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"Nato alla Juve, rinato al Sassuolo. Quel riscatto di Carnevali e perché non ho scritto a Locatelli"


11 settembre 2026, 07:37 

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TORINO - Tra le mani aveva un futuro radioso. Perno della Primavera della Juve, capitano della Nazionale Under 19. In odore di prima squadra, quando a Torino i trofei erano una dolce abitudine. Ma la vita a Filippo Romagna non ha riservato un’autostrada. Semmai ha pianificato un Mortirolo, un percorso con ostacoli ogni giorno più alti. Al traguardo ci è arrivato, ma quanta fatica. All’apice della carriera con la maglia del Sassuolo si fa male: a marzo 2020 inizia un lockdown calcistico eterno, partito da una rottura del tendine rotuleo con prognosi di 8 mesi. Prima di rimettere piede in campo, però, impiega tre anni e due mesi. Gli infortuni potevano lasciargli segni indelebili, ma Romagna vede luce ovunque. E adesso, in cerca di una squadra dopo aver terminato il proprio contratto col Sassuolo il 30 giugno, scava nel proprio passato. Senza mai perdere il suo spirito: Romagna il bicchiere mezzo pieno lo vede sempre e comunque.

L'intervista a Romagna

Filippo Romagna, domenica c’è Sassuolo-Juventus.«Alla Juve ho passato la mia adolescenza: mi hanno permesso  di diventare calciatore attraverso la loro scuola e la loro etica. Il Sassuolo, ripensando al mio percorso, è una squadra che mi apparterrà sempre».

Partiamo dai primi passi. Lei arriva a Vinovo nel 2011 dalle giovanili del Rimini. Cosa ricorda del primo impatto? «Arrivo a Vinovo e percepisco veramente un’aria diversa: la respiri da subito e, se sei un briciolo intelligente, riesci immediatamente a capire che cosa sia la Juve. Sono le persone ad avermi lasciato tanto: un anno fa passavo da Torino e mi sono fermato a salutare Gianluca Pessotto, Claudio Chiellini e Ciccio Grabbi. Alla Juve capisci quale mentalità serva per vincere».

Era il punto fermo della Primavera negli anni in cui la Juve dominava in Italia. Cosa significava allenarsi con il gruppo più vincente nella storia del calcio italiano? «Faccio un esempio pratico: Giorgio Chiellini, che sento ancora adesso, ti faceva capire nella quotidianità cosa servisse per stare ad alti livelli. La ferocia su ogni pallone in allenamento, la voglia di non perdere mai. Non erano mai sazi. E tutti ragionavano così, anche chi giocava meno, come Caceres: se non affrontavi ogni momento con la mentalità da finale di Champions non potevi stare in quel gruppo».

L'infortunio del 2020

Lei è stato capitano dell’Italia agli Europei Under 19 del 2016, in cui l’Italia perse 4-0 la finale contro la Francia di Mbappé. Accanto a lei Dimarco, Meret, Locatelli e Barella. Senza infortuni avrebbe avuto la loro stessa carriera? «Non posso saperlo. Ogni tanto ci penso, ovviamente, ma a distanza di tempo posso dire che la mia vittoria più grande sia stata quella di tornare in campo. Tanti temevano che smettessi. Vincere un campionato di B, da capitano, dopo quello che ho passato vale una Champions League che non ho mai potuto vivere».

Come ha affrontato il gravissimo infortunio del 2020? Ha mai avuto paura della depressione? «Era la mia migliore stagione. Poi arriva l’intervento, il Covid e 16 mesi di riabilitazione con due allenamenti al giorno. Poi ho dovuto fare un ulteriore intervento a Barcellona che non era mai stato fatto su un calciatore: non avevo alternative. Ricordo cosa dicevano in spagnolo, in sala operatoria: opzione A, dovevano agire sull’osso per permettermi di camminare; opzione B, dovevano agire sul tendine, ma pensavano che sarebbe stato difficile tornare a correre. A quel punto ho chiesto di aumentarmi l’anestesia. La prima partita l’ho giocata dopo tre anni e due mesi dall’ultima: nel frattempo era cambiato il mondo».

La rinascita al Sassuolo

La vita le ha ridato qualcosa indietro? «Penso di aver avuto anche altre fortune: ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie dopo un weekend in montagna, organizzato da mio fratello. Se non fossi stato infortunato non sarei mai andato in montagna e oggi non avrei la mia splendida famiglia. Vivevo per il calcio, ma ho dovuto crearmi un piano B: mi sono iscritto a Economia e ho cercato di dare il giusto peso a tutto. Per esempio, non ho mai più provato tensione prima di una partita, ma soltanto la felicità e la gratitudine per essere in campo».

Nel periodo del suo personale dramma calcistico, il Sassuolo cos’ha rappresentato per lei? «Il Sassuolo, Carnevali e la famiglia Squinzi sono stati la mia fortuna. Mi hanno riscattato dal Cagliari pur sapendo che sarei stato fermo otto mesi e mi sono stati sempre accanto. Per le cure, per la riabilitazione, per tutto. Quando sono tornato, hanno apprezzato il fatto che io abbia fatto un sacrificio importante a livello economico per restituire tutto il bene che avevano fatto per me».

