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«Mio figlio ucciso a coltellate dal padre violento, mi hanno detto che ero responsabile perché dovevo fuggire all'estero»


«La mattina del 25 febbraio 2009, ancora una volta, supplicavo di interrompere gli incontri. Mi hanno telefonato alle sette e mezza di sera per dirmi che il mio bambino non c'era più, dissanguato dopo 57 minuti di agonia. E mi sono sentita dire dal procuratore aggiunto dei minori: "La madre è responsabile della morte di suo figlio, perché non è fuggita all'estero"». Antonella Penati è la mamma di Federico, ucciso a coltellate diciassette anni fa durante una visita protetta nella sede della Asl di San Donato Milanese dal padre violento. È avvenuto davanti agli assistenti sociali e all'educatore, nessuno è riuscito a fermarlo. «E nessuno ha mai pagato - il suo dolore - Da allora mi batto perché a nessun bimbo debba accadere la stessa cosa».

Le denunce

Lo fa con tenacia, chiedendo l'approvazione del disegno di legge 91 fermo da quattro anni in Senato, e lo racconta nel suo libro "Mostri a piede libero", viaggio nell'abisso dei figlicidi, il primo studio organico su un dramma poco illuminato che riporta dati rilevati dall'osservatorio "Federico nel cuore Odv". Eppure i numeri spaventano: sono 564 i bambini che hanno perso la vita per mano di un genitore dal 2000 a oggi e a uccidere «sono soprattutto maschi di ceto medio, acculturati, l'87% dei padri contro il 13% delle madri, la regione più colpita è la Lombardia, seguita dal Piemonte e dal Veneto». La prima parte del libro racconta la storia del suo Federico. «Aveva paura di lui, ma era obbligato a incontrarlo. Ero l'unico genitore affidatario, ho sporto dieci denunce per violenza e l'unica risposta è stata: "Signora, cosa vuole che succeda, ci siamo noi qui"». Antonella Penati non si è arresa, «da cittadina italiana mi sono rivolta alle istituzioni per chiedere protezione, ho fatto di tutto, un sabato mattina sono andata a cercare il giudice per denunciare la sottrazione di minore». Nel 2006 si è opposta alle visite, inutilmente. «Mi hanno messo con le spalle al muro: "Se non la smette, portiamo suo figlio in una comunità". E intanto Federico sarebbe dovuto andare in gita all'Acquario di Genova con suo padre, che già aveva tentato di uccidermi. Era sempre più violento e ossessivo, mi minacciava e inseguiva, pochi giorni prima dell'omicidio ha provato a buttarmi giù da un ponte. Ero in auto e a bordo c'era il mio bambino».

Episodi che, spiega Penati, danno la dimensione del vuoto legislativo nei casi di affidamento dei figli in contesti di violenza domestica o di genere che il Ddl 91 intende colmare, precisando la responsabilità di coloro che hanno la custodia di un minore e in caso di trasferimento a terzi - servizi sociali comunità, genitori affidatari - questi devono risponderne dell'incolumità fisica e psichica. Un terreno oggi scivoloso. «Se vengono attribuite responsabilità precise, chi deve occuparsi del bambino ne ha maggiore cura - riflette Penati - Quando Federico è stato ucciso il giudice ha scaricato il peso sui servizi territoriali, che a loro volta hanno puntato il dito contro le forze dell'ordine, le quali non c'entravano proprio nulla. Avrebbero potuto intervenire solo su mandato del giudice e purtroppo la legge contro lo stalking è stata approvata tre mesi dopo il delitto. La loro unica possibilità di fermare il padre era la flagranza di reato». A sostegno del Ddl, Penati ha raccolto 70 mila firme in tutta Italia ora con il presidente Anci Basilicata si sta attivando in 131 Comuni della sua regione. «È una legge di buon senso che purtroppo non interessa alle istituzioni. Se il reato del femminicidio viene oggi contestato, il figlicidio è addirittura rimosso, negato, volutamente dimenticato. È insito il fatto che il bambino debba avere due genitori, ma non può essere obbligato a coltivare rapporti con un genitore violento. I diritti dei minori sembra valgano meno di quelli degli animali. Quando chiedevo aiuto ai servizi territoriali la risposta dell'addetto era: "Ma io ho tante pratiche da seguire". Ecco, per loro mio figlio era una pratica». Il numero delle denunce da parte delle madri è in calo, avverte Penati, «questo perché non vengono ascoltate e temono che i loro bimbi siano trasferiti in comunità. Quando i servizi territoriali vedono arrivare una donna disfatta la considerano non adeguata, esagerata, io stessa sono stata ritenuta apparentemente isterica. "Se il suo ex marito è violento con lei, non è detto che lo sia con il figlio", ripetevano. Invece chi è violento, lo è a prescindere». La battaglia di Antonella Penati continua: «Abbiamo uno Stato che lascia a piede libero i mostri. Mio figlio non avrà mai giustizia, ma non sarà dimenticato».

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