova normalità» alla quale l’Europa deve prepararsi, mentre il segretario generale della NATO Mark Rutte ha sottolineato il carattere sempre più spregiudicato delle azioni russe. L’Alta rappresentante dell’UE Kaja Kallas ha definito l’episodio un campanello d’allarme per i Paesi europei ancora più esitanti e ha detto che l’attacco presenta tutti i tratti del terrorismo sponsorizzato dallo Stato.

Per anni abbiamo derubricato questo insieme di depistaggi, droni, cyberattacchi e incendi su commissione sotto l’etichetta rassicurante di «guerra ibrida». Oggi, però, quella definizione comincia ad andare stretta a chi si occupa di sicurezza sul serio.

Dalle ombre alle fiamme: i casi concreti in Europa

A fotografare questa metamorfosi sono, tra gli altri, le analisi del Congressional Research Service e le inchieste delle principali intelligence occidentali. Nelle loro ricostruzioni emerge un quadro nel quale le attività russe non si limitano più alla disinformazione e all’influenza politica: il sabotaggio, gli attacchi informatici, le operazioni clandestine e i complotti contro persone e infrastrutture sono diventati strumenti sempre più frequenti.

I casi pratici di questo nuovo corso sono ormai numerosi.

Sul fronte dei sabotaggi, le autorità europee hanno ricostruito reti di esecutori locali reclutati per conto dell’intelligence russa. Tra gli episodi più gravi figurano il devastante rogo che ha distrutto il centro commerciale Marywilska a Varsavia e gli incendi o tentativi di incendio che hanno coinvolto strutture IKEA nei Paesi baltici. Le indagini polacche hanno attribuito l’incendio di Marywilska a una rete che operava per conto dell’intelligence russa.

In altri casi, la manovalanza sarebbe stata reclutata attraverso canali online, anche Telegram, con pagamenti e istruzioni impartiti a persone disposte a compiere incendi o atti vandalici in cambio di denaro. È una modalità operativa che permette a Mosca di mantenere una distanza tra i mandanti e gli esecutori materiali.

Uno degli episodi più inquietanti riguarda i centri di smistamento DHL di Birmingham e Lipsia. Nel 2024 alcuni pacchi contenenti dispositivi incendiari si innescarono prima di essere caricati sugli aerei. Le ricostruzioni investigative hanno indicato l’impiego di dispositivi a base di magnesio e hanno sollevato il rischio che un incendio analogo potesse provocare conseguenze catastrofiche se fosse avvenuto a bordo di un aereo cargo.

Il salto di qualità più drammatico riguarda però le azioni dirette contro le persone.

Rivelazioni pubblicate dal Financial Times e da altre testate internazionali hanno raccontato come l’intelligence statunitense avesse individuato un complotto russo contro Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall, il colosso tedesco della difesa impegnato nella produzione di munizioni destinate anche all’Ucraina. Washington avvertì Berlino, consentendo alle autorità tedesche di rafforzare la protezione dell’amministratore delegato.

Non si trattava dunque soltanto di interferire con le società europee o con le loro infrastrutture: il bersaglio poteva essere direttamente una persona considerata strategica per lo sforzo bellico occidentale.

Cieli al buio e traffico paralizzato

Accanto al fuoco e alle trame clandestine opera un’altra forma di pressione, meno spettacolare ma quotidiana: la guerra elettronica.

Nel Baltico sono state documentate interferenze sistematiche dei segnali GNSS, attraverso tecniche di jamming — il disturbo del segnale — e spoofing, cioè la manipolazione attraverso falsi segnali. Studi scientifici recenti hanno registrato episodi persistenti di interferenza e hanno localizzato alcune delle probabili sorgenti nell’area di Kaliningrad, considerata quindi una probabile area di origine di parte delle operazioni russe di guerra elettronica nella regione.

Le conseguenze riguardano sia l’aviazione civile sia la navigazione marittima. Non significa che gli aerei di linea diventino normalmente incapaci di navigare: gli equipaggi dispongono di sistemi e procedure alternative.

Ma quando una rotta o una procedura di avvicinamento dipende fortemente dal GNSS, il problema può diventare operativo.

Lo ha sperimentato direttamente Finnair, che nel 2024 sospese per un mese i voli tra Helsinki e Tartu, in Estonia, dopo che due suoi aerei erano stati costretti a tornare indietro perché l’interferenza GPS impediva di utilizzare la procedura di avvicinamento prevista.