L'effetto Carnevali

Che effetto le farà vedere Carnevali al Mapei Stadium domenica da avversario del Sassuolo? «Carnevali è senza dubbio la persona giusta per la Juve, è un uomo straordinario. Poi ho avuto a che fare con diverse figure: da Giovanni Rossi a Palmieri, ma anche con vari allenatori. Il Sassuolo è diventato una famiglia per me: il contratto finito a giugno non cambia i miei pensieri».

Passiamo in rassegna i suoi allenatori più importanti. Allegri? «Semplice e unico nel tenere il gruppo, facendo sentire tutti fondamentali. Mi apprezzava, ma aveva il merito di far sentire chiunque parte del suo progetto».

Romagna su Grosso

E il tandem recente della Fiorentina? Lei ha avuto Grosso al Sassuolo e Vanoli da ct nelle nazionali under... «Grosso è un allenatore che stimo tantissimo, l’ho avuto anche in Primavera alla Juve. Abbiamo anche vinto un campionato insieme: è stato veramente bellissimo. Vanoli è stato un martello quando ero giovanissimo, ma nel senso positivo, nel cercare di far esprimere tutti e nel tirarti fuori tanto. C’è un altro tecnico, però, che mi ha cambiato la vita...».

Romagna su De Zerbi

Roberto De Zerbi? «Sì, proprio lui: è impressionante il modo in cui persiste e crede nelle sue idee. La sua convinzione feroce fa davvero la differenza. E poi è una persona fantastica. Spesso passa in secondo piano o non viene valutato questo aspetto, perché si parla solo dell’idea tattica: ci sentiamo ancora ed è una delle poche persone che durante l’infortunio mi è stata davvero vicino. Queste cose, ovviamente, non le dimentico. Mi vengono gli occhi a cuoricino quando ne parlo».

Perché lo considera così speciale? «A costo di stare antipatico, ti dice sempre quello che pensa. A me le persone così piacciono tantissimo. E poi cito anche qualche ex compagno: Berardi, Raspadori, Locatelli e Magnanelli su tutti».

Il rapporto con Locatelli

A proposito di Locatelli, anche per lui si profila una lunga assenza. Vi siete già sentiti? «Appena ti fai male, ovviamente, tutti ti scrivono, proprio perché vogliono farti sentire la propria vicinanza: è bello e comprensibile. Io invece spesso tendo a scrivere un pochino più in là, quando so che magari sei un po’ uscito dai riflettori: è bello ricevere un messaggio in quel momento, quando nessuno parla più di te. Lo farò anche per Manuel».

Domenica per chi tiferà? «Spero che entrambe escano felici dal campo: sono molto diplomatico (ride, ndr)».

TORINO - Tra le mani aveva un futuro radioso. Perno della Primavera della Juve, capitano della Nazionale Under 19. In odore di prima squadra, quando a Torino i trofei erano una dolce abitudine. Ma la vita a Filippo Romagna non ha riservato un’autostrada. Semmai ha pianificato un Mortirolo, un percorso con ostacoli ogni giorno più alti. Al traguardo ci è arrivato, ma quanta fatica. All’apice della carriera con la maglia del Sassuolo si fa male: a marzo 2020 inizia un lockdown calcistico eterno, partito da una rottura del tendine rotuleo con prognosi di 8 mesi. Prima di rimettere piede in campo, però, impiega tre anni e due mesi. Gli infortuni potevano lasciargli segni indelebili, ma Romagna vede luce ovunque. E adesso, in cerca di una squadra dopo aver terminato il proprio contratto col Sassuolo il 30 giugno, scava nel proprio passato. Senza mai perdere il suo spirito: Romagna il bicchiere mezzo pieno lo vede sempre e comunque.

L'intervista a Romagna

Filippo Romagna, domenica c’è Sassuolo-Juventus.«Alla Juve ho passato la mia adolescenza: mi hanno permesso  di diventare calciatore attraverso la loro scuola e la loro etica. Il Sassuolo, ripensando al mio percorso, è una squadra che mi apparterrà sempre».

Partiamo dai primi passi. Lei arriva a Vinovo nel 2011 dalle giovanili del Rimini. Cosa ricorda del primo impatto? «Arrivo a Vinovo e percepisco veramente un’aria diversa: la respiri da subito e, se sei un briciolo intelligente, riesci immediatamente a capire che cosa sia la Juve. Sono le persone ad avermi lasciato tanto: un anno fa passavo da Torino e mi sono fermato a salutare Gianluca Pessotto, Claudio Chiellini e Ciccio Grabbi. Alla Juve capisci quale mentalità serva per vincere».

Era il punto fermo della Primavera negli anni in cui la Juve dominava in Italia. Cosa significava allenarsi con il gruppo più vincente nella storia del calcio italiano? «Faccio un esempio pratico: Giorgio Chiellini, che sento ancora adesso, ti faceva capire nella quotidianità cosa servisse per stare ad alti livelli. La ferocia su ogni pallone in allenamento, la voglia di non perdere mai. Non erano mai sazi. E tutti ragionavano così, anche chi giocava meno, come Caceres: se non affrontavi ogni momento con la mentalità da finale di Champions non potevi stare in quel gruppo».