Le parole sono importanti perché danno forma al pensiero, per cui, se pensiamo come pensiamo, la colpa – o più spesso il merito, in questo caso – è anche di Mogol. Compie novant’anni Giulio Rapetti, primo paroliere per importanza della musica italiana (anche se ha sempre preferito farsi chiamare “autore”), scultore rima baciata dopo rima baciata dell’Italia che siamo.
Grande decano della canzone popolare, al punto che nel 2006 è stato autorizzato dal Ministero dell’Interno ad aggiungere il suo pseudonimo – scelto dalla SIAE tra più di cento, tutti come generati da un simulatore casuale, che aveva proposto, tanto non avrebbe mica lasciato traccia, e invece guarda un po’ – al cognome, giusto per dare un’idea.
Milanese d’acciaio, figlio di un importante dirigente della Ricordi, una delle grandi case discografiche dell’epoca, è uno dei simboli della Prima Repubblica della canzone del nostro Paese: enorme nel bene e nel male, oggi egualmente rimpianto e superato, dal lascito comunque gigantesco e soprattutto trasformativo.
Siamo come siamo anche grazie a Mogol, sì. Come una sorta di Andreotti della canzone, è stato la figura chiave del pop dai primi anni Sessanta alla metà dei Duemila, dunque uno dei protagonisti decisivi nel rendere la musica leggera prima un’opera d’arte e subito dopo un enorme fenomeno di consumo, sempre con un enorme impatto sociale.
I suoi testi hanno incrociato la traiettoria di fior di musicisti, su tutti ovviamente Lucio Battisti, a cui resta più legato. Cominciano a comporre insieme per altri quando Mogol è già un nome per la generazione beat (Una lacrima sul viso di Bobby Solo è sua); insieme, tra gli altri, firmano 29 settembre dell’Equipe 84, storia di un uomo che tradisce la compagna ma, al risveglio, si sente più innamorato di prima, segno di un livello di complessità nel racconto delle relazioni senz’altro più profondo di quello in voga allora.
Poi, con Battisti solista, diventano corpo e anima, una simbiosi degna di Lennon-McCartney – e infatti non è assurdo pensarli come dei Beatles italiani – che frutta un impero: La canzone del sole, Il mio canto libero, Emozioni, Mi ritorni in mente e Acqua azzurra, acqua chiara, di fatto la culla della musica leggera italiana per come la intendiamo oggi. Alfa e omega, si torna sempre lì.
Meno complesso e sociale dei cantautori, ma non meno introspettivo, arcitaliano almeno nel successo, nei testi – schietti al netto di formulazioni poi stantie (“Gli occhi tuoi…”, ma Mogol volerà sempre un pelo più in alto, il problema sarà semmai degli altri), sempre legati alla melodia, infatti non apprezzerà mai il rap e in generale le nuove leve – disseminerà qua e là tracce di sé (“Il coraggio di vivere” che “ancora non c’è”, da I giardini di marzo) e del suo carattere schivo.
Soprattutto, asseconderà la nascita di una società nuova con descrizioni che oggi possono sembrarci invecchiate, ma che all’epoca furono dirompenti: donne spesso libere e indipendenti, a volte perfino fatali, e uomini implumi, fermi all’età della pietra, che a stento inseguono.
L’amore, insomma, come pretesto per parlare d’altro, dell’universo e dei massimi sistemi, ma anche della vita in sé e delle sue contraddizioni, fino alla rottura con Battisti – dovuta a motivi economici, i due si perderanno di vista, caratteri non facilissimi – del 1980. Ma a quel punto avranno già fatto scuola, con un’eco che si percepisce ancora oggi.
Prima, in mezzo e dopo, altri sodalizi di spessore con, tra gli altri, la PFM (Impressioni di settembre, 1972) e Fausto Leali (A chi, 1967), con Gianni Bella – altra sua grande spalla, dopo Battisti – e con Mango, che porterà al successo negli anni Ottanta con Oro e Mediterraneo. E poi Riccardo Cocciante, fermo al palo dopo la fine della collaborazione con il suo precedente paroliere, Marco Luberti, quello di Margherita e Bella senz’anima: con Mogol si troveranno in Cervo a primavera (1980), ritratto di un uomo che ha sempre fallito nella vita eppure ci crede ancora, fino alla vittoria di Sanremo 1991 con Se stiamo insieme.
“Quando l’ho conosciuto”, dirà Cocciante, “ho capito che la mia carriera non era finita”. Non era finita – anzi, stava per ricominciare a livelli spaventosi – neanche quella di Adriano Celentano, di cui, dopo il ritorno di Mina Celentano (1998), curerà i testi dei best-seller solisti Io non so parlar d’amore (1999), Esco di rado e parlo ancora meno (2000) e Per sempre (2002), certo meno rivoluzionari di quelli di Battisti ma dall’impatto culturale comunque equivalente. Un incipit su tutti: “Io non so parlar d’amore, l’emozione non ha voce”. Ai punti, dovrebbe essere la sua canzone che più gli frutta in termini di diritti, di certo la più eseguita nei vari karaoke, nel fantomatico Paese reale.
Perché è lì, così come nei falò in cui ancora si suona La canzone del sole, nelle citazioni su Instagram di Una donna per amico, che va cercata davvero la sua eredità. Pur non avendoci mai messo la voce, pur non essendo mai stato un personaggio, complice il carattere schivo, Mogol è una specie di Omero della canzone italiana, quello che nessuno ha visto ma che c’è, da cui tutto parte e a cui tutto torna: un forziere che racchiude gli archetipi – semantici, sintattici, lessicali – della musica leggera italiana, un enorme spot su quanto i brani stessi possano trasformare la società, diventarle endogeni, con intere generazioni nate con “la cantina buia dove noi...” già nel DNA. Se parliamo in un certo modo, se usiamo certe parole al posto di altre, se pensiamo perfino in una certa maniera, c’è da chiedere conto a Mogol.