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Naufragi e respingimenti, il capitano D’Arrigo: «La cooperazione con la Libia è un obbligo»


L’ex responsabile del Centro operativo nazionale della Guardia costiera spiega a Domani il paradosso alla base della collaborazione tra il nostro Paese e Tripoli, mentre le intercettazioni illegali dei migranti da parte della Libia si moltiplicano, insieme alle minacce e agli attacchi alle ong

Il 29 settembre Sea-Watch ha soccorso 28 persone migranti che si erano arrampicate sulla piattaforma petrolifera Hasdrubal, nel Mediterraneo centrale, al confine della Sar libica e tunisina, per salvarsi dal naufragio del gommone su cui viaggiavano. Insieme a loro sono stati recuperati anche due corpi senza vita, tra cui quello di un bambino. Due donne hanno riferito di aver perso i figli tra le onde. L’ong spiega che le autorità italiane e libiche erano state avvisate 12 ore prima del soccorso, senza che nessuna intervenisse. 

Mentre gli arrivi in Italia via mare diminuiscono, nel 2026 le persone morte nel Mediterraneo centrale sono aumentate rispetto all’anno passato. La maggior parte di loro continua a partire dalla Libia, indicata dalle organizzazioni per i diritti umani e dalle Nazioni Unite come responsabile di respingimenti illegali, detenzioni arbitrarie e violenze sistematiche nei confronti di chi prova a raggiungere l’Europa.

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A colloquio con Domani, il capitano di vascello Roberto D’Arrigo, per due anni responsabile del Centro operativo nazionale della Guardia costiera, che per l’Italia gestisce il coordinamento del soccorso marittimo, e attualmente a capo dell’Ufficio comunicazione, sottolinea che la cooperazione è alla base del sistema dei soccorsi in mare, e anche quella con la Libia va rispettata: «L’Italian Maritime Rescue Coordination Centre, in conformità alla Convenzione Sar (sulla ricerca e sul salvataggio marittimo, ndr) assicura, ed è obbligata a farlo, la cooperazione con i Centri di soccorso degli altri Stati costieri, anche al fine di consentire il tempestivo coordinamento delle operazioni di soccorso da parte dell’autorità responsabile per l’area di interesse».

Le intercettazioni illegali dei migranti da parte della Libia si moltiplicano ogni anno, insieme alle minacce e agli attacchi armati contro le navi delle ong. Il sostegno economico e diplomatico di Italia e Unione europea verso Tripoli per il controllo delle frontiere intanto prosegue. Dal 2017 infatti, con il Memorandum Italia-Libia per il contrasto all’immigrazione illegale, il nostro Paese supporta la cosiddetta Guardia costiera libica e contribuisce alla sua formazione. Se i rapporti internazionali delle Nazioni Unite e di organizzazioni umanitarie denunciano le torture sui migranti nei centri di detenzione di Tripoli, dal 2023 vari tribunali italiani hanno ribadito che la Guardia costiera libica non può essere considerata un’autorità idonea a garantire il rispetto dei diritti fondamentali nel Mediterraneo.

Il paradosso è che il Centro di coordinamento di soccorso libico, con la sua zona Sar, è riconosciuto e legittimato a operare dalle stesse Nazioni Unite tramite una delle sue agenzie, l’Organizzazione marittima internazionale. «Aderendo alle convenzioni internazionali, l’Italia ha l’obbligo di comunicare attraverso il proprio Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo con gli omologhi centri di soccorso degli altri Stati», dice D’Arrigo.

Nel Mediterraneo centrale, ricorda il comandante, le aree di coordinamento del soccorso sono otto: «Oltre a quella italiana c’è quella maltese, greca, libica, tunisina, algerina, greca ed egiziana. La responsabilità pertanto è condivisa, e da parte nostra le attività di soccorso si svolgono da sempre nel pieno rispetto del diritto internazionale e nazionale», aggiunge. Proprio il rispetto del principio di “non-refoulement”, ovvero di non respingimento, dovrebbe impedire che qualsiasi persona subisca un allontanamento forzato verso un Paese non sicuro, come invece avviene a largo delle coste libiche.

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D’Arrigo spiega che gli interventi diretti della Guardia costiera italiana nella zona di ricerca e soccorso di Tripoli «sono assolutamente inusuali, per motivi legati anche alla considerevole distanza e all’interposta area Sar maltese». La collaborazione tra i due centri di soccorso si basa così soprattutto su uno scambio di segnalazioni e informazioni: «È lo stesso coordinamento che avviene con tutti gli altri Paesi: se per esempio abbiamo notizie di una richiesta di soccorso, lo comunichiamo prontamente, così come vengono comunicati eventuali soccorsi effettuati o esiti di ricerche».

Nel Mediterraneo centrale chi migra continua comunque a essere riportato in Libia e a morire: sono 27mila le persone respinte illegalmente lo scorso anno e 1.330 quelle che hanno perso la vita. Nei primi sei mesi del 2026, l’Organizzazione per le Migrazioni conta già 872 vittime. Accanto al lavoro della Guardia costiera, che quest’anno ha soccorso 177 imbarcazioni, per un totale di quasi 7mila migranti salvati, l’Unhcr riporta che il 22 per cento dei salvataggi è stato compiuto dalle ong. Da novembre tredici di loro continuano a operare dopo aver interrotto le comunicazioni con il centro di Tripoli per la gestione dei soccorsi, opponendosi alle violazioni dei diritti umani documentate in Libia e agli accordi che le consentono.

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Per D’Arrigo però il rispetto della normativa internazionale è imprescindibile: «Le navi impiegate dalle organizzazioni non governative sono, al pari di tutte le altre unità, delle risorse eventualmente impiegabili in caso di soccorso in mare, sulla base di una valutazione dell’autorità coordinatrice competente per l’area dove si svolge l’operazione». Quindi? «Che piaccia o no, qualsiasi attività non può essere svolta in maniera difforme dalle procedure operative riconosciute a livello internazionale, in quanto creerebbero potenziali condizioni di pericolo».

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