Il quadro della pressione si completa con il versante informatico. Gruppi di hacker filorussi come Killnet e NoName057(16) hanno condotto o rivendicato numerosi attacchi DDoS contro siti e servizi pubblici europei. La loro attività è spesso apertamente filorussa e allineata alla propaganda del Cremlino, anche se non esiste per tutti questi gruppi una prova pubblica di subordinazione diretta a uno specifico servizio segreto russo.

A tutto questo si aggiunge l’uso strumentale dei flussi migratori. Diversi governi europei hanno accusato Russia e Bielorussia di aver favorito o sfruttato i flussi verso le frontiere dell’UE per esercitare pressione politica e alimentare divisioni interne.

«Ibrido a chi?»: la provocazione di Kaupo Rosin

È proprio di fronte a questa impressionante sequenza di fatti che qualcuno comincia a perdere la pazienza con il linguaggio cauto della diplomazia.

Kaupo Rosin, direttore del Servizio di intelligence estera estone, ha sintetizzato senza troppi fronzoli la frustrazione degli apparati di sicurezza del fianco orientale:

«La parola “ibrido” è fuorviante e troppo morbida: assistiamo ad attacchi, cyberattacchi e complotti per assassinii; in alcuni casi si tratta a tutti gli effetti di terrorismo promosso dallo Stato».

La tesi sostenuta dalle autorità estoni, e rilanciata da diverse inchieste giornalistiche occidentali, è estremamente pratica: continuare a definire «ibrido» un pacco incendiario destinato a un aereo cargo, un drone esplosivo o un piano di assassinio rischia di trasformare l’eccezione in normalità.

Il problema non è soltanto semantico. Le parole determinano anche il modo in cui i governi percepiscono la minaccia e decidono di reagire. Se sabotaggi, attacchi informatici e operazioni clandestine vengono considerati episodi separati e di bassa intensità, è più facile sottovalutare il fatto che possano essere parti di una stessa strategia di pressione.

La risposta dell’Occidente

Anziché farsi paralizzare dalla paura, l’Unione Europea e la NATO stanno progressivamente spostando la risposta verso la deterrenza e la protezione delle infrastrutture.

Sul fronte militare si discute e si investe nel rafforzamento delle difese antidrone lungo il fianco orientale, mentre il progetto di una «Drone Wall» europea è stato proposto per creare una capacità coordinata di individuazione e contrasto degli UAV. Non è ancora uno scudo completamente operativo: è un progetto in fase di sviluppo, destinato però a diventare uno dei tasselli della nuova architettura di sicurezza europea.

Parallelamente, i Paesi NATO stanno rafforzando la sorveglianza delle infrastrutture critiche, compresi i cavi e le reti energetiche sottomarine. La protezione delle reti fisiche e digitali è ormai considerata parte integrante della deterrenza, perché un attacco a un cavo in fondo al mare può produrre conseguenze economiche e strategiche di vasta portata.

E poi c’è il capitolo, politicamente e giuridicamente molto più delicato, degli asset russi congelati.

Circa 185 miliardi di euro di beni riconducibili alla Banca centrale russa sono detenuti presso la società belga Euroclear. L’idea di utilizzare queste risorse a sostegno dell’Ucraina continua a essere discussa in Europa, ma non si tratta di denaro già «svincolato»: il suo eventuale impiego resta al centro di un confronto politico e legale, con il Belgio particolarmente preoccupato per i rischi connessi. È la misura di quanto sia cambiato il quadro.

La guerra che l’Europa teme non arriva necessariamente accompagnata da carri armati o sirene antiaeree. Può arrivare sotto forma di un pacco incendiario, di un segnale GPS falsificato, di un incendio in un magazzino, di un attacco informatico o di un drone che attraversa una frontiera.

La vera sfida, per l’Occidente, è capire che queste azioni non devono essere necessariamente considerate episodi isolati per essere pericolose. Perché la caratteristica più insidiosa della nuova pressione russa è proprio questa: restare abbastanza sotto la soglia della guerra dichiarata da rendere difficile una risposta collettiva, ma abbastanza sopra quella della semplice competizione politica da trasformare la quotidianità europea in un campo di confronto permanente.


Ultimo aggiornamento: mercoledì 2 settembre 2026, 22:48

